Una bimba bionda, occhi verdi, capelli lunghi sulle piccole spalle, dolcissima come aspetto ma già inquieta. Mentre tutti i bambini hanno paura del buio o dell’orco o della strega cattiva, io avevo paura dell’eternità.
Strana fin da piccola. Già, carina, e allora perché entrare in conflitto con il proprio corpo? Un corpo che tante avrebbero voluto avere e io invece proprio attraverso lui ho potuto lacerarmi dentro, ferirmi, farmi male al punto di cambiarmi la vita… in tutti i sensi.
Oggi mentre scrivo queste righe siamo a novembre 2004 e tra un mese riceverò il Gohonzon. Pratico da maggio 2003, molto, intensamente, profondamente. Da allora non sono più la persona che conoscevo, quella che attraverso dolore, sofferenza, punizioni e soprattutto attraverso l’illusione avevo plasmato.
È difficile stare qui a scrivere tutto, scrivere di me. Ciò che sto raccontando è tutto quello che per trentotto anni mi ha sanguinato dentro, che mi ha portato a pensare di me cose terribili, a infliggermi ferite sempre più profonde, di quelle che lasciano i segni, dentro, ma anche fuori… evidenti.
Quando mi sposai avevo già il mio primo figlio e solo sedici anni. Quanta infelicità! Questo è ciò che mi viene in mente ripensando a quei momenti. È iniziato tutto così, senza che me ne accorgessi, subdolamente, come sanno fare i nemici peggiori, si infiltrano con infamia, entrando dai punti dove c’è cedimento e proliferano, si moltiplicano, prosperano, sicuri di non essere riconosciuti, camuffati da amici.
Sto parlando del cibo. Non lo vediamo forse come un amico? Non proviamo piacere a impossessarcene, a introdurlo, noi stessi, nel nostro corpo? Ecco, io questo facevo, introducevo volontariamente in me ciò che un giorno sarebbe diventato il mio peggior nemico. Certo quando se ne fa un uso salutare è un insostituibile amico. Io no… io lo usavo per farmi male, per minare dall’interno una macchina perfetta: il mio corpo. Mi vengono in mente le lotte intestine di cui parla Nichiren: un verme all’interno delle viscere del leone lo divora. Avreste dovuto vedere in che modo mangiavo di tutto, senza fame alcuna, spingendomi in bocca quello che sarebbe diventato per me un veleno, inquinando ferocemente il mio corpo e la mia stessa vita.
Loro, quelli bravi, lo chiamano “comportamento compulsivo”, per me invece era un mezzo formidabile per non dialogare con me, per negarmi, per non ascoltare ciò che invece da dentro urlava di uscire. Ora so che non poteva venire fuori allora, ci vuole tempo, ci vuole dolore e sofferenza, il famoso fondo… a dire il vero non so se quello fosse il fondo. Posso dire cos’era per me: era l’inferno incessante, questo era.
Dopo quindici anni di odio verso me stessa, pesavo ormai centosette chili, ero distrutta dentro e fuori, mi detestavo, non mi guardavo mai allo specchio: che immagine tremenda mi rifletteva! E più mi odiavo e più mangiavo, in una spirale senza fine di dolore pungente. Poi decido di farmi operare, uno di quegli interventi allo stomaco per ridurne la capacità di contenimento, cinque anni fa. E inizio a dimagrire. Dimagrisco, torno a sessanta chili, poi inizio a praticare e tutto si rimette in gioco.
Ma come, non avevo vinto la guerra? Mai illusione fu più reale. Ero dimagrita, sì, ma le cause di quell’atteggiamento autodistruttivo dove erano? Là, sempre là, dentro di me. Il Gohonzon mi ha portata a ingrassare di nuovo qualche chilo per comprenderlo, pochi, è vero, ma sufficienti per vedere. E così il Daimoku lavora, scava, scava giù nel profondo tocca la sorgente del dolore, diventa tutto chiaro. Il mio, come quello di molti, era ancestrale.
Guardo indietro e rivedo quella bambina cresciuta con un padre che beveva, beveva molto… lo ha fatto fino ai miei vent’anni ed è morto a sessanta a causa dell’atteggiamento autodistruttivo che aveva avuto per gran parte della sua vita. Certo, aveva smesso, ma ormai il processo di degenerazione organica era diventato inarrestabile. E vedo mia madre che si è odiata a tal punto da farsi picchiare, rannicchiata in un angolino del retrocucina, da mio padre ubriaco, senza ragione alcuna. A ben pensarci esiste mai una ragione che possa giustificare il percuotere un essere umano? E vedo me, degna erede dei miei genitori, perfetta incarnazione di quel karma di famiglia. Tra me e loro però c’è una differenza fondamentale: io vedo tutto questo! Io riconosco i fili che ci legano, comprendo profondamente la natura della mia e delle loro sofferenze e dico no. Dico no al continuare ad aggiungere anelli alla catena, no all’odio verso se stessi, no all’autodistruzione e dico sì alla vita. E decido di aprirla, la mia, prendo il coraggio a due mani e racconto, scrivo e rendo partecipi i miei compagni di fede della mia esperienza, dello squarcio nel buio che il Daimoku ha aperto dentro di me. Lo faccio alle riunioni e con queste righe, vincendo la voglia di nascondere tutto di nuovo, di chiudere tutto in un terribile scrigno segreto, come i miei genitori hanno fatto sempre. Invece no, che il mostro lo vedano tutti, così che se dovesse presentarsi ancora si possa riconoscere e sconfiggere. Con la sensazione di forza, di potenza, di coraggio misto a saggezza che solo Nam-myoho-renge-kyo ti fa provare, con questa condizione vitale voglio spezzare le catene del karma.
Oggi comincio a sentire che il cibo non è più un nemico perché so che il nutrimento interiore, i vuoti, non si colmano dall’esterno, ma la sorgente dell’amore verso noi stessi, della vita, sta laggiù proprio dove nasce anche il dolore. Il Daimoku e la nostra determinazione li fanno emergere, ma prima di tutto la nostra fede, che va al di là del dolore, della comprensione ragionata, di ciò che è evidente o sembra tale.
So che la battaglia è lunga, ma io ora sono qui.
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