«Il Buddismo insegna a non avere paura della sofferenza, così, imparando a sentire la mia, ho cominciato a capire il dolore degli altri»
I miei trenta anni di pratica sono stati costellati sia da vittorie che da sofferenze, come il fallimento del mio matrimonio, da cui mi sono rialzata con fatica, consapevole però che mi aveva regalato due splendidi figli, Sarah e Josh. La separazione non aveva influito troppo su di loro e tutto sembrava procedere, ma la vita ci mette sempre alla prova e una tragedia si abbatté sulla mia cara amica Paola che mi aveva fatto conoscere il Buddismo. In quel momento di inconsolabile dolore, quando comunicai ai miei figli che Matteo, il figlio di Paola, non era più con noi, Sarah mi disse: «Avrei dovuto morire io al suo posto. Lui era felice e amava la vita. Io non vedo l’ora di morire per rinascere uomo!». Così mia figlia mi comunicò di essere una persona transgender.
La sua innata serenità iniziò a oscurarsi, divenne insofferente e triste. Pensavo che il disagio fosse dovuto all’adolescenza, ma la mia preoccupazione crebbe quando mi accorsi che si infliggeva delle ferite sulle braccia. Sarah voleva essere trattata come un ragazzo. Si tagliò i capelli cortissimi, cominciò a nascondere il seno e fece coming out a scuola, mentre con una psicologa cercava di ricomporre il puzzle della sua identità. Approfondendo l’argomento, scoprii che una persona transessuale quando si guarda allo specchio non si riconosce, si sente intrappolata nel corpo sbagliato, la mente e il corpo non combaciano.
La conoscenza però, invece di supportami, mi gettò in uno stato di sconforto che mi portò in lacrime davanti al Gohonzon per cercare una luce. Avevo paura del diverso, paura di accogliere una nuova realtà in famiglia, paura dell’opinione altrui, paura di cambiare le aspettative che avevo sulla sua vita, paura del rifiuto e dei maltrattamenti psicologici o fisici a cui poteva andare incontro, paura di qualcosa che pensavo di non saper fronteggiare.
La paura è un’illusione e il presidente Ikeda spiega che è uno dei dieci eserciti che il “demone del sesto cielo” utilizza per cercare di fermare il nostro cammino verso la felicità e, piuttosto che scappare rinunciando alla nostra felicità, dovremmo capire, alla luce degli insegnamenti buddisti, come affrontarla. Leggendo le parole del Daishonin: «Non dovresti sentire la minima paura nel cuore. […] è la mancanza di coraggio che impedisce di conseguire la Buddità» (RSND, 1, 568) e: «Un codardo non potrà mai ottenere risposta a nessuna delle sue preghiere» (Ibidem, 889) decisi di raccogliere il coraggio del “re leone” per affrontare questa sfida con la convinzione che, tramite la mia preghiera, avrei risolto qualunque problema e sarei stata accanto a mia figlia, incondizionatamente. Con molta fatica iniziai con il nome: non più Sarah, bensì Derek. Mi è stato ripetuto più volte che Derek è un Budda perfettamente dotato così com’è e io, come genitore, devo rispettare la sua Buddità e incoraggiarlo a trovare la sua identità affinché diventi la persona più felice del mondo, qualsiasi decisione prenda.
Recitavo per mettere in pratica la frase: «La fragranza interna otterrà protezione esterna» (RSND, 1, 752); volevo che il mio Daimoku risvegliasse non solo la mia natura di Budda, ma anche quella di tutti i fenomeni e delle persone che mi circondavano. La “protezione esterna” è stata palese per Derek: il fratello è stato il primo a riconoscerlo senza alcuna difficoltà; il padre, nonostante la lontananza, lo ha appoggiato completamente; a scuola lo hanno accettato e durante un viaggio ha preso una stanza in affitto e quando ha dovuto spiegare l’incoerenza tra nome e carta d’identità, la proprietaria gli ha mostrato una foto: «Vedi – gli ha detto – questo è mio figlio. E questa accanto a lui è la sua fidanzata. Lei prima era un uomo».
Desideravo inoltre che mio figlio iniziasse a praticare, in modo che le sue scelte potessero essere guidate dalla saggezza del Gohonzon. Il 28 aprile del 2015 Derek mi ha chiesto di fare Gongyo e a luglio dello stesso anno è diventato membro della Soka Gakkai.
La sofferenza non si può evitare: il Buddismo insegna a non averne paura, così, imparando a sentire la mia, ho cominciato a capire il dolore degli altri. E proprio come scrive il presidente Ikeda: «Tutti abbiamo il nostro karma o destino. Ma quando lo guardiamo dritto in faccia e ne cogliamo il vero significato, allora ogni avversità può aiutarci a condurre una vita più ricca e profonda. Le azioni che compiamo per affrontare il nostro destino diventano un esempio e una fonte di ispirazione per innumerevoli altre persone» (D. Ikeda, Il mondo del Gosho, esperia 2011, pag. 466).