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Sentirsi gocce ed essere mare - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 01:32

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Sentirsi gocce ed essere mare

Dedicare la propria vita a qualcosa o a qualcuno non ha niente a che vedere con l’abnegazione o il sacrificio. Per il Buddismo “offrire la propria vita” significa arricchire se stessi nello scambio continuo con il proprio ambiente, come una goccia che, immersa nel mare, ne manifesta l’infinita energia

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Dedicare la propria vita a qualcosa o a qualcuno non ha niente a che vedere con l’abnegazione o il sacrificio. Per il Buddismo “offrire la propria vita” significa arricchire se stessi nello scambio continuo con il proprio ambiente, come una goccia che, immersa nel mare, ne manifesta l’infinita energia

Recitando Daimoku, offriamo e dedichiamo la vita al Budda centinaia di volte ogni giorno. Nichiren Daishonin ha infatti premesso al titolo del Sutra del Loto, Myoho-renge-kyo, il termine nam. «Ma qual è il significato di nam? Questa parola deriva dal sanscrito e significa dedicare la propria vita. In definitiva vuol dire offrire la propria vita al Budda» (L’offerta del riso bianco, SND, 4, 285).
È un’espressione che richiama immediatamente l’idea del sacrificio, se non addirittura del martirio, anche se la tradizione buddista non è certo lastricata di martiri, proprio perché il Buddismo si caratterizza per una forte promessa di felicità in questo mondo.
L’ha ribadito anche recentemente Daisaku Ikeda: «L’essenza del Buddismo di Nichiren, nonché l’intento fondamentale della Soka Gakkai, è la creazione di un mondo in cui si diviene felici insieme agli altri. Non si tratta di abnegazione, ma di attivazione» (MDG, 144). È una precisazione importante perché negandola, ci rivela che l’abnegazione è comunque il primo modo di raggiungere la felicità che ci viene in mente.
In effetti realizzare la felicità sacrificando la propria vita, ovvero ciò che Nichiren Daishonin definisce il più prezioso di tutti i tesori, non è un concetto propriamente in accordo con la legge di causa ed effetto. Eppure la visione da martire della pratica buddista si insinua vischiosamente nel nostro modo di vivere. In fondo è una componente del kit “oscurità fondamentale”, in dotazione ad ogni essere umano fin dalla nascita, perché dietro il nobile sacrificio di sé a favore degli altri, si cela la negazione della propria natura di Budda.
I sintomi che indicano la fase acuta della visione da martire sono noti: abusare di sé, vivere al di sopra delle proprie risorse fino ad ammalarsi, accollarsi impegni esagerati e sentirsi bene solo quando si erogano servizi per gli altri. Inoltre la dedizione viene risolta solitamente sul piano quantitativo, cioè esterno, e per ogni nuovo obiettivo o responsabilità, viene messo in cantiere un aumento del carico di fatica: più Daimoku, più studio, più shakubuku, più riunioni. La garanzia dell’efficacia di queste cause viene vista proprio nella fatica, nelle difficoltà che provocano all’aspirante martire. Chiaramente, utilizzando le proprie capacità così come la mente impone, le si considera a somma zero e quindi ogni nuovo impegno comporta la sottrazione di risorse da un altro aspetto della propria vita. Se non ci si dirige a grandi passi verso la spia rossa – carburante esaurito – si diventa professionisti dell’attività buddista, a discapito di tutto il resto. Anche in questi casi, purtroppo, si conferma la validità delle parole di Nichiren Daishonin: «Finché non percepisci la natura della tua mente, la tua pratica sarà un’infinita e dolorosa austerità» (Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza, SND, 4, 4).
Fortunatamente però, offrendo sinceramente quello che si è, la percezione della propria natura di Budda affiora anche nei casi più ostinati. Nel Gosho La vera entità della vita Nichiren esorta Sairen-bo, oltre a praticare e studiare, ad insegnare agli altri «come meglio puoi, anche una sola frase o una sola parola» (SND, 4, 235) È una frase molto incoraggiante, perché significa che non esiste un livello minimo sotto il quale la nostra offerta non è efficace, ma che ogni capacità è fonte di benefici e degna di lode.
Se “facciamo del nostro meglio”, cioè se mettiamo a disposizione degli altri sinceramente le nostre esperienze, le nostre conoscenze, la nostra disponibilità, possiamo trasformare qualunque situazione radicalmente. È una trasformazione che viene enunciata nella frase «ognuno di voi deve essere convinto che sacrificare la vita per il Sutra del Loto è come scambiare sassi con oro o immondizia con riso» (Il comportamento del Budda, SND, 4, 42). Per molto tempo mi è sembrata una frase in contraddizione con il principio che tutti possiedono la Buddità e che la vita è il più prezioso di tutti i tesori. Perché allora paragonare un tesoro a sassi o immondizia?
Poi ho sperimentato che, ripetendo senza alcuna consapevolezza azioni, come recitare Gongyo e Daimoku, partecipare alle riunioni, stare vicino a chi è in difficoltà e studiare il Buddismo, il mio mondo interiore è cambiato ed ho iniziato a replicarle con crescente consapevolezza finchè si è aperta una dimensione di gioia, gratitudine e compassione che mi fa percepire la mia vita e quella degli altri come qualcosa che veramente ha valore e merita rispetto. So che se non avessi avuto questo straordinario mezzo di trasformazione avrei continuato a considerare la vita, mia e degli altri, come sassi o immondizia. Il sacrificio di cui scrive Nichiren è dunque del tutto apparente e si tratta, in realtà, dell’affiorare di una nuova consapevolezza. La nostra vita è sempre stata oro e riso, solo che noi la consideriamo come sassi o immondizia. La pratica buddista, per noi stessi e per gli altri, ci porta dunque ad operare uno scambio. La natura di questo scambio viene precisata nel Gosho Il cancello del drago dove Nichiren afferma che offrire la propria vita per il Sutra del Loto è come fare tornare una goccia di rugiada nell’oceano, o un granello di polvere alla terra (vedi SND, 4, 277). Attraverso queste similitudini ci viene illustrato il principio per cui ogni vita partecipa del grande ritmo della vita, myoho-renge-kyo, per cui offrire la propria vita significa percepirne la vera natura e comprendere che si tratta di una manifestazione speciale, diversa da tutte le altre, della stessa Legge. È come sentirsi una goccia d’acqua e invece essere il mare. Niente della nostra ricchezza o delle nostre peculiarità potrà mai perdersi in qualcosa che è incommensurabilmente più grande di noi e condivide la nostra natura. Anzi, sentirsi mare significa progettare cambiamenti inconcepibili per una singola goccia.
Dunque in questo offrire, dedicare e sacrificare si opera in realtà una continua trasformazione di noi stessi e della percezione che abbiamo di noi stessi, che ci porta a distillare il meglio della vita, che è proprio sentirsi un Budda che vive fra Budda. È una trasformazione continua e incessante, che non ha traguardi prima del termine naturale della vita, come recitiamo ogni giorno durante la lettura del libretto di Gongyo: «Isshin yok-ken butsu fuji shaku shin myo» che, liberamente tradotto, significa “con l’unico ardente desiderio di vedere il Budda non risparmiano la propria vita”. In questa frase lo spirito dell’offerta (il desiderio di vedere il Budda), l’offerta stessa (non risparmiano le loro vite) e il risultato che ne consegue (vedere il Budda) sono enunciati con una intensità straordinaria. Noi la ripetiamo tutti i giorni, mattina e sera, perché la grande forza del Buddismo sta proprio in questa incessante ripetizione che porta la mente, anche quando è altrove, ad allinearsi alla voce che ripete, al corpo eretto, alla cerimonia in corso e trasforma così profondamente la nostra vita mentre la viviamo.
Ormai abbiamo imparato che non c’è un momento della nostra esistenza in cui “vivono tutti felici e contenti” in automatico e cala la tela, come le favole dell’infanzia ci hanno promesso. Ci piacerebbe molto, fantastichiamo ancora in questo senso, ma sappiamo bene che, senza cura, ogni aspetto della vita è destinato a deteriorarsi. Allora vale la pena ricordare che “più profonde sono le radici, più rigogliosi crescono i rami”, e cioè che attraverso la pratica buddista ogni aspetto della nostra vita si sviluppa armoniosamente, che le nostre risorse aumentano naturalmente e sono in grado di nutrire ogni ramo. La crescita della nostra forza vitale, saggezza e buona fortuna ci vengono da un desiderio positivo, quello di vedere la nostra e altrui natura di Budda, e non dal sentimento negativo di sentirci il Calimero del genere umano, e dunque di dover espiare la nostra indegnità attraverso austerità senza fine. È un po’ come quando nascono i figli: per provvedere alla loro cura siamo in grado di estrarre da noi stessi un patrimonio di risorse fisiche e spirituali che ci porta a chiederci come facevamo a essere stanchi prima del loro arrivo. In questo continuo confronto con loro, con le loro esigenze e difficoltà, la nostra vita si rivela molto più ricca di quanto avremmo mai creduto. E l’estrazione di questi tesori avviene naturalmente, quotidianamente, motivata unicamente dal desiderio di crescere delle persone felici o, quantomeno, di non soccombere al loro passaggio. Nello stesso modo il desiderio di vedere il Budda ci permette di sviluppare una condizione vitale sempre più elevata. A volte il Budda si nasconde bene, non ne vediamo traccia nel nostro interlocutore o in noi stessi. Ma se il desiderio di incontrarlo è davvero forte, si rivela a noi immancabilmente.
Recentemente non riuscivo proprio a pensare che il mio interlocutore fosse neanche un lontano parente del Budda. Recitavo con furiosa ostinazione, dicendomi «ci deve essere un modo per considerare quello lì una persona come me e avere compassione di entrambi» e infatti il modo c’è ed è recitare Daimoku desiderando di vedere il Budda. Questo vale sempre e ovunque, perché il Buddismo non esaurisce il suo significato nella comunità dei fedeli, ma si rivolge al mondo, alla storia, all’umanità. Nell’Offerta del riso, un Gosho interamente dedicato ad approfondire il significato dell’offerta, Nichiren Daishonin afferma la superiorità del Sutra del Loto rispetto agli altri sutra dicendo che «il Sutra del Loto spiega che le cose del mondo sono essenzialmente il Buddismo» (SND, 4, 287). Se la realtà della vita si manifesta in tutte le infinite espressioni della vita, “dedicarsi al Sutra del Loto” non significa soltanto dedicarsi alla pratica buddista, ma piuttosto alla vita in ogni suo aspetto. Una bellissima spiegazione di questo principio ci è stata regalata qualche anno fa da Richard Causton: «[…] recitare Nam-myoho-renge-kyo (l’aspetto religioso della pratica buddista) equivale a venerare ed esprimere gratitudine per tutta la vita dell’universo. Ma significa anche che nella condizione più alta, cioè la Buddità, tutte le azioni della nostra vita nascono dal desiderio di creare felicità per sé e per gli altri e sono, di conseguenza, anch’esse dedicate all’insieme della vita» (DuemilaUno, n. 78, pag. 53). Questa spiegazione ci fa comprendere le frasi di Gosho in cui Nichiren ci esorta a dare la nostra vita per il Sutra del Loto sotto una nuova luce. Non si tratta di sottrarci alla vita familiare e sociale in nome della nostra pratica, ma di dedicarci ad essa comprendendo che si tratta di manifestazioni della Legge.
Ognuno di noi può esprimere il suo talento ed arricchire, valorizzare la vita di chi gli sta vicino se non rinuncia ad esprimere il suo potenziale, se dedica agli altri non il sacrificio di sé, ma le sue vittorie. Non a caso Daisaku Ikeda utilizza il termine “attivare” la felicità e non “raggiungere”, perché attivare comporta il mettere in azione qualcosa che già esiste. La felicità è una condizione che fa parte della vita e come tale possiamo attivarla attraverso la pratica buddista.

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