«Così tutte le volte che pensavo: “…ora gli parlo della pratica”, mi mettevo subito a parlare di Buddismo. Cominciai a fare shakubuku con la semplicità dei bimbi, che parlano di tutto e con tutti senza preoccuparsi del dopo, di cosa può accadere, di cosa possono pensare gli altri»
Io credo di aver avuto una grande fortuna: prima di incontrare il Buddismo ero… sì, diciamo… un po’ cinico, misantropo, collerico, con una leggera vena d’arroganza.
Perché parlo di fortuna? Perché questa mia oscurità è stata molto utile per lo shakubuku. La mia rivoluzione umana è stata fondamentale. Tutti quelli che mi conoscevano rimanevano sbalorditi dal cambiamento. È come quando uno prepara un piatto buonissimo: tutti vogliono la ricetta. Non so perché. Forse perché le persone vogliono migliorare la loro cucina, forse per cambiare.
Questa è stata la mia fortuna: la grande trasformazione. Le persone che mi conoscevano, erano incuriosite. Così bastava che loro mi chiedessero cosa fosse cambiato nella mia vita, per parlargli della pratica. E… sapete com’è! Quando uno ha una ricetta nuova, il desiderio di sperimentarla è grande.
Così dal sentire parlare di Nam-myoho-renge-kyo, a recitare, il passo è breve. Secondo me, pensavano: «Se c’è riuscito lui, forse, posso riuscirci anch’io». Detto così, potrebbe sembrare invidia; e invece è un principio fondamentale di questo Buddismo: non c’è alcuna differenza tra Shakyamuni e il comune mortale, cioè tutti noi.
In pratica, questi, si sono fatti shakubuku da soli. È stato facile. Invece quando io volevo parlare della pratica a qualcuno, era una tragedia. Balbettavo. Farfugliavo. Mi imbarazzavo. Mi sentivo sempre fuori posto. Non trovavo mai il momento giusto.
Ecco! Forse questa era la vera tragedia: mi ero convinto che esistesse un momento giusto per parlare della pratica e uno sbagliato. E così aspettavo… aspettavo… aspettavo… e basta. Non succedeva mai niente. Non riuscivo mai a parlare di Buddismo con nessuno.
Per superare questo ostacolo non è stato sufficiente il Daimoku da solo. Ho dovuto metterci sopra anche un bel po’ di studio. Mi dicevano: «…per fare shakubuku ci vuole ichinen». Ora, la parola ichinen l’avevo sempre tradotta con “determinazione”. Così mi ero convinto che per fare shakubuku ci volesse determinazione. Pensavo fosse una cosa di testa. Chessò, come quelli che vogliono spostare gli oggetti con il pensiero. Così mi concentravo… mi concentravo… mi concentravo… ma non succedeva niente.
E qui mi ha aiutato lo studio. Un giorno, infatti, ho trovato l’esatta traduzione della parola ichinen. Significa: un istante, un pensiero. Oggi, dopo aver fatto questa sperimentazione sullo shakubuku e sull’ichinen, mi piace pensare che l’ichinen sia il nostro stato vitale nell’istante in cui noi pensiamo: «…basta! Ora gli parlo della pratica». Quello, proprio quell’istante, è una manifestazione della nostra Buddità.
Avete presente Gongyo?
«Mai ji sa ze nen…»
«Questo è il mio pensiero costante […] che tutti gli esseri viventi raggiungano il corpo del Budda». Questo è il pensiero del Budda. Tutte le volte che pensiamo: «…ora gli parlo della pratica», stiamo manifestando la nostra Buddità.
Insomma, mi convinsi che se quello era il pensiero del Budda, era il caso di farlo seguire da un’azione illuminata. Così tutte le volte che pensavo: «…ora gli parlo della pratica», mi mettevo subito a parlare di Buddismo. Cominciai a fare shakubuku con la semplicità dei bimbi, che parlano di tutto e con tutti senza preoccuparsi del dopo, di cosa può accadere, di cosa possono pensare gli altri.
Le cose, obiettivamente, cambiarono. A dicembre 2003, avevo parlato di Buddismo a tutti quelli che conoscevo.
Almeno, così mi sembrava. Il Gohonzon pensò bene di darmi una lezione. Una mattina davanti al Gohonzon espressi una mia perplessità: «Nonostante il mio desiderio di fare shakubuku, io non conosco più nessuno. Ho fatto shakubuku a tutti quelli che conosco». Finisco il Daimoku, esco e vado al supermercato. Mentre spingo il mio carrello…
«Fabrizio, Fabrizio».
Mi giro. Una ragazza chiama uno con il mio stesso nome.
«Fabrizio, Fabrizio».
Mi rigiro. Chiama proprio me. Si avvicina. La guardo. Mi sembra vagamente conoscente, ma non ricordo che ci fossimo mai presentati.
Mi allunga una mano: «Mi hanno detto che sei buddista. Posso venire qualche volta alle vostre riunioni?»
Mollo il carrello. Torno a casa di corsa a chiedere scusa alla mia vita. Sapevo bene che quella era una risposta del Gohonzon: mai mettere dubbi sulla realizzazione dei propri desideri davanti al Gohonzon. Mai!
Quando ero piccolo… 15-16 anni, la mattina andavo a scuola e il pomeriggio lavoravo da un medico: un otorinolaringoiatra. Ne ho viste di tutti i colori.
Il mio lavoro era semplicissimo: aprivo e chiudevo la porta. Le persone suonavano. Io aprivo la porta. Le facevo accomodare in sala d’aspetto. Quando era il loro turno, entravano. Parlavano con il medico, poi uscivano con la ricetta, ben felici di avere una terapia per i loro malanni.
Per me, fare shakubuku è come lavorare dal medico: il mio lavoro è quello di aprire la porta. Il vero lavoro viene fatto dal medico, cioè da tutti quelli che sostengono queste persone, vedi il gruppo, vedi le riunioni di discussione, vedi le riunioni di studio, vedi tutti i responsabili.
Ma soprattutto lo fa la determinazione di quelli che vengono a bussare alla nostra porta e vanno via con una medicina per curare i loro malanni.
Prima di incontrare questo Buddismo, mi chiedevo cosa ci stessi a fare su questa terra. Se la mia fosse o meno una vita utile. In fondo, cosa cambiava se io esistevo oppure no? La mia reazione fu quella di cercare di produrre qualcosa d’importante. Io pensavo, chessò, un libro, un dipinto, oppure un figlio. Ovviamente non sono riuscito a fare nessuna delle tre.
Questa domanda mi provocava una certa sofferenza. Lo stesso istante in cui ho fatto il primo shakubuku, tutte queste domande sono svanite. Ho sentito di aver fatto la prima cosa veramente importante per la mia vita. Sentivo di aver spostato un piccolo granellino di sabbia. E tanto bastava perché la mia non fosse una vita inutile. È stato questo ad aiutarmi ad aprire tutte queste porte.
Occorre prendere lo shakubuku con serenità. Il vero lavoro, la rivoluzione umana, la faranno il malato e la buona medicina. Noi siamo solo degli apritori di porte.
Pensate: «…a cosa servirebbe conoscere una buona medicina se nessuno avesse il coraggio di aprire la porta?»