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Oltre ogni limite - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 02:41

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    Oltre ogni limite

    Sakae Takahashi pratica il Buddismo di Nichiren da quarantanove anni e sua madre, fin da piccola, le ha insegnato con il suo esempio l’atteggiamento corretto nella fede. Da undici anni si è trasferita a Francoforte. Insieme al marito Hideaki e ai figli sono venuti in Europa per sostenere il movimento di kosen-rufu. Pubblichiamo un’intervista realizzata da Forum, mensile della SGI tedesca

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    Sakae Takahashi pratica il Buddismo di Nichiren da quarantanove anni e sua madre, fin da piccola, le ha insegnato con il suo esempio l’atteggiamento corretto nella fede. Da undici anni si è trasferita a Francoforte. Insieme al marito Hideaki e ai figli sono venuti in Europa per sostenere il movimento di kosen-rufu. Pubblichiamo un’intervista realizzata da Forum, mensile della SGI tedesca

    Forum: Spesso all’interno della SGI si parla di quanto sia importante la responsabilità. Prima di sentire la tua esperienza a tale riguardo, mi piacerebbe sapere cosa intende il Buddismo per responsabilità.

    Sakae Takahashi: Già una volta, circa trent’anni fa, Daisaku Ikeda spiegò questo concetto molto chiaramente: «La responsabilità conduce all’Illuminazione. Questo vuol dire che la fermezza di spirito, di fede e di vita dimostrano già un’assunzione di responsabilità che conduce all’Illuminazione. Solo chi è libero può assumersi responsabilità. Chi, in seguito a pressioni esterne, si sente costretto, o lo fa per senso del dovere, in realtà non può veramente assumersi una responsabilità. Uno schiavo non può assumersi responsabilità, gli viene ordinato qualcosa e per costrizione esterna lui esegue. Solo colui che è libero ed è in grado di decidere e di agire liberamente può “assumersi una responsabilità”. E nel momento in cui le persone si assumono una responsabilità, possono diventare ancora più aperte e libere. Questo è il supremo stato vitale dell’Illuminazione».
    Quando all’interno della SGI si accetta una responsabilità, il che implica un compito concreto come ad esempio seguire un gruppo di dieci persone, ci si sta assumendo la responsabilità di altre dieci vite umane di cui occuparsi, con le quali recitare Gongyo e Daimoku, di cui sentire le sofferenze come fossero proprie, da incoraggiare, tenere informate ecc. Tutto ciò qualche volta può diventare difficile. E allora naturalmente ci si chiede: «Perché lo faccio?» Ma nel Buddismo e nella SGI la responsabilità non è un dovere, è molto di più: è un desiderio e una preghiera. «Desidero assolutamente che questa persona diventi felice!». Questo nel Buddismo significa assumersi una responsabilità. È il cuore di recitare per la felicità degli altri e per poter essere loro d’aiuto. Queste preghiere seguite dalle rispettive azioni sono “responsabilità”. Questo è il modo di vivere di un bodhisattva.
    Se come responsabile di gruppo determino e prego per la felicità di ogni singola persona che ne fa parte, cioè includo questo desiderio nelle mie determinazioni, questo significa assumersi responsabilità. Allora la mia Buddità si mostrerà: la mia vita sarà la stessa del Gohonzon e la stessa di Nichiren Daishonin. Nella mia vita apparirà la stessa vita del Budda. Vivere come un bodhisattva significa dedicarsi agli altri. Questo però non è da confondersi con la negazione di se stessi. Dedicarsi completamente agli altri fino all’esaurimento o arrivare a un crollo finanziario per aver dedicato tutto il proprio tempo solo agli altri, non è il modo di agire di un bodhisattva che si basa sul rispetto della vita propria e altrui. Quando io mi dedico alla felicità delle altre persone, nella stessa misura sgorga la gioia dalla mia vita e per questo posso cambiare, superare i miei limiti e trasformare tutto ciò che nell’ambiente mi fa soffrire. Essere un bodhisattva significa diventare felici insieme agli altri.
    Inoltre, “il grande desiderio del Budda” è che tutti gli uomini diventino felici non solo nel presente ma anche nel futuro. Fare di questo desiderio la base della propria vita, significa assumersi responsabilità e, al tempo stesso, vivendo con questo desiderio tutti gli altri desideri verranno esauditi.
    Tutti abbiamo i nostri “piccoli desideri”, una famiglia felice, successo nel lavoro e così via. Sono tutti importanti e non li dobbiamo ignorare, ma, quando recito solo per realizzare questi “piccoli desideri”, mi sarà più difficile realizzarli. O, per meglio dire, se creo una relazione diretta con il desiderio del Budda e recito per questo, sicuramente il “processo” di realizzazione verrà accelerato. Questo significa per esempio recitare perché attraverso il proprio successo nel lavoro si possa contribuire a kosen-rufu.

    Forum: All’inizio della pratica dedicarsi agli altri era importante per te?

    Takahashi: Ho iniziato a praticare a otto anni. Mio padre era gravemente malato e mia madre ne soffriva moltissimo: io desideravo aiutare mia madre e che mio padre guarisse. Da piccola ero molto grata ai membri della Soka Gakkai che sostenevano la nostra famiglia, volevo rendermi utile e alle riunioni preparavo il tè, anche se di ciò che dicevano non capivo niente. Fui contattata per la prima volta per una responsabilità all’età di quindici anni. Mi fu chiesto se volevo seguire un gruppo di tre o quattro giovani donne. Pensai: «Impossibile!». Erano tutte più grandi di me, alcune lavoravano già, io stessa non capivo ancora abbastanza di Buddismo. Fino ad allora non avevo praticato con forza e, nonostante sapessi quanto meravigliosi fossero il Gohonzon e la Soka Gakkai, non avrei avuto molto altro da spiegare. Mi recai ugualmente al colloquio per gli aspiranti candidati. Il candidato che mi precedeva voleva rifiutare la nomina e disse: «Io non posso farlo, non ho le capacità per fare qualcosa del genere». E gli fu risposto: «Accettare un compito all’interno della Soka Gakkai significa assumersi responsabilità. Naturalmente per sostenere le altre persone bisogna avere sia le capacità che l’esperienza. Ma non esiste qualcuno che dall’inizio abbia entrambe, non si prende una responsabilità solo perché si ha già tanta esperienza. La cosa importante è il desiderio di sostenere gli altri per aiutarli a diventare felici, anche se non ne ha né le capacità né l’esperienza. Nel momento in cui c’è questo desiderio si può recitare davanti al Gohonzon per riuscirci».
    A questo punto il candidato rispose: «Capisco, se è così, desidero accettare questa responsabilità». Subito dopo arrivò il mio turno e poiché avrei posto la stessa identica questione, mi rivolsi direttamente al mio interlocutore dicendo: «Per favore mi lasci accettare la responsabilità». Per lungo tempo non fu facile: tutti i membri che seguivo erano più grandi di me e non tutti praticavano regolarmente. Quando la sera passavo a trovarli, fingevano di non essere in casa, molti non venivano alle riunioni. Ho sempre scritto loro delle lettere cercando in tutti i modi di incoraggiarli e li invitavo alle riunioni per studiare insieme. Finalmente uno dopo l’altro tornarono. Solo una giovane donna continuò a non partecipare alle attività. Anni dopo, quando mi ero trasferita, ritornai a visitare il mio vecchio capitolo e ritrovai quella giovane donna che mi disse: «Mi riconosci? Allora rimasi molto toccata dai tuoi incoraggiamenti ma non riuscivo a “vincermi” e a venire alle riunioni. Più tardi però mi si presentò l’occasione di riprendere a praticare correttamente e ora lo sto facendo con tutta me stessa». Sentendo questo fui più contenta che se avessi vinto alla lotteria!

    Forum: Ci sono state esperienze che ti hanno permesso di rafforzare la consapevolezza di quanto sia importante dedicarsi agli altri?

    Takahashi: Un’esperienza importante è stata quella di sostenere una persona per lungo tempo e finalmente vederla riprendere in mano la sua vita. Poi ci sono state tante piccole occasioni che sommate mi hanno fatto capire quanto sia meraviglioso fare qualcosa di buono per gli altri. Per esempio, tra i diciotto e i diciannove anni iniziai a pormi domande come: «Perché vivo? Come dovrei vivere? Cos’è la mia missione nella vita?». Da una parte continuavo a prendermi cura dei membri ma dentro di me avevo forti dubbi sul fatto che i miei sforzi davvero aiutassero gli altri. In quel periodo rilessi per caso la lettera che mio padre mi scrisse dall’ospedale quando ero bambina. Mio padre si era ammalato gravemente a ventinove anni, subito dopo la mia nascita e per tredici lunghi anni aveva lottato contro la malattia. Morì ancora giovane a quarantadue anni, quando io ne avevo tredici. In ospedale parlava a moltissime persone di Buddismo e, quando morì, aveva un viso così meraviglioso che pensai che avesse effettivamente raggiunto l’Illuminazione. Nonostante fosse morto con uno stato vitale così elevato, era comunque morto giovane e io come figlia pensavo di non poter condurre una vita utile e piena di valore. Il mio desiderio era creare valore ogni giorno, ma non avevo una grande fiducia nelle mie capacità. Continuavo a prendere parte alle attività della Soka Gakkai, ma avevo sempre la sensazione che in me ci fossero due “io”, il primo che praticava il Buddismo, che si curava delle persone e prendeva seriamente la propria responsabilità, l’altro che non sapeva cosa stesse facendo. Anche se esteriormente dimostravo una forte fede, dentro soffrivo molto.
    A vent’anni ebbi l’opportunità di prendere parte a un corso estivo della Divisione studenti. Dentro di me ero sempre in conflitto e continuavo a chiedermi se veramente credevo nella forza del Gohonzon. Non potevo parlare di questo problema con nessuno ma sapevo che avrei dovuto risolverlo. Avevo una responsabilità all’interno della Divisione studenti ma ciò che dicevo loro non veniva veramente dal cuore. Mi sentivo un’ipocrita. D’altra parte non potevo abbandonare la mia responsabilità e interiormente ero sempre divisa tra “andare avanti” o “smettere”. Con la determinazione di trovare una soluzione, mi preparai al corso studiando intensamente, lessi la Rivoluzione umana e recitai tanto Daimoku anche se spesso davanti al Gohonzon mi veniva voglia di scappare. Oltre a ciò parlai del Buddismo al maggior numero possibile di persone. Fu molto dura perché in realtà il mio cuore non c’era. Il primo giorno del corso (nell’area del tempio principale prima che il Taiseki-ji venisse costruito) in un piccolo edificio, si tenne la cerimonia di gokaihi, che letteralmente significa “aprire il butsudan” dove è custodito il Dai-Gohonzon. Poiché in questo edificio c’erano pochi posti, la cerimonia si tenne quattro volte in un giorno e venimmo divisi in diversi gruppi. Vagai per un po’ e giunsi per ultima alla cerimonia alla quale era presente Daisaku Ikeda. Ero seduta alla fine della sala. Quando iniziai a recitare Daimoku, ebbi improvvisamente la sensazione che tutti i fardelli che mi ero portata dietro fino a quel momento sparissero dalla mia vita. Pensai: «Io sono così come sono ora. Ho tanti dubbi e nessun particolare pregio e non so se ho il diritto di essere adesso qui con Daisaku Ikeda e gli altri membri, provenienti da tutte le parti del paese e di sedermi davanti al Dai-Gohonzon, ma la realtà è che io sono qui! Questo è ciò che conta veramente». In quel momento tutto divenne molto facile. Per chiudere la cerimonia venne letto un brano della Rivoluzione umana che descrive il periodo in cui il presidente Toda, che stava ricostruendo da solo la Soka Gakkai, incontrò per la prima volta il giovane Ikeda. Quando gli affari di Toda andarono male, Ikeda fu l’unico a stargli vicino: «Quando ci troviamo in difficoltà si pensa che niente vada bene, ma se nonostante tutto ci fidiamo del maestro e continuiamo a combattere, allora si concretizza l’unità di maestro e discepolo». Quando sentii queste parole rimasi molto colpita: certo, il principio della relazione maestro-discepolo in teoria lo conoscevo, con la testa lo avevo già studiato e capito, ma riconobbi di non avere questa determinazione di andare avanti anche quando mi scontravo con i miei limiti. Ma se questo era l’atteggiamento che esprimeva la fede, allora che cosa avevo fatto in tutti questi anni fino a quel momento? Non era stata vera fede! Pensavo di aver capito cosa fossero la Soka Gakkai e il significato della fede, in realtà pareva che non avessi capito niente! Forse ciò aveva un significato mille volte più grande di quanto io potessi capire; nello stesso momento però pensai anche: «Io voglio capire!». Determinai di abbandonare la pratica “a metà” che avevo portato avanti fino a quel momento e gettarmi a capofitto sfidandomi a tutto tondo e abbattendo ogni limite. Dopo aver preso questa determinazione, in autunno giunse nel mio capitolo una nuova responsabile di settore per le giovani donne, che mi telefonava ogni giorno e mi portava con sé a fare attività. Se entrambe non avessimo praticato questo Buddismo, sicuramente non saremo mai diventate amiche. Io non volevo che lei mi telefonasse tutti i giorni e mi trascinasse con sé nelle conversazioni di Buddismo, ma avevo anche determinato di accettare tutte le sfide, anche quando qualcosa non mi andava giù. Se non fossi riuscita ad affrontare ciò, non avrei mai potuto allontanare l’oscurità dal mio cuore e, poiché avevo determinato così, questa donna era lì. Capii, e perciò feci con lei tutto ciò che c’era da fare. Parlammo di Buddismo a tante persone e, tra queste, due mie amiche ricevettero il Gohonzon. Fino a quel momento avevo parlato di Buddismo a tanta gente, ma mai avevo recitato veramente col cuore per la loro felicità. Dal momento in cui iniziai a muovermi insieme a questa persona, iniziai anche piano piano a pregare con il cuore per tutte le persone con cui parlavamo, e fu per questo che due di loro ricevettero il Gohonzon. Fu una gioia immensa!
    Quando alla fine dell’anno mi guardai indietro, mi resi conto di essere cambiata. Adesso riuscivo veramente a recitare con il cuore per le altre persone, ora potevo agire per loro e di questo fui molto grata. La distanza che prima c’era tra il mio cuore e la mia testa, di cui avevo tanto sofferto, si era ora dissolta.
    Il primo gennaio lessi uno scritto di Daisaku Ikeda sul Seikyo Shimbun: «Ogni singolo uomo è una torre preziosa. Ogni singolo uomo determina e apre la propria Torre Preziosa e conduce un altro a fare lo stesso. Il secondo uomo apre la propria Torre Preziosa e di nuovo ne incoraggia un altro ad aprire la propria. In questo modo si forma una grande foresta di Torri Preziose che presto si estenderà per tutto il Giappone e per il mondo intero, allora ci sarà un mondo pacifico e felice come l’umanità ha sempre desiderato». Appena la lessi mi scesero le lacrime e capii: «Questa è la mia missione, per questo vivo, io stessa sono la Torre Preziosa! C’è un tesoro, un valore nella mia vita che solo io ho». Volevo aprire questa Torre Preziosa, dedicarmi agli altri, combattere con Daisaku Ikeda e diventare un punto di riferimento per il movimento di kosen-rufu. La mia vita può sembrare così piccola, ma se si osserva dal punto di vista del suo valore, allora essa è grande quanto tutto l’universo. Pensai: «Ora ha un significato il fatto che io viva, è bello essere viva!». Ero molto felice.

    Forum: Oggi ti capita a volte di provare un pesante senso di dovere?

    Takahashi: Naturalmente ho delle fasi in cui viene fuori il senso del dovere, in particolare quando ho tanto da fare e sono stanca. Per questo cerco di fare tutto subito e prego che ciò che devo fare non venga rinviato. Quando rinvio le cose alla fine diventa tutto più duro e più difficile. Naturalmente nessuno è perfetto. Anch’io a volte non ho voglia o sono stanca, però oggi riesco a capovolgere la situazione nella giusta direzione, rideterminando e abbreviando così la durata di queste sofferenze. Anche questo è un risultato dell’esperienza. A tutti capita qualche volta di sentirsi schiacciati dal senso del dovere. In tal caso si può ricordare che il vero significato della responsabilità non è questo. E allora si riparte rinnovando la propria determinazione.

    Forum: Che incoraggiamento puoi dare a chi combatte in continuazione con questo senso del dovere?

    Takahashi: Sicuramente un punto importante è capire il cuore di Daisaku Ikeda che ci mostra come non lasciarci guidare dal dovere, ma impegnarsi a sostenere le altre persone con determinazione; è un esempio concreto, che possiamo fare nostro decidendo di agire nello stesso modo. Questa gioia è sempre lì quando aiutiamo gli altri, anche se non ne siamo consapevoli. Possiamo gioire di essere persone in grado di agire così. Se siamo stanchi o esausti, vediamo negative tutte le circostanze, forse alcune cose non sono andate come volevamo, non siamo contenti di noi stessi ecc., ma la cosa importante è cercare di vedere subito il lato positivo.

    Forum: Che cosa fai quando ti scontri con i tuoi limiti?

    Takahashi: Mi ricordo sempre il grande desiderio del Budda e indirizzo le mie preghiere verso questo desidero. Quando qualcuno si scontra con i propri limiti, dovrebbe sempre porsi queste domande: «Perché esisto? Perché vivo? Perché pratico?». Ricordarsi della propria determinazione originaria, ripartire da questa e avanzare insieme al proprio maestro per realizzare il desiderio del Budda e rincominciare sempre dal Daimoku. Questa è una strada.
    Inoltre quando si agisce sempre e solo all’interno del proprio ambito, non si possono superare i propri limiti. È importante sfidarsi in cose che crediamo impossibili da realizzare. Ciò che ho notato in Germania è che qui l’individualismo è molto apprezzato e perciò le persone sono molto autonome, e questo lo trovo molto positivo. In Giappone si guarda anzitutto al vicino di casa e si agisce per cercare di andare d’accordo con lui. In Germania ognuno ha già creato i propri confini, ciò che si accetta o ciò che non si accetta. Ciò che si accetta si fa, ciò che non si accetta non si fa, senza per questo sentirsi in colpa. Questo tipo di indipendenza e soggettività è molto bella, abbiamo iniziato consapevolmente a praticare questo Buddismo e proprio per questo dovremmo sfidarci in tutto, anche in ciò che non ci piace, in ciò che non capiamo, in ciò che ci sembra impossibile o crediamo di non essere in grado di realizzare. Ci sono tante persone che dicono: «Io di più non posso fare, altrimenti mi sfinisco». Lo capisco, è normale che qualcosa ci renda esausti, anche se credo che ciò che ci sfinisce non siamo noi stessi, ma i nostri limiti. Solo superandoli cresceremo e diventeremo più forti! È come questo bicchiere, può contenere mezzo litro di liquido ma se ne può versare anche di più, se decidiamo di diventare più grandi e più forti. Quando mi pongo davanti alle cose che non voglio fare, incontro le persone che proprio non mi piacciono e che non voglio incontrare, e così via, supero i miei vecchi limiti, o per rimanere all’esempio del bicchiere, sviluppo la capacità di una grossa brocca, ampliando le mie capacità ancora di più. Naturalmente se non basiamo tutto ciò sulla fede e non recitiamo Daimoku, sicuramente ne usciremo esausti, ma quando recitiamo e ci sforziamo per kosen-rufu, sostenendo gli altri, stiamo agendo come Bodhisattva della Terra e allora sicuramente non ci sfiniremo ma cresceremo e ci svilupperemo oltre i nostri limiti, diventando ancora più forti di prima.

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