Turchia, crocevia di popoli al confine fra l’Asia e l’Europa. Le riflessioni di pace di Daisaku Ikeda in occasione della sua seconda visita a trent’anni di distanza dalla prima
A Istanbul, con lo sguardo fisso nel blu dello stretto del Bosforo, mi trovai a pensare: «Una città è come un organismo vivente». L’energia irrefrenabile che caratterizza Istanbul mi aveva fatto venire in mente quell’idea, mentre fronteggiavo questa venerabile e antica città, fondata dai Greci ben duemilasettecento anni fa e tuttora piena di vita.
Era il 1992 e quella era la mia prima visita in Turchia dopo circa trenta anni. L’atmosfera esotica e il mistero della città rimanevano intatti, ma si vedevano alti edifici moderni nelle zone più nuove, mentre il traffico si snodava frenetico lungo l’imponente Ponte del Bosforo che attraversa lo stretto.
È una città singolare, per metà situata in Asia e per l’altra metà in Europa, con il Bosforo che divide le due parti e che nel punto più stretto misura solo settecento metri. Pare strano che quello sia il confine tra due continenti, ma forse anche le diversità tra Asia ed Europa sono altrettanto sottili.
Il lato in cui mi trovavo io era in Asia, là dove centocinquant’anni fa Florence Nightingale assisteva i soldati della Guerra di Crimea nelle baracche militari turche riadattate ad ospedale da campo.
In un lontano passato, parte del lato europeo dello stretto era occupato dai cittadini della Repubblica Marinara di Genova. Ma questo accadeva molti secoli fa, sotto l’impero bizantino. Nel Medioevo europeo Istanbul, chiamata allora Costantinopoli, era il centro della civiltà greco-romana e sede orientale della Chiesa cristiana. Più tardi, nel quindicesimo secolo fu capitale dell’impero ottomano e il centro della civiltà islamica. Il passato caleidoscopico di questa grande città è tale da frastornare anche chi conosce bene la storia.
Le torri e la cupola di Aya Sofya, ovvero Santa Sofia: una chiesa, poi divenuta moschea e oggi trasformata in museo; il palazzo di Topkapi ornato di gioielli; il Gran Bazar e il suo labirinto di migliaia di bancarelle; il sarcofago di Alessandro Magno nel Museo Archeologico; le rovine degli edifici e delle fortificazioni romane: gli strati della storia qui si sovrappongono fino a formare un intricato arabesco.
Il Palazzo Dolmabahçe sulla riva dello stretto fu la residenza di Mustafa Kemal Atatürk (1881-1938), il primo presidente della nuova Repubblica della Turchia dopo la caduta dell’impero ottomano.
Ero arrivato ad Istanbul dopo due ore di volo dal Cairo ed era bello essere di nuovo in quel paese. La prima volta, trent’anni prima, avevo trentaquattro anni, e mentre passavo la gente mi chiamava: «Giappone, Giappone!» con voce gentile. I turchi hanno un’affinità speciale con i giapponesi che, secondo una leggenda locale, un tempo erano i loro vicini.
Dice la leggenda che moltissimi anni fa in mezzo al continente eurasiatico scorreva un fiume maestoso, circondato da dolci colline e da campi verdi dove viveva in armonia un popolo di gente pacifica. Ma un giorno una tribù nemica venne e li scacciò. Quelli che fuggirono verso ovest arrivarono in Turchia, mentre quelli che si diressero ad est approdarono in Giappone.
In realtà la data di fondazione della Turchia corrisponde al 552 d.C., ovvero l’anno in cui gli storici cinesi riportano l’apparizione del popolo Tujue in Asia centrale. I Tujue erano appunto i Turchi. Essi si spostarono in lungo e in largo per l’Eurasia, e il vasto continente pareva il loro cortile di casa. La creazione di frontiere che impedirono questi vasti movimenti di popolazioni, storicamente parlando, è un fatto molto recente.
Negli ultimi dieci anni circa, molte nazioni di etnia turca in rapida successione hanno conquistato l’indipendenza, come per esempio il Kazakistan, il Kirgistan, l’Uzbekistan, il Turkmenistan e l’Azerbaijan. Una alleanza tra i paesi di lingua turca si sta pacificamente sviluppando, mentre la Turchia svolge un ruolo chiave.
Per strada, mi imbattei in un gruppo di turisti carichi di pacchi, venuti appositamente dalla vicina Bulgaria per fare acquisti. Dopo le rivoluzioni recentemente avvenute in Europa Orientale e il crollo dell’Unione Sovietica, il numero di visitatori provenienti da quei paesi è cresciuto in maniera esponenziale. Essi vendono merci prodotte nei loro paesi e acquistano vestiti e altro per i loro luoghi d’origine. Fui impressionato dalla loro energia e dalla loro resistenza.
Niente di nuovo però in tutto ciò. Fin dall’antichità, questa città è stata un polo di attrazione per popoli lontani, provenienti dall’Islanda, dall’Etiopia, dal nord della Russia e persino dallo Sri Lanka e dalla Cina. Essi attraversavano deserti, valicavano montagne, navigavano in mari tempestosi pur di arrivare qui e portare mercanzie da vendere, informazioni da scambiare, i sogni delle loro famiglie e le loro speranze per il futuro. Essi crearono uno spettacolo incessante di persone che amarono, soffrirono, provarono speranza, dolore e disperazione e che, nonostante tutto, continuarono ad andare avanti con tenacia. L’eco dei loro passi non è mai svanito sulle strade della città. Anche se i governanti sono cambiati e perfino il nome è diverso, giovani e vecchi, uomini e donne hanno continuato a venire qui coltivando il sogno di un futuro migliore. La forza di questa gente comune è senza dubbio ciò che crea il dinamismo tipico di Istanbul. La città è intensamente viva. Girando per le vie e ascoltando con attenzione si possono ancora udire i loro passi che risuonano sulle antiche pietre delle strade. Istanbul sembra un poema epico da sfogliare per sentire le storie di queste moltitudini.
Il tempo va avanti. La civiltà va avanti. Ma per arrivare dove? Discussi di questo argomento con Arnold Toynbee (1889–1975), insigne storico britannico, e nel corso della mia visita in Turchia, fu pubblicata l’edizione turca dei nostri dialoghi intitolata Choose Life.
Nell’approccio storico di Toynbee, che costituì una completa rottura con la prospettiva eurocentrica, la Turchia fece da sfondo. Partendo da Istanbul per un viaggio intercontinentale sul celeberrimo Orient Express, egli tracciò lo schema di un progetto per uno studio storico che avanzava la tesi della compresenza di molte grandi civiltà mondiali senza che nessuna fosse superiore alle altre. Dopo tre decenni, questa intuizione trovò la sua forma finale nell’opera monumentale dal titolo A Study of History.
Il tempo va avanti. La storia va avanti. La nostra epoca è in bilico tra guerra e pace, tra violenza e dialogo. Dobbiamo essere in grado di tenere un passo avanti rispetto al continuo sviluppo di conflitti e divisioni. Dobbiamo spingerci in avanti, concretizzando iniziative di pace per i prossimi mille e diecimila anni. Sulla base di questo mio convincimento ho viaggiato nel mondo e dopo aver visitato quarantadue paesi in trent’anni, per un totale di circa centotrenta visite, sono tornato di nuovo in Turchia. La mia sfida costante consiste nel vedere quanto lontano posso arrivare nel tempo limitato della mia esistenza.
Da Istanbul volai ad Ankara, la capitale, per tenere una conferenza all’università. Tre studenti dell’Università Soka che si trovavano lì per motivi di studio mi attendevano con occhi brillanti come gioielli. «Va tutto bene – pensai mentre avvertivo un’ondata di gioia nel cuore – Ho con me questi giovani, che seguiranno il mio cammino di pace. Ho con me questi giovani in tutto il mondo».
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Gli incontri fra Daisaku Ikeda e la Turchia
2-4 febbraio 1962 Dopo Iran e in Iraq, Ikeda arriva a Istanbul e visita alcuni luoghi storici fra i quali il museo di Aya Sofya e il Topkapi.
5-6 ottobre 1964 Ikeda arriva a Istanbul da Teheran per una breve visita.
18-25 giugno 1992 Ikeda arriva a Istanbul dal Cairo. È presente all’apertura del Festival internazionale delle arti. Visita di cortesia al governatore della provincia di Istanbul, Hayru Kozakcioglu. Presso il municipio della città riceve il Merito d’Onore della Città di Istanbul e ha un colloquio con il sindaco Nurettin Sözen. Incontro con il musicista Baris Manço e sua moglie Lale. Incontro con il Ministro degli Esteri turco Hikmet Cetin. Ad Ankara depone una corona sulla tomba di Mustafa Kemal Atatürk, fondatore e primo presidente della Repubblica della Turchia. Incontro con il rettore dell’Università di Ankara, Necdet Serin, e sua moglie Semiramis. Visita di cortesia al Ministro per la Cultura Fikri Saglar. Al pomeriggio, apertura della mostra Dialogo con la natura – Fotografie di Daisaku Ikeda alla Galleria dell’Accademia di Stato. Nell’occasione riceve un riconoscimento dal ministro turco per la cultura. L’Università di Ankara conferisce un dottorato onorario al presidente della SGI, che tiene una conferenza intitolata Una nuova Via della Seta dalla culla della civiltà. Ikeda partecipa a un ricevimento per la pubblicazione del dialogo Toynbee-Ikeda, tenuto dal Dr. Ihsan Dogramaci, presidente del Consiglio turco per l’Educazione e gli conferisce un riconoscimento a nome dell’Università per il suo impegno in campo umanitario.
Ikeda ha incontrato il presidente turco Turgut Özal nel novembre del 1990 e il primo ministro Suleyman Demirel nel dicembre 1992, nel corso delle loro visite in Giappone. Nel giugno 1990, il presidente della SGI ha ricevuto l’Ordine alla Memoria del centenario dell’amicizia turco-giapponese come riconoscimento del suo contributo alla pace, alla cultura e all’educazione.
L’Associazione concertistica Min-On e l’Università Soka hanno promosso scambi educativi e culturali tra Giappone e Turchia.