Le quattro sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte costituiscono il rimo della vita, comune ad ogni essere vivente. Basato sulla Legge mistica questo ciclo si indirizza verso il costante miglioramento e la felicità
Di fronte alla grandissima tragedia accaduta a Beslan, ha detto Sakae Takahashi in apertura del suo lungo intervento, non ho parole per esprimere ciò che provo e per il dolore di quelle madri. Quando ci troviamo al cospetto di notizie di questo genere ci chiediamo cosa possiamo fare noi, ed emerge un senso di impotenza. Proprio per questo la vita è sacra, per qualsiasi motivo non deve diventare un mezzo, sento fortemente che dobbiamo diffondere questo credo. Tenendo vivo il ricordo di questi bambini uccisi, vorrei studiare con voi quella parte del Mondo del Gosho in cui si affronta la preziosità di ogni giorno di vita. Questo capitolo del Mondo del Gosho è stato commentato anche recentemente a Trets, presso il Centro culturale europeo, dal responsabile del Dipartimento di studio della SGI Katsuji Saito [prossimamente Buddismo e società ne pubblicherà la versione integrale; il capitolo in questione “Le quattro sofferenze” è pubblicato nel secondo volume del Mondo del Gosho, pagg. 321-345, n.d.r.].
Questo capitolo tratta delle quattro sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte, un aspetto che accomuna tutti gli esseri viventi. Tutte le religioni e le filosofie si concentrano su questo tema. Una volta diventato consapevole di queste quattro sofferenze, Shakyamuni decise di vivere come eremita e anche Nichiren, fin da giovanissimo, aveva questa consapevolezza della morte che lo spronò a intraprendere la strada della pratica buddista. Il Buddismo di Nichiren nasce per rispondere al dolore causato da queste quattro sofferenze e per superarlo. Le quattro sofferenze sono il vero aspetto dell’esistenza e inoltre, poiché l’invecchiamento e la malattia sono un avviso della morte, potremmo ridurle al problema della vita e della morte. Quasi con certezza non esiste nessun essere umano che non si sia mai ammalato e sicuramente nessuno può evitare l’invecchiamento e la morte. Può sembrare un discorso scontato, tuttavia anche se tutti gli esseri umani sperimentano questi problemi, spesso non riescono a comprenderli o a tenerli in giusta considerazione e il Buddismo spiega che se evitiamo di guardare queste sofferenze o ce ne lamentiamo, non possiamo diventare felici. D’altro canto chi rimugina continuamente solo sulla morte non riesce a vivere bene la vita, arrivando magari a decidere di vivere giorno per giorno. Queste quattro sofferenze rappresentano la vita stessa ed è importante guardarle in faccia e non evitarle.
Il Buddismo considera nascita e morte come il ritmo originale inerente alla Legge mistica. Questo è un ciclo senza fine. Il ritmo inerente è quello delle quattro sofferenze: un ritmo che governa nascita, esistenza, cambiamento ed estinzione. Questo è il ritmo che caratterizza tutte le cose. Tutto e tutti siamo impermanenti. Non comprendere questo ritmo è causa di infelicità e non riuscire ad accettare l’impermanenza è causa di sofferenza. Tutti tengono a qualcosa che considerano importante e lo vorrebbero tenere per sempre per sé, questo desiderio viene chiamato dal Buddismo attaccamento. Guardando la realtà delle cose tutto è in continuo cambiamento: chi non vorrebbe separarsi dalla giovinezza, chi dal ceto sociale, chi dalla famiglia. Dato che ognuno di noi nutre degli attaccamenti, quando ci s’imbatte nel cambiamento si prova infelicità; per questo motivo il Buddismo insegna ad accettare l’impermanenza e a non subirla, spiegando che non dobbiamo sentirci impotenti, perché la Legge mistica ha questa forza di far evolvere questo cambiamento verso il positivo. Ovviamente non farà cancellare le rughe! Però anche se il nostro corpo invecchia, il nostro cuore si arricchisce diventando più prezioso. Nell’invecchiare possiamo bilanciare questa mancanza di energia con la saggezza e creare comunque qualcosa di valore. Con questo tipo di consapevolezza dell’impermanenza possiamo vivere con allegria e gioia.
Considerando la sofferenza dell’impermanenza da un altro punto di vista noi sappiamo, consciamente o inconsciamente, che ci aspetta la morte. Questa consapevolezza è fonte di grande paura che si trasforma in sofferenza. Il primo aspetto della sofferenza della morte, quello che abbiamo appena spiegato, è legato alla nostra naturale tendenza a nutrire attaccamento per le cose e per la vita; l’altro aspetto è la paura dell’annullamento, di scomparire con la morte. Le quattro sofferenze fanno parte della vita e si incontrano anche praticando il Buddismo, ma si impara a guardarle in faccia. Anche di fronte alla paura della morte si può imparare a creare valore.
Possiamo utilizzare queste sofferenze per fare emergere le quattro virtù del Budda. In giapponese: jo raku ga jo. Il primo ideogramma jo indica la vera eternità; da questo punto di vista alcune religioni affermano che esiste l’impermanenza e che l’eternità si trova invece in un’altra dimensione, nel Buddismo invece l’eternità esiste nella dimensione umana delle quattro sofferenze. Il Daishonin spiega che, se crediamo nella Legge mistica, la nostra vita è soggetta all’impermanenza ma può far emergere il potere della Legge mistica che è permanente. In questo ciclo di continuo cambiamento emerge la permanenza. Questo continuo modificarsi delle cose ci permette di trovare la felicità raku, una felicità che è indistruttibile anche se sempre diversa. Una felicità che assume forme diverse ed è dinamica ma eterna. Non è una felicità egoistica ma è rivolta a tutti gli esseri viventi. Il terzo ideogramma ga significa vero io, e si manifesta quando riusciamo a sviluppare una condizione vitale che è libera e non influenzata dai desideri. Il quarto ideogramma jo (scritto in modo diverso dal primo jo) significa purezza.
Il Daishonin ha dato prova concreta con la sua vita della teoria, spiegata finora, che chi abbraccia Nam-myoho-renge-kyo può superare le quattro sofferenze. Nichiren ha affrontato queste sofferenze guardandole dritte in faccia. L’anno prima della sua morte il Daishonin aveva scritto La conferma del Sutra del Loto, una lettera indirizzata a Nanjo Tokimitsu. Aveva sessant’anni, per quell’epoca un’età più che avanzata. Parlando della sua condizione fisica dimostra di non tentare di evitare le sofferenze che la vecchiaia e la malattia gli impongono. Addirittura predice la sua stessa morte. Anche Toda sapeva di dover morire presto. Disse che sarebbe morto l’anno successivo, alla fioritura dei ciliegi. Io ero piccola per partecipare al funerale di Toda ma ricordo con precisione la piena fioritura dei ciliegi. Possiamo dire che se basiamo la nostra vita sulla Legge mistica e sulla condizione vitale del Budda allora possiamo avere uno stato vitale tale da non temere la morte, anzi possiamo sentire con chiarezza quando si sta avvicinando, e al momento della morte avere il coraggio e l’allegria per affrontare la prossima vita. Nichiren e Toda erano persone normali, non erano dotate di poteri soprannaturali, ci sono molti membri che hanno sperimentato questa condizione.
Come visse Nichiren Daishonin i suoi ultimi attimi di vita? A trentadue anni aveva proclamato Nam-myoho-renge-kyo e fino al momento del ritiro a Minobu affrontò gravissime persecuzioni, sia fisiche che spirituali.
Quando riuscì a tornare vivo da Sado si ritirò a Minobu, ma anche lì dovette affrontare gravi problemi di malattia. Nichiren era colpito da dissenteria che gli causava dimagrimento, inoltre per la sua epoca era anziano. Riuscì a guarire grazie alle cure di Shijo Kingo ma dopo tre anni si ammalò di nuovo in modo gravissimo, tanto da non avere più la forza di tenere in mano il pennello per scrivere ai suoi discepoli, non riusciva più a mangiare ed era stremato. A Capodanno accolse il nuovo anno con un leggero miglioramento che però si rivelò subito temporaneo perché a febbraio ebbe una ricaduta e fu costretto a chiedere ai discepoli di scrivere per lui. In quel periodo però venne a sapere che Nanjo Tokimitsu era gravemente ammalato, raccolse tutte le sue forze e scrisse di suo pugno al discepolo per incoraggiarlo. Gli inviò la lettera La conferma del Sutra del Loto. Nonostante fosse completamente privo di forze, racconta con sincerità e in modo crudo la sua condizione anche se non si avverte da parte sua nessuna rassegnazione o voglia di rinunciare alla vita. Fino alla fine mantenne un cuore battagliero e questo gli permise di trasmettere tutta la sua energia al suo discepolo. Vorrei sottolineare l’atteggiamento di Nichiren di fronte alla malattia: senza paura e senza sottovalutarla. Tutti abbiamo paura della malattia: se facciamo sì che la paura prenda il sopravvento, il demone della malattia vince. Ma è sbagliato anche avere un atteggiamento fatalista: «Succederà qualcosa e guarirò» e non avere la saggezza di farsi curare. È importante pregare per trovare il miglior medico per curarsi. Pensare che avere una malattia sia sinonimo di sconfitta è sbagliato. Importante è incoraggiare con tutto il cuore chi è malato perché è l’incoraggiamento di chi gli sta vicino che gli permette di risvegliare la fede. Per esempio la moglie di Toki Jonin, che si era presa cura della suocera malata per molto tempo e aveva sostenuto il marito che aveva subito persecuzioni a causa della fede, alla fine si indebolì e si ammalò. Era così abbattuta da rifiutare persino di curarsi. Nichiren lo venne a sapere e le scrisse per incoraggiarla a tirar fuori la forza per guarire, insegnandole l’atteggiamento corretto di una persona che pratica (vedi SND, 4, 87 e SND, 9, 35, n.d.r.). Di fronte alla malattia è importante rafforzare ogni giorno la propria fede per fare emergere l’ichinen di lottare fino alla fine.
Quando Nanjo Tokimitsu lesse la lettera a lui indirizzata raccolse tutte le sue energie e decise di lottare per sconfiggere la malattia. Anche dopo la morte di Nichiren Daishonin, continuò a sostenere Nikko e visse a lungo con questo atteggiamento.
Nel settembre del 1282 Nichiren lasciò il monte Minobu, dove era rimasto nove anni, e si recò nella zona di Misashi (Tokio odierna), presso la residenza di Ikegami, dove morì a sessanta anni. Nel 1279 Nichiren aveva realizzato la sua missione con l’iscrizione del Dai Gohonzon e da quel momento visse gli ultimi anni della sua vita con una elevata e magnifica condizione vitale.
Nell’ultima fase della nostra vita è importante non sfuggire agli ostacoli e continuare a combattere fino all’ultimo momento. Lo scopo del Buddismo è superare le sofferenze di vita e morte e costruire una condizione vitale indistruttibile. Nam-myoho-renge-kyo è il nome della Legge intrinsecamente presente in ogni essere vivente. Bisogna credere in questa Legge e mantenere questa fede fino alla fine; recitando così possiamo far emergere lo stato vitale del Budda.
L’8 settembre il Daishonin lasciò il monte Minobu, con il pretesto di andare alle terme di Hitachi per curarsi, come gli avevano consigliato i suoi discepoli. Sembra però che ci fosse una ragione più profonda del perché lasciò Minobu e in effetti egli non giunse a Hitachi, si fermò a Ikegami. Il presidente Ikeda nel Mondo del Gosho dice che l’ultimo viaggio del Daishonin aveva uno scopo preciso: la residenza di Ikegami era facilmente raggiungibile da tutti e lì egli tenne lezioni sul Rissho ankoku ron (Adottare la dottrina corretta per la pace del paese) e insegnò ai discepoli come si dovesse vivere fino all’ultimo.
Pensiamo che sia spirato verso le otto di mattina del 13 ottobre 1282 e il fatto che sia morto al risplendere del sole del mattino rappresenta simbolicamente il Buddismo di Nichiren, la religione del sole, che illumina l’oscurità dell’Ultimo giorno della Legge. Lottò fino all’ultimo istante di vita.
Viviamo questa esistenza in modo che tutte le prossime vite siano felici; se ognuno di noi mantiene una forte fede può sentire i tre tempi di presente, passato e futuro (cioè percepire l’eternità della vita, n.d.r.) e vivere con coraggio.
Per questo è importante il fatto di essere vivi oggi e invece di soffermarsi su ciò che è superficiale, condividere questa consapevolezza con gli altri; la nostra missione è far sì che più persone possibili possano abbracciare il Gohonzon. Questo vuol dire intraprendere un percorso per cambiare il destino dell’umanità.