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Una botta in testa - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 01:29

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    Una botta in testa

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    Prima di incontrare il Buddismo, ero sempre stata alla ricerca di serenità e di felicità, che mi mancavano fin dall’infanzia. Ero l’ultima di quattro figli di una famiglia nobile e ricca di Napoli, ma quando nacqui non ero desiderata! Ho passato l’infanzia senza sentire il calore familiare: mia madre e mio padre erano sempre lontani, io e mia sorella più piccola eravamo affidate a balie o bambinaie. Mia sorella più grande e mio fratello erano lontani, e la sorella più piccola che stava con me era l’unica persona a darmi affetto.
    Quando avevo dieci anni arrivò la guerra: bombardamenti, sirene di notte che ci facevano ritirare di corsa in un rifugio, gente che moriva, gente che piangeva, e io mi chiedevo il perché di tutto questo, ma non trovavo risposta.
    Quando finì la guerra avevo quattordici anni. Incontrai il mio primo grande amore. Quando mia madre venne a saperlo fu una tragedia, uno scandalo! Avevo disonorato il nome di famiglia, solo perché mi ero innamorata di un ragazzo semplice, sconosciuto. Mi difendeva solo mia sorella più piccola, gli altri mi accusavano tutti!
    Mi spedirono in un collegio in Svizzera. Dentro di me sentivo solo macerie. Non capivo il perché di tutto questo. Volevo solo una cosa: scappare lontano dalla mia famiglia e crearne una nuova. Questo mio desiderio fece sì che a ventun’anni mi sposassi e mi trasferissi a Roma. Il matrimonio durò sette anni. Sette anni d’inferno! Finché finalmente conobbi un altro uomo che per sei anni mi diede quella che io credevo fosse la felicità… ma poi quest’uomo che tanto amavo cominciò a tradirmi, a fare una vita per conto suo, e dopo due anni in cui io resistevo per amore delle due figlie che ci erano nate, ci lasciammo, e dopo non molto lui morì.
    Mi sono ritrovata sola, ma avevo la gioia delle mie due figlie. Ci trasferimmo a Firenze. Ho lavorato sodo per far fronte a tutto, e ce l’ho fatta: le figlie sono diventate grandi. Ma un giorno, mentre ero in Germania a lavorare, mi telefonò Marina, la seconda, per dirmi che aveva cominciato a drogarsi, per amore. Per me fu un fulmine a ciel sereno! La cosa peggiore era che io ero lontano, e non sapevo come fare ad aiutarla! Furono momenti di tormento e di disperazione cieca. Qualche tempo dopo, però, notai in lei un certo cambiamento, e un bel giorno mi disse: «Mami, sono diventata buddista». Mi prese un colpo perché pensai subito a gente calva vestita di arancione che gira per strada chiedendo soldi. Preoccupata ascoltavo mia figlia che mi parlava di questo Buddismo.
    In quel periodo partii per le Canarie per andare a trovare la mia sorella adorata che viveva lì, e Marina mi disse: «Mami, se ti senti triste, dì queste parole: Nam-myoho-renge-kyo e starai meglio». Partii e cominciai a recitare senza capire né sapere nulla. Mi faceva bene, mi sentivo più serena, più tranquilla. E fu così che nel 1984 cominciai a praticare regolarmente. Andavo ai meeting, dove trovavo dei responsabili meravigliosi che mi incoraggiavano continuamente, anche se c’era un ragazzo che proprio non potevo sopportare.
    Nel 1986 con mia grande gioia ricevetti il Gohonzon. Fu un giorno memorabile! Fantastico! Il giorno dopo partii per la Svizzera dove per lavoro avrei dovuto assistere tutto il giorno una signora anziana. E così, con il Gohonzon al collo, partii per la mia nuova avventura. Non fu facile: ero sola con il mio Gohonzon, senza l’incoraggiamento dei responsabili né l’atmosfera stimolante dei meeting. Studiavo quanto potevo, recitavo Daimoku il più possibile e facevo regolarmente Gongyo mattina e sera. Passarono cinque anni. La mia serenità cresceva e io trasmettevo questa serenità alla signora che accudivo. Le parlai del Buddismo, lei fu felice di sentirne parlare, anche se mi disse che a quell’età non se la sentiva di abbracciare una nuova religione. Ma intanto io avevo piantato un seme!
    Tornai a Firenze dove con grande gioia ritrovai tutti i miei cari amici responsabili. Una delle responsabili un giorno mi disse: «Sai, Ale, Marina ha un ragazzo; sarà il marito giusto per lei!». Quando mi disse chi era, mi prese un colpo. Ma come?!, il ragazzo del gruppo che mi stava antipatico! «Mai!», le risposi. E fu così che lei, con parole talvolta severe e con tanta pazienza, cercò di farmi capire che sbagliavo: lui non era antipatico, ero io che lo vedevo così! Lentamente, recitando Daimoku ogni giorno per questo mio sentimento, cominciai a dialogare serenamente con lui, finché nel 1992 lui divenne mio genero, che oggi è per me come un figlio.
    Passarono gli anni tra mille esperienze quotidiane, finché nel 1999, all’età di settant’anni, cominciai a recitare per la mia vita, perché avevo voglia di imparare ancora tante cose e darmi da fare per la felicità delle persone che mi stavano intorno. Chiesi al Gohonzon di darmi ancora un po’ di anni di vita.
    Una mattina, dopo aver recitato e fatto Gongyo, mi prese un feroce mal di testa. Ero sola in casa, come sempre, erano le 12,30 e non ricordo più nulla di quanto successe dopo. So solo che mi risvegliai la sera alle 20,30 con una tremenda botta in testa e il telefono che suonava. Vidi la porta di casa aprirsi: era mio genero, marito della mia prima figlia, che mi guardava spaventato. Gli dissi: «Non ti preoccupare, sto bene!». Andai sul letto e svenni. Mi sono ripresa il giorno dopo in sala di rianimazione all’ospedale: avevo un aneurisma cerebrale! Avevo problemi di cuore, per cui non avrei potuto sopportare l’anestesia di un lungo intervento alla testa. Per questo mi fu fatto un intervento non così invasivo ma il cui successo non era tuttavia certo. E invece l’intervento andò benissimo. Da quando mi svegliai, cominciai a recitare in silenzio. Avevo dentro di me una serenità e una gioia incredibili: ero ancora viva!!! I medici mi chiamavano “la miracolata”. Mi dissero che era l’aneurisma che aveva provocato il mal di testa e la caduta, e che in quelle otto ore senza soccorso avrei potuto morire in qualsiasi istante.
    Ogni giorno, quando recito Daimoku, ringrazio il Gohonzon con tutta la forza della mia fede e recito per diventare sempre più forte in modo da trasmettere a tutti quelli che soffrono la gioia e felicità che derivano dalla pratica buddista.

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