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Quanta luce in quel filo - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 01:27

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    Quanta luce in quel filo

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    Ho conosciuto questo Buddismo nel settembre 1983, a diciannove anni. All’inizio non ne volevo sapere perché pensavo di non avere problemi, in realtà li avevo coperti da uno strato d’indifferenza che mi permetteva di vivere “bene” senza troppi scossoni. Ma poi mi feci “trascinare” perché ero attratto dalla filosofia buddista e così iniziai regolarmente nel febbraio dell’84. In tutti questi anni ho avuto tantissimi benefici, ma il più importante è stato il cambiamento interiore; prima ero debole e pessimista, la mia filosofia di base era: meglio aspettarsi il peggio da ogni cosa così non si rimane delusi, se poi le cose vanno bene, tanto meglio. A pensarci ora rabbrividisco. Adesso sono sposato, ho due meravigliose bambine di otto e tredici anni e una moglie straordinaria. Due anni fa, in seguito a un controllo per un banale disturbo all’occhio sinistro, Patrizia scoprì un grosso aneurisma di tre centimetri e mezzo alla testa che le comprimeva il nervo ottico. Per fortuna non si era ancora rotto, ma era veramente ai limiti della tensione ed era molto pericoloso. Di colpo la nostra vita cambiò. È strano come le cose possano trasformarsi così improvvisamente e quando succede, ti rendi conto che la cosa veramente più importante di tutte è la fede. Lei non poteva più guidare né fare sforzi di alcun tipo. Dovevo pensare alle bambine, portarle a scuola la mattina e nel pomeriggio a fare sport: avevamo deciso di non cambiare troppo le loro abitudini per rendere meno traumatico quel terribile momento, tanto più che entrambe le bambine dovevano iniziare una nuova scuola: una in prima media e l’altra in prima elementare. I momenti duri sono stati tanti. Il primo all’inizio, quando dopo aver “accettato” il colpo iniziale ci è stata rivelata la gravità della situazione e l’impossibilità per i medici di intervenire se non, con molti forse, con un intervento sperimentale di incerto esito. Recitavo Daimoku davanti al Gohonzon nel poco tempo che avevo, cercando di “estrarre l’acqua dal deserto” finché ci dissero che erano pronti a tentare col sistema sperimentale. A quel punto ero sicurissimo che tutto sarebbe andato bene; quando recitavo Daimoku sentivo che era la strada giusta. L’intervento durò sette ore, andò benissimo e non ci furono complicazioni neurologiche gravi al momento. Fu però un intervento parziale e forse ce ne sarebbe voluto un altro più avanti, ma intanto il 90% dell’aneurisma era stato chiuso.
    Il secondo momento, sicuramente il peggiore, è stato quando dopo tre o quattro giorni dall’intervento, Patrizia ha iniziato gradualmente a non vedere più. Nel giro di tre mesi era diventata quasi completamente cieca. I dottori oltretutto mi dicevano che una volta al buio completo, il nervo ottico non poteva più riprendersi «come se si tagliasse un filo della luce». L’angoscia e il senso di smarrimento erano totali. Recitavo Daimoku dappertutto, in macchina, in ogni situazione in cui potevo farlo, per incoraggiarla il più possibile quando stavamo insieme, e per proteggere le bambine. Lei è stata bravissima, ha combattuto come un leone, non si è scoraggiata davanti a niente e questo ha reso tutto più facile. Ho avuto anche tantissime persone vicino, che recitavano per noi. Ho saputo che anche i membri dei gruppi in cui ero stato tanti anni prima recitavano per me e questo mi dava tanto coraggio. Ho capito che il legame che si forma tra le persone che praticano insieme è fortissimo e non si cancella con il tempo. Ringrazio tutti per questo.
    Un giorno l’occhio sinistro si spense del tutto e all’altro mancava veramente poco. Non riconosceva più nessuno, non poteva mangiare da sola e aveva quello sguardo “perso” che ancora oggi non riesco a dimenticare. Io le andavo vicino e lei mi diceva: «Marco, io non vedo più il tuo viso, non vedrò più le mie bambine, non le vedrò crescere…». Quel giorno toccai il fondo, mi misi a piangere per strada, poi sentii che dovevo ribellarmi, sentii una forza che spingeva da dentro e decisi che non mi sarei arreso così facilmente. Quella sera non dissi niente alle bambine convinto che qualcosa sarebbe cambiato. Mi misi davanti al Gohonzon prima di andare a dormire e recitai con forza, non so quanto, piangendo e con rabbia. Pensavo al Gosho Risposta a Kyo’o: «Nam-myoho-renge-kyo è come il ruggito di un leone, quale malattia può quindi essere un ostacolo?». Dopo qualche giorno la situazione iniziò a migliorare. Ricordo la gioia quando Patrizia mi disse di aver intravisto dalla finestra dell’ospedale qualcosa di bianco passare velocemente, forse una macchina! Anche il suo sguardo, nonostante fosse ancora “perso nel vuoto”, era cambiato.
    Sembrava che tutto stesse finalmente andando per il verso giusto, ma non era ancora finita. L’aneurisma non si era chiuso del tutto. Occorrevano altri due interventi: un by-pass cerebrale e la chiusura della carotide sinistra. Fu ricoverata a Livorno per valutare il tipo di by-pass da eseguire. In quel periodo, tutti i giorni, dopo il lavoro, mentre andavo a Livorno recitavo Daimoku in macchina: era l’unico momento che potevo sfruttare. Dopo una settimana ci fu detto che il by-pass non era più necessario: si era attivata una vena latente che prima non funzionava; l’intervento più difficile dei due era stato scongiurato! Fu programmato l’altro, che tutto sommato era il più semplice. Quel giorno, mentre ero fuori ad aspettare, uscì il dottore: «…l’aneurisma si è allargato ancora, dovrei fare un tipo di intervento più complesso; il rischio è che si possa rompere, cosa facciamo? Mi dica se andare avanti…». Non lo ascoltavo quasi più: avevo iniziato a recitare Daimoku mentalmente. Non volevo crollare, non potevo, se volevo “vedere la luna sulla capitale” non avrei dovuto “fermarmi l’undicesimo giorno”, così presi la decisione più difficile della mia vita: «Va bene dottore, vada avanti». L’intervento fu molto lungo ma andò bene e non ci furono complicazioni.
    Sono passati due anni e la situazione è radicalmente cambiata. Patrizia adesso vede abbastanza bene da un occhio e ciò le permette, se non di uscire da sola, almeno di muoversi bene in casa e negli ambienti conosciuti. Inoltre, l’occhio che si era spento del tutto, a differenza di ciò che dicevano i medici, adesso percepisce la luce e vede qualche ombra: a volte i fili della luce tagliati si possono anche aggiustare! Le bambine, alle quali non avevamo mai nascosto niente, non hanno risentito troppo di tutta questa situazione, a scuola anche le maestre non hanno riscontrato nessun cedimento, anzi, tutte e due hanno conseguito ottimi risultati. Questo per me come padre è stato un grandissimo beneficio. Certamente, la nostra vita è cambiata e molte cose non possiamo più farle, almeno per il momento, ma questo non ci impedisce di essere comunque una famiglia felice. Anzi, questa esperienza ci ha unito di più e ci ha fatto apprezzare le cose più importanti della vita.
    Vorrei concludere con un brano tratto dal Gosho Felicità in questo mondo che mi ha sempre incoraggiato molto: «Non c’è felicità più grande per gli esseri umani che recitare Nam-myoho-renge-kyo […] Non permettere mai che le avversità della vita ti preoccupino. Dopotutto nessuno può evitare i problemi, nemmeno i santi o i saggi […] Soffri per quel che c’è da soffrire e gioisci per quel che c’è da gioire. Considera entrambe, sofferenza e gioia, come fatti della vita e continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo qualunque cosa accada. In questo modo sperimenterai una gioia illimitata derivante dalla Legge».

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