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Un cuore imparziale - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 01:33

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Un cuore imparziale

K’ung-ming, condottiero cinese famoso per le sue qualità di guida, viene citato dal presidente Ikeda in questa seconda parte del suo lungo intervento dedicato ai responsabili nazionali

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K’ung-ming, condottiero cinese famoso per le sue qualità di guida, viene citato dal presidente Ikeda in questa seconda parte del suo lungo intervento dedicato ai responsabili nazionali

Chu-ko K’ung-ming (181-234; Zhuge Liang) era un antico eroe cinese molto ammirato da Toda. Ricordo con tanto affetto i giorni della mia giovinezza quando studiavo il Romanzo dei tre regni di cui K’ung-ming è il personaggio principale.
Nel terzo secolo, la Cina era divisa in tre regni: il potente Wei nel nord, governato da Ts’ao Ts’ao; Wu nel sudest, governato da Sun Ch’üan; e Shu Han nel sudovest, governato da Liu Pei, che K’ung-ming serviva in qualità di generale e primo ministro. Tra questi stati si combattevano feroci lotte di potere. In quell’epoca turbolenta, K’ung-ming, dal quale dipendeva il destino dello stato di Shu Han, combatté valorosamente per difendere la sua madrepatria.
Ho affrontato questo argomento in diverse occasioni, ma oggi vorrei parlare delle idee di K’ung-ming su come bisognerebbe guidare gli altri, dei metodi che usava per allevare persone capaci e del suo modo di affrontare le lotte.
«L’elemento fondamentale del buon governo è l’ascolto delle opinioni altrui». Questo era un principio cardine della sua idea di responsabilità. Quando si è alla guida di un vasto gruppo di persone, è importante non limitarsi soltanto a parlare loro. È necessario ascoltare l’opinione degli altri, capire quali sono le questioni di cui preoccuparsi, unire la saggezza di tutti. Così facendo si faranno grandi progressi.
K’ung-ming creò un’assemblea in cui riuniva i delegati provenienti da tutto il regno, teneva conferenze, e ascoltava le opinioni dei rappresentanti. Era un leader che prendeva l’iniziativa. Tutti possono vedere che cosa fanno coloro che si trovano in posizioni di comando, diceva. Un leader, quindi, deve essere un modello per gli altri.
Non lasciarsi sfuggire delle opportunità importanti, era la filosofia che stava dietro alle vittorie consecutive di K’ung-ming. «Ci si dovrebbe dispiacere di più per una minima perdita di tempo – disse – che per la perdita di gioielli preziosi, perché le occasioni sono più difficili da trovare e più facili da perdere». Sta dicendo che, una volta persa, un’occasione non ritornerà, quindi non bisogna lasciarsela scappare.
«Bisogna essere pronti a cogliere un’opportunità quando arriva – affermava ancora – un leader superiore non si slaccia la cinta dei pantaloni per rilassarsi, né cammina così lentamente da lasciare le impronte dei suoi passi». In altre parole, è pronto ad afferrare l’occasione e a trarne il massimo vantaggio senza indugi.
K’ung-ming era valoroso in battaglia. Diceva: «Chi sta in prima linea non può star fermo –, e ancora – I soldati nelle avanguardie non devono alzarsi e star immobili, altrimenti ostacolano le balestre poste dietro di loro».
Anche Toda era solito esortare i responsabili in prima linea a non essere pigri o inconcludenti. Un passo o due avanti dei nostri responsabili in prima linea spalancherà il cammino innanzi. Se i leader non stanno allerta, finiranno per essere d’intralcio a chi li segue e questo, per un leader, è una sconfitta.
Quali sono le qualità richieste a un leader dal quale dipende la prosperità di una nazione? K’ung-ming affermò con enfasi che non deve essere arrogante. «Se i leader sono arroganti diverranno scortesi, e se sono scortesi, perderanno l’appoggio degli altri. Se perdono l’appoggio degli altri, il popolo si ribellerà». Se i leader diventano prepotenti e irriverenti, susciteranno ostilità nelle persone e perderanno la loro fedeltà. Questa è una regola che vale per tutte le nazioni e per tutte le organizzazioni.
K’ung-ming li ammoniva inoltre a non frequentare persone di poca virtù: «Frequentate ministri saggi, ma state alla larga da quelli senza virtù». Questo è il modo per assicurare prosperità a una nazione. Egli citò anche otto tipi di persone inadatte a essere leader. Sono le persone che: sono smisuratamente avide di ricchezza; sono invidiose delle persone di talento; si divertono a calunniare gli altri e a frequentare gli adulatori; sono svelti ad analizzare gli errori degli altri ma non si rendono conto dei propri; sono indecisi; amano troppo le bevande alcoliche e non riescono a controllarsi; sono ipocriti e codardi; sono oratori melliflui con un modo di fare arrogante e sgarbato.
Toda soleva ammonire severamente i leader con queste parole: «Non importa che cosa fanno gli altri. Tutto dipende da voi e dalla vostra risolutezza». La decisione interiore dei leader determina tutto. Per essere responsabili saggi, vi prego di imprimervi in mente questo punto.
Una volta incominciata una battaglia, bisogna vincerla. K’ung-ming era molto severo nelle raccomandazioni ai comandanti che stavano intraprendendo una battaglia.In altre parole, era severo con se stesso. «Se anche una sola persona viene ferita, è mia personale responsabilità» diceva. La sua filosofia del comando si basava su una grande consapevolezza e un notevole senso di responsabilità nei confronti del benessere degli altri. Era fermamente deciso a impedire che anche una singola persona subisse un danno, venisse lasciata indietro, o fosse resa infelice.
K’ung-ming evidenziò anche quattro punti che i comandanti impegnati in battaglia dovrebbero sempre tenere a mente: usate strategie nuove e inattese; pianificare attentamente; agire con calma e tranquillità; unire i cuori e le menti del vostro esercito.
Nella famosa dichiarazione di fedeltà al suo signore [Liu Ch’an, erede e successore del defunto Liu Pei, n.d.r.], K’ung-ming affermò: «Mi dedicherò totalmente al compito che mi è stato assegnato fino al giorno della mia morte». E a proposito degli sforzi fatti fino a quel momento, disse: «Dal giorno in cui mi fu affidato l’incarico dal signore precedente [Liu Pei], non mi sono mai riposato serenamente durante il sonno, non ho mai assaporato con tranquillità il mio cibo quando mangiavo, ma ho unicamente cercato di fare il mio dovere con assoluta dedizione».
E per esprimere l’impegno risoluto di un comandante, scrisse: «Sebbene onorato, non diverrà arrogante; sebbene insignito di potere, non agirà arbitrariamente; sebbene salvato da un altro, non nasconderà quel disonore; sebbene rimosso dalla propria carica, non mostrerà stupore o paura. In qualunque circostanza un comandante eccellente non si farà mai turbare nel proprio agire, proprio come le pietre preziose pure non possono mai essere sporcate». I leader che possiedono uno spirito combattivo invincibile trionfano. Come responsabili vi prego di dimostrare una saggezza grande come quella di K’ung-ming.
Ogni evento è accompagnato da presagi che si possono avvertire se si è attenti. Questo è vero specialmente per la sconfitta, di cui ci sono sempre alcune avvisaglie, e ha una causa ben identificabile. K’ung-ming descrisse diversi segni forieri dell’imminente sconfitta di un’organizzazione: 1. I leader si indeboliscono. Questo è un fattore decisivo della sconfitta. I leader devono avere un forte desiderio di trionfare ed essere pronti a dedicare la vita a incoraggiare i loro compagni. Non è esagerato dire che la vittoria e la sconfitta dipendono interamente dallo spirito combattivo dei responsabili; 2. Le persone badano solo al proprio interesse e formano delle cricche o delle fazioni. Quando le persone sono motivate dal proprio tornaconto, perdono di vista gli obiettivi dell’organizzazione; 3. Le persone creano fazioni e imbastiscono intrighi gli uni contro gli altri per promuovere i propri interessi. Toda non tollerava le persone che cercavano di formare cricche o fazioni dentro la Soka Gakkai. Li rimproverava severamente in modo che potessero liberarsi della loro arroganza; 4. Le persone non sincere che adulano i propri superiori vengono messe in posizione di potere.
Quando gli adulatori vengono posti in posizione di responsabilità, le persone hanno paura del loro potere e sono riluttanti a esprimere le loro opinioni con franchezza. Tutti questi segni, secondo K’ung-ming, lasciano presagire la sconfitta. Egli elencò anche diversi requisiti di un’organizzazione vittoriosa: le posizioni di comando sono affidate a individui capaci; l’intera organizzazione è unita e il morale è alto; tra i responsabili e i membri intercorrono buoni rapporti; tutti seguono scrupolosamente le disposizioni; tutti si impegnano con coraggio e serietà; l’atmosfera all’interno dell’organizzazione trabocca di fiducia e dignità; ricompense e punizioni sono assegnati con giustizia e imparzialità.
L’unità è di vitale importanza per la Soka Gakkai, tanto quanto lo è il morale alto. Avanziamo con coraggio, serietà e fiducia. Come si incoraggiano e si impiegano al meglio le persone dotate che assicureranno la vittoria? K’ung-ming non valutava solo le capacità ma anche il carattere. Non si curava del ceto sociale o della posizione occupata: «Il mio cuore è imparziale, non giudico le persone sulla base di un pregiudizio personale».
Riguardo la scelta delle persone capaci affermò: «Quando governano leader eccellenti, questi consentono agli altri di scegliere persone capaci invece di assegnare tutte le cariche personalmente. Le qualità delle persone dovrebbero essere valutate in maniera obiettiva, non in base a preferenze arbitrarie o pregiudizi personali. Adottando un simile sistema, le persone dotate non verranno trascurate e gli incapaci non verranno messi in posizioni di potere».
K’ung-ming ammonì: «Il maggior contributo che si possa dare in nome della lealtà è segnalare le persone capaci. Ma quando è il momento di proporre gli altri, le persone tendono a farsi influenzare dalle loro preferenze». Bisogna assolutamente impedire che si verifichino situazioni in cui i responsabili, guidati da un pregiudizio personale, causano sofferenza a numerose persone. È importante lodare e sostenere sinceramente coloro che si sforzano davvero al massimo. Spero che diventiate tutti quel genere di leader altruisti che si comportano così.
K’ung-ming disse anche: «Non tutti sono arguti, non tutti i cavalli sono campioni, non tutti gli utensili sono di robusta fabbricazione. Per questa ragione, bisogna fare un’uso ottimale di quel che si ha». Nulla è perfetto a questo mondo. Bisogna trarre il massimo dalle qualità positive di ogni individuo.
Egli propose questi sette metodi per valutare il carattere di una persona: 1. Osservare se la sua determinazione o il suo atteggiamento cambiano in risposta alle chiacchiere o alle opinioni degli altri; 2. Vedere come reagisce quando viene aspramente redarguita. Il vero carattere di una persona tende a manifestarsi quando viene severamente rimproverata; 3. Informarsi sui suoi progetti e sulle sue opinioni per valutare la sua conoscenza e la sua assennatezza. Questo indicherà anche il grado di responsabilità di una persona; 4. Dichiarare che c’è un’emergenza e osservare il coraggio e la forza che manifesta nell’affrontarla. Il coraggio e la forza in una situazione d’emergenza sono qualità indispensabili per un leader; 5. Osservare come si comporta quando beve alcol; 6. Mettere alla prova la sua integrità offrendole vantaggi e privilegi; 7. Assegnarle un compito importante e verificarne la sua affidabilità.
K’ung-ming consigliava inoltre di mantenersi comunque alla larga dai seguenti cinque tipi di persone, perché è probabile che creino problemi sia in uno stato che in un’organizzazione. Li elenco affinchè servano da monito per il futuro: 1. Persone che formano cricche e fazioni e che invidiano o calunniano coloro che hanno un carattere forte e schietto; 2. Persone vanesie con una eccessiva passione per gli abiti eleganti che cercano di attirare l’attenzione su di sé; 3. Persone che seminano confusione esagerando o travisando; 4. Persone che cercano di manipolare gli altri per il proprio tornaconto; 5. Persone che badano solo al proprio interesse e stipulano accordi segreti con il nemico.
Qual è la principale qualità che ci distingue come esseri umani? Secondo K’ung-ming è la fedeltà a ciò in cui si crede. Disse: «Lo spirito di fedeltà in un essere umano è paragonabile a un pesce che vive in acque profonde. Proprio come il pesce muore se manca l’acqua, se le persone perdono la fede nelle proprie convinzioni, danneggeranno la società e le altre persone. Ecco perché un buon leader è leale. In questo modo le sue aspirazioni si realizzeranno e si guadagnerà una buona reputazione».
K’ung-ming esortava le generazioni future ad avere grandi aspirazioni e a non condurre vite vuote e prive di significato. Disse: «Se la vostra volontà non è forte e invincibile, se siete privi di passione, sprecherete la vostra vita senza tentare nulla d’importante, stretti in un senso di vuoto, per sempre intrappolati nella mediocrità, senza mai sfuggire ai più infimi livelli dell’esistenza». Se evitate la fatica e cercate solo l’agiatezza, il vostro spirito inaridirà e ristagnerà. Non conducete una vita vuota e insignificante! Dedicate i vostri sforzi al bene supremo, a realizzare la vostra missione, ad adempiere alle responsabilità che vi sono state affidate! Questa è la nostra fede. Raccogliendo questa sfida, si può vivere pieni di speranza, sentendosi pienamente realizzati e creando un immenso valore.
K’ung-ming ammoniva i suoi figli con queste parole: «Una persona saggia, purifica il cuore e disciplina il corpo, facendo sforzi sinceri per coltivare la virtù. A meno che non siate liberi dagli attaccamenti e dai desideri personali, le vostre aspirazioni non saranno mai chiare; se non siete calmi, i vostri pensieri non spazieranno mai lontano». Noi siamo il prodotto delle nostre aspirazioni. Perseguendo i nostri ideali per tutta la vita, possiamo condurre una vita davvero grande.
Vorrei anche ricordare le parole di K’ung-ming sulla vera amicizia: «È difficile mantenere a lungo relazioni opportunistiche. La relazione con i veri amici non è più fiorita quando fa caldo né cambia le foglie quando fa freddo; non si attenua durante tutte e quattro le stagioni, rafforzandosi nel resistere al bello e al cattivo tempo».
Le parole sagge sono sempre illuminanti. Per esempio, questo aforisma attribuito a Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.) è stato per me una preziosa fonte di ispirazione fin dalla gioventù: «Una stanza senza libri è come un corpo senz’anima».
Cicerone, che si faceva chiamare “il padre del suo paese“, era un brillante statista, oratore e giurista, famoso per la sua eloquenza. In un’epoca di disordini, usò la parola per combattere contro le autorità corrotte e per assistere i perseguitati e gli oppressi. [Il caso a cui probabilmente si riferisce Ikeda è la difesa del popolo siciliano contro l’ex governatore Verre che aveva saccheggiato ampiamente i beni della provincia, 70 a.C., n.d.r.]. Era anche un autore prolifico che trattò diversi argomenti con grande forza. In Europa i suoi saggi erano considerati un modello di perfezione e hanno avuto una profonda influenza sullo sviluppo della cultura europea.
Offrire parole di speranza in un’epoca caotica è anche la tradizione della Soka Gakkai. Vi chiedo di sforzarvi di diventare oratori magnifici e illuminanti, il genere di oratori dei quali gli altri dicono con entusiasmo: «Non vedo l’ora di ascoltarlo di nuovo» oppure «Ha reso indimenticabile quella riunione di discussione!». Quel che conta non è l’aspetto superficiale, ma la sincerità e il coraggio personale. Anche il commento più conciso – un grazie, l’informarsi su come sta la famiglia del proprio interlocutore – può essere fonte di incoraggiamento e avere un grande effetto a catena.
Vi prego di essere formidabili oratori, rinomati per il calore, la capacità di toccare gli altri, con una profonda convinzione che stimola le persone a mettere in discussione le opinioni errate e acquisire così una nuova consapevolezza, con una logica convincente, capace di chiarire la verità e confutare gli errori e l’ingiustizia.
La società è piena d’invidia, egocentrismo e intrighi. Prima di prendere il largo in una società pericolosa come un mare in tempesta, i giovani dovrebbero sforzarsi per realizzare un grande scopo. Cicerone disse che i giovani «dovrebbero volgere lo sguardo a grandi cose e impegnarsi a conseguirle con dedizione irremovibile» (De Officiis, libro II). Ricordo che il mio maestro, il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda, era solito dire: «I giovani dovrebbero coltivare sogni talmente grandi da sembrare quasi irrealizzabili».
Da giovane Cicerone vide un suo concittadino trascinato nelle circostanze più abiette in seguito a false accuse, architettate da persone malvage e senza scrupoli, d’aver commesso atti illeciti. Questo episodio fu il catalizzatore che lo spronò ad affinare la sua capacità oratoria in difesa della verità e della giustizia. In seguito, patrocinò il caso di un’altra persona ingiustamente accusata e così facendo attaccò pubblicamente le autorità dispotiche. Era convinto di poter trionfare sulle forze del male e della corruzione con l’arma delle parole.
Cicerone lamentava: «È una sorta di colpa di quest’epoca essere invidiosi della virtù, cercare di annientare il merito sul suo fiorire» (Cicerone, Pro Balbo). Chi ascende alla vetta è colpito da forti venti. La persecuzione attacca la grandezza. Tuttavia, gli attacchi malevoli non devono restare incontrastati. «Lo scopo di questo [l’esposizione del nostro caso] – disse Cicerone – non è provare con quanto detto ciò che era ovvio, ma che è possibile superare l’ostilità di tutti i nemici, gli ingiusti e gli invidiosi» (ibid.). Cicerone si impegnò a lungo ad affermare la giustizia per mezzo della sua arte oratoria. Disse: «Permettetemi … di denunciare l’insolenza dei mascalzoni» (Cicerone, Ad Atticum, 4 aprile 49 a.C., X Ia). «La giustizia è da conservare e da rispettare con ogni mezzo» (Cicerone, De Officiis, libro II, 42).
«Chi, pur potendo, non respinge e non contrasta l’offesa non è meno colpevole di chi abbandonasse senza difesa i suoi genitori, i suoi amici, la sua patria » (Cicerone, De Officiis, libro I, 23).
Cicerone evidenziò la necessità di schierarsi apertamente contro il male e la corruzione. Chi non difende la verità o non si oppone a ciò che è sbagliato, finisce per permettere l’altrui sofferenza. Sebbene possa dare l’impressione di essere garbato, affabile, in realtà è sconsiderato. È cruciale pronunciarsi contro ogni ingiustizia e correggere le falsità.
Molti erano invidiosi della popolarità di Cicerone, ma egli aveva anche dei veri amici. Cicerone parlava spesso di amicizia. Disse in proposito: «E pur racchiudendo l’amicizia molti ed enormi vantaggi, tuttavia essa certamente è superiore a tutte le cose, poiché ci fa brillare innanzi una lieta speranza per l’avvenire e non permette che gli animi si scoraggino o si abbattano» (Cicerone, De Amicitia, 23).
«Un vero amico … è un altro se stesso» (Cicerone, De Amicitia, 80). Gli amici sui quali si può contare, che condividono gli stessi ideali e gli stessi scopi, sono una fonte di forza, una sorgente di speranza e arricchiscono la vita.
Una delle più famose orazioni di Cicerone, un potente ruggito di verità, fu la difesa del suo maestro, il poeta Aulo Licinio Archia. Quest’uomo, col quale Cicerone da giovane studiò letteratura, venne falsamente accusato di un reato e correva il pericolo di venire cacciato da Roma. Inutile dire che le accuse contro di lui facevano parte di un complotto ordito dalle autorità.
Quando Cicerone si levò in difesa del suo maestro, dichiarò coraggiosamente: «Se io, giudici, ho un po’ di talento naturale, … per suo diritto Aulo Licinio qui presente deve chiedermi il frutto, proprio fra i primi, di tutte queste doti. … dobbiamo portare aiuto e salvezza, per quanto ci è possibile, proprio a costui, dal quale abbiamo appreso ciò» (Cicerone, Pro Archia).
Nel suo discorso Cicerone parla del proprio mentore come di «un poeta sublime» e, grazie alla difesa di Cicerone, il nome di Aulo Licinio Archia è arrivato alla posterità.
Ho visitato le rovine dell’antica Roma e visto il Foro dove Cicerone parlava [nell’ottobre del 1961, quando il presidente della SGI aveva 33 anni, n.d.r.]. Quella volta composi questa poesia: «In piedi, / tra le rovine di Roma, / sento la certezza / che la terra della mistica Legge / non perirà mai».
Quando una nazione o un’organizzazione declina, le ragioni sono sempre complesse; i leader, tuttavia, sono il fattore principale. Per esempio, i leader che non conoscono l’essenza del duro lavoro; quelli che non riescono ad apprezzare i sentimenti degli altri; quelli che imboccano sempre la strada più facile che richiede lo sforzo minore; i leader che hanno un’alta opinione di sé ma di fatto non realizzano nulla di considerevole; quelli che non sostengono o incoraggiano coloro che stanno lavorando con grande impegno e danno enormi contributi; i leader che non conoscono le situazioni personali; quelli che danno posizioni di responsabilità a individui inaffidabili e irresponsabili. Quei leader sono una causa di fallimento.
Toda trattava questi responsabili nella maniera più severa.
È vitale per un responsabile recitare Daimoku con tutto il cuore, fare ogni possibile sforzo, e aprire il cammino con tutto se stesso, così che ognuno possa assaporare la gioia della vittoria e avanzi con coraggio e brio. La lotta per il successo è dura. È una sfida. Si riduce tutto al sincero desiderio dei responsabili di vincere quella battaglia. La tenacia è la chiave. Desidero che i responsabili delle divisioni giovani lo incidano nella loro vita, nel mezzo dei loro concreti sforzi per realizzare kosen-rufu.
Adesso la SGI-Italia, che continua la sua dinamica crescita, sta facendo grandi e gioiosi progressi per la pace e la cultura. I suoi membri stanno costruendo una bella rete d’amicizia e fiducia nella società. A sostegno delle loro attività umanistiche, una provincia ha intitolato una via al nostro primo presidente Tsunesaburo Makiguchi e due città gli hanno dedicato dei parchi. Niente potrebbe farmi più felice. Ricordo con affetto la lezione che tenni all’Università di Bologna, una delle università più antiche del mondo.
Cicerone gridò ai governanti di Roma: «[Nessun potere] può minare e distruggere la vostra unione con i cavalieri romani e l’unanimità che esiste solo tra le brave persone» (Cicerone, In Catilinam).
Lo scopo di molte aziende è accrescere i loro profitti. Lo scopo delle nazioni è prosperare e svilupparsi. Allora qual è lo scopo della Soka Gakkai? È kosen-rufu e la pace mondiale. È aumentare il numero di Bodhisattva della Terra. Questo è il compito che ci ha affidato Nichiren Daishonin. Ecco perché coloro che lavorano per realizzare kosen-rufu sono così nobili. E lavorare per kosen-rufu significa nutrire in fondo al cuore il desiderio di shakubuku, il desiderio di aiutare un altro amico, di farsi un altro alleato. Questa è la cosa più importante di tutte che produce benefici sconfinati. È anche la forza alla base della Soka Gakkai. Il mondo sta aspettando l’umanesimo. Aumentare il numero dei nostri amici è una fonte di immensa gioia. Facciamo molte nuove amicizie e insieme percorriamo il sentiero verso la felicità.
Rafforziamo con saggezza e gioia la nostra meravigliosa alleanza di Soka, recitando per incoraggiarci e sostenerci reciprocamente.

(continua)

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Marco Tullio Cicerone

Cicerone, nato nel 106 a.C. da un’agiata famiglia equestre, studiò a Roma le discipline necessarie per un perfetto uomo politico: diritto, filosofia, eloquenza. Esordì come oratore, all’età di 25 anni, in una causa contro Ortensio Ortalo, il più illustre avvocato del tempo; divenne famoso al punto che nel 70 i Siciliani, vessati dal governatore Verre, lo vollero come difensore.
Sostenuto dalle classi dominanti, fu eletto console nel 63, il primo della sua famiglia, quindi “homo novus”, cioè un parvenus. Sconfisse Catilina che in una congiura riunì i ceti rovinati dalle guerre. In questa occasione emerse tutta la sua vanità: infatti volle che la sua opera di salvatore dello Stato fosse esaltata. Nel 56 difese il questore Sestio. L’orazione è importante per la teoria che Cicerone enunzia: la direzione dello stato spetta a tutti gli uomini d’ordine, che attuino un programma moderato e interclassista. È questa la “concordia ordinum” (ovvero la pace sociale) che poteva essere perseguita attraverso il governo dei moderati che si suppongono tesi al bene comune. Negli anni seguenti, Cicerone scrive sulla sua attività di oratore e di uomo politico: nel 55 esce il De Oratore, la sua maggiore opera retorica; nel 54 il De Repubblica, dove tratteggia la figura del princeps. Fra la produzione di opere filosofiche, iniziata nel 45, va ricordata il De Officiis che tratta problemi di etica politica.
Nell’acuirsi della lotta interna al potere, si schierò con Pompeo contro Cesare; potè riconciliarsi con Cesare nel 47, ma fu proscritto e ucciso nel 43, per volontà di Marco Antonio.
L’interpretazione della figura di Cicerone nel corso dei secoli ne ha messo in luce i contrasti sottolineandone ora gli aspetti negativi, come il suo conformismo e conservatorismo, ora quelli positivi. Gli aspetti negativi, comunque, non oscurano gli alti principi espressi da buona parte della sua opera. E, anche se c’è un evidente salto di qualità fra i suoi ideali dichiarati nei testi filosofici e l’applicazione di essi, non si deve dimenticare che proprio ai testi di Cicerone, esaltanti la dignità dell’uomo, si sono ispirati gli spiriti colti dell’Umanesimo e del Rinascimento per riaffermare l’autonomia dell’uomo sulla terra. Il suo concetto di “humanitas” ha pervaso tutto il Rinascimento ed è tuttora alla base della nostra concezione di uomo cortese e raffinato, fornito di buona educazione e di elevati sentimenti.

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