Deprecated: Function strftime() is deprecated in /var/www/vhosts/ilnuovorinascimento.org/wp-dev.ilnuovorinascimento.org/site/wp-content/themes/nuovo-rinascimento/functions.php on line 220
Reinventarsi la vita - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

24 gennaio 2026 Ore 23:46

576

Stampa

Reinventarsi la vita

Anny Lazzari, Mestre (VE)

In poco tempo tutto era crollato, sul piano personale e su quello lavorativo. Volevo trovare un modo nuovo di vivere. La prima cosa era accettare fino in fondo la situazione in cui mi trovavo e recitare Daimoku con forza perché venissero fuori le soluzioni giuste

Dimensione del testo AA

In poco tempo tutto era crollato, sul piano personale e su quello lavorativo. Volevo trovare un modo nuovo di vivere. La prima cosa era accettare fino in fondo la situazione in cui mi trovavo e recitare Daimoku con forza perché venissero fuori le soluzioni giuste

Ho sempre lavorato nella moda, prima come indossatrice, poi come organizzatrice e regista di eventi; purtroppo nei primi anni ’90 è iniziata una fase dolorosa ed estenuante della mia vita. Vari tipi di tumore si accanivano contro persone a cui volevo bene, in passato avevo perso due sorelle, mia figlia si ammalò molto seriamente a soli diciannove anni e qualche anno dopo persi mia madre.
In seguito a un gravissimo incidente stradale, in cui mi ruppi tre vertebre cervicali, mi ammalai di depressione e finii sull’orlo dell’anoressia. Decisi di fare dei controlli medici e il risultato fu che avevo un “maltoma gastrico” cioè delle cellule maligne sotto la mucosa gastrica. A questa situazione, sul finire del 1999 si aggiunse la decisione del mio socio di abbandonare la società proprio quando era ai massimi livelli e avevamo onerosi contratti da portare a termine. In quel periodo mi separai anche da mio marito.
Quell’anno un’indossatrice mi parlò del Buddismo di Nichiren e mi insegnò a recitare Nam-myoho-renge-kyo. Nella situazione in cui mi trovavo non avevo nulla da perdere e iniziai subito a praticare. Ricordo ancora la prima riunione: il suono vibrante del Daimoku e il forte incoraggiamento a pormi grandi obiettivi. La cosa che desideravo di più e che mi sembrava veramente impossibile era trovare il medico giusto. Iniziai a praticare regolarmente e a novembre del 2000 decisi di ricevere il Gohonzon.
La mia guarigione però sembrava sempre lontana. Mi sottoposi a diverse cure con gravi effetti collaterali. In quel periodo mi aiutò molto una frase del Gosho Lettera a Niiike: «Il viaggio da Kamakura a Kyoto dura dodici giorni: se viaggi per undici giorni e ti fermi quando ne manca uno solo, come puoi ammirare la luna sopra la capitale?» (RSND, 1, 911). Le pesanti cure che dovevo fare mi procuravano continue emorragie che mi portavano a dubitare, ciononostante la forte determinazione a guarire mi spingeva sempre davanti al Gohonzon. Alla fine di quel periodo il tumore era retrocesso e poi diventò stazionario. Nonostante la malattia volevo vivere normalmente, dedicandomi all’attività buddista e alla pratica per gli altri. In Risposta a Kyo’o Nichiren scrive: «Credi profondamente in questo mandala. Nam-myoho-renge-kyo è come il ruggito di un leone. Quale malattia può quindi essere un ostacolo?» (RSND, 1, 365). Questa frase si rivelò indispensabile quando un’ennesima crisi mi portò a vedere la morte in faccia. Quando la superai e fui dimessa dall’ospedale decisi che nessun ulteriore ostacolo mi avrebbe fermato e avrei sempre continuato a recitare Daimoku. Qualche mese dopo mia figlia, leggendo l’esito dell’ultimo esame, disse: «Mamma sei guarita! Ce l’abbiamo fatta!». Era il 2003.
Per come percepivo la mia vita mi sembrava che tutto avesse origine dal fatto che avevo troppe responsabilità, sia nella famiglia che nel lavoro, e le mettevo al centro di tutto. Ora volevo ripartire basandomi sul Gohonzon: prima guardavo sempre fuori e mettevo tutto e tutti su un piedistallo, ora volevo guardare dentro di me, valorizzarmi e parlare a tante persone del Buddismo utilizzando la mia esperienza per trasmettere la possibilità di attingere alla forza infinita che ognuno possiede. Quando i dubbi riemergono rileggo sempre la frase: «Non permettere mai che le avversità della vita ti preoccupino, nemmeno i santi o i saggi possono evitarle. Recita Nam-myoho-renge-kyo […]. Quando c’è da soffrire, soffri; quando c’è da gioire, gioisci. Considera allo stesso modo sofferenza e gioia, e continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo» (Felicità in questo mondo, RSND, 1, 607).
Ci sono voluti dieci anni di pratica assidua per far sparire quasi del tutto le paure e gli incubi notturni dovuti alla malattia. L’ultimo strascico fu nel 2010, quando mi diagnosticarono un’ulcera allo stomaco di identità sospetta. Subito pensai che dovevo andare oltre la mia paura e oscurità perché non tutto quello che si vede è la vera realtà, bisogna sempre andare oltre la superficie. Pochi giorni dopo mi trovai a una cena con dei compagni di fede e uno di loro raccontò che stava male per un’ulcera allo stomaco dovuta all’helicobacter pylori, un batterio che si cura con gli antibiotici. Pensai: «E se avessi anch’io questo batterio?». Feci le analisi e risultò che effettivamente avevo un’ulcera da helicobacter. In poco tempo guarii e mi resi conto che avevo vinto ancora una volta sulla malattia e che era fondamentale avere fede e imparare ad ascoltare gli altri.
Un giorno davanti al Gohonzon mi sono chiesta: «Ma perché mi ci sono voluti tutti questi anni e non ho realizzato gli obiettivi entro le date che mi ero prefissata?». Mi sono resa conto che quando si scava nelle profondità della vita e si vuole lucidare lo specchio “appannato”, la misura che normalmente si dà al tempo svanisce. Ho capito che la cosa veramente importante è mettermi sempre davanti al Gohonzon e ricominciare ogni giorno con un giusto atteggiamento, soprattutto quando sento di non essere a ritmo con me stessa.
Era il momento giusto per reinventarmi la vita. In poco tempo tutto era crollato. Sul piano personale, dopo avere iniziato a praticare avevo conosciuto una persona di valore e condiviso con lui una relazione durata dieci anni e interrotta per divergenze caratteriali e per orgoglio. Sul piano lavorativo, sentivo la necessità di riprendere il lavoro, la mia arte e garantirmi un’indipendenza economica. Volevo trovare un modo nuovo di vivere. La prima cosa era accettare fino in fondo la situazione in cui mi trovavo e recitare Daimoku con forza perché venissero fuori le soluzioni giuste.
Anche se avevo alle spalle trentacinque anni di attività da professionista pensavo di ricominciare da zero organizzando piccoli eventi nel campo della moda e dello spettacolo. Invece ebbi grandi opportunità: creai un sito per regalare ai giovani la mia esperienza e proprio coi giovani talenti che stavo aiutando organizzammo un grande evento che ci portò al Teatro Verdi di Padova. Una forte emozione perché era il teatro dove avevo interrotto la mia attività a causa della malattia. Ci sono rientrata da regista mettendo a frutto tutta l’esperienza accumulata nella vita professionale ma soprattutto nell’attività buddista, circondata dai giovani che iniziavano a inserirsi nel mondo del lavoro. Il successo è stato così grande che il sindaco di Padova è venuto personalmente a complimentarsi e i tecnici hanno a lungo applaudito per la serietà e il rispetto che avevo avuto verso tutti i collaboratori. Era come se la vita mi ripagasse con gli interessi, facendomi vedere la rivoluzione umana che avevo intrapreso. L’attività con la Divisione donne mi aveva aiutata ad accettare e valorizzare il carattere di ogni persona, anche quello del mio ex compagno, tanto che siamo tornati insieme costruendo giorno dopo giorno un rapporto profondo e rispettoso.
Dopo il primo spettacolo teatrale sono seguite altre importanti collaborazioni con molte associazioni e ciò mi ha spinta a creare un’organizzazione culturale senza scopo di lucro, al fine di aiutare i giovani nell’inserimento lavorativo. Ho sempre tenuto in grande considerazione la frase del Gosho I tre tipi di tesori che dice: «Il Buddismo insegna che la fragranza interna otterrà protezione esterna» (RSND, 1, 752).
In tutti questi anni non ho mai smesso di impegnarmi per kosen-rufu. Al di là dell’età – ho sessantacinque anni – ho ottenuto tutto quello che desideravo in campo lavorativo e nella sfera sentimentale. Leggendo gli incoraggiamenti che il Daishonin rivolge alla madre di Oto-Gozen mi sembra che Nichiren parli proprio a me. Lei, che era una donna con una salute precaria, sola con una figlia, ha attraversato mille avversità per incontrare il suo maestro. Il suo viaggio, secondo me, è un percorso esistenziale che ognuno può intraprendere se vuole far emergere la Buddità. Io porto la pratica in ogni lavoro che realizzo, parlo a tutti del Buddismo e ho sempre kosen-rufu nel cuore. A volte, quando ho grandi difficoltà o magari dei desideri non si realizzano, recito molto Daimoku ogni giorno per lunghi periodi. Cerco di attivare la Buddità e quando la mente è sgombra arriva l’idea giusta, la strada che devo intraprendere. Capisco anche che quando alcune cose non si realizzano, evidentemente non sono ancora pronta o non è il momento giusto. Ho compreso profondamente che non c’è età, malattia, attaccamento amoroso o denaro che possano fermarmi se vivo giorno per giorno con lo spirito combattivo del mio maestro.

©ilnuovorinascimento.org – diritti riservati, riproduzione riservata