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Oltre le parole - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 01:32

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    Oltre le parole

    Agorà, la piazza. Il luogo in cui – nell’antica Grecia – i cittadini della “polis” si ritrovavano per discutere argomenti di interesse comune. Contributi, testimonianze, domande dei lettori nuovi e di quelli che si sanno rinnovare

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    Agorà, la piazza. Il luogo in cui – nell’antica Grecia – i cittadini della “polis” si ritrovavano per discutere argomenti di interesse comune. Contributi, testimonianze, domande dei lettori nuovi e di quelli che si sanno rinnovare

    Gentile redazione di Nuovo Rinascimento,
    sono un nuovo membro della SGI e vorrei comunicarvi alcune riflessioni che mi capita spesso di fare leggendo la nostra rivista.
    Mi piacerebbe suscitare, con queste mie iniziali osservazioni, un dibattito fra i lettori della rivista, in modo che essa cresca insieme a noi, rifletta la nostra crescita e, col contributo di tutti, possa diventare sempre più vitale e preziosa per la comunità.
    La mia prima osservazione riguarda un sottile disagio nella lettura di molti articoli che sono una evidente traduzione dalla lingua giapponese, probabilmente traslata in inglese e poi in italiano.
    Ormai si sa che un’autentica traduzione del pensiero originale è impossibile, per tanti motivi di cui il più importante è che il traduttore dovrebbe non solo conoscere la lingua, ma possedere pienamente la cultura e la visione del mondo di entrambe le lingue che va ad avvicinare e, anche in quel raro caso, incontrerebbe la difficoltà insormontabile dovuta al modo in cui le differenze culturali si riflettono nel significato delle parole e nel modo in cui i concetti si trasformano in frasi articolate.
    In assenza di tale ideale condizione, si può scegliere (e si è spesso scelto) fra una traduzione bella e infedele o brutta e fedele: ambedue le scelte presentano aspetti problematici di non semplice risoluzione.
    Se queste considerazioni sono valide per tutti i testi, ancora più ardua è la questione per un testo letterario o un testo originariamente orale che possiede molti strati di senso difficili da rendere in un’altra lingua.
    Si tratta perciò ogni volta di scegliere che cosa riprodurre del testo originale e a che cosa rinunciare: dipende dal tipo di testo e dai diversi scopi e intenzioni della traduzione (questo è bene che il lettore lo sappia). In ogni caso bisogna corredare la traduzione di note esplicative sulle scelte fatte e di notizie di contesto indispensabili alla comprensione della traduzione stessa. Contestualizzare i testi è decisivo: fuori contesto, un passo può risultare irrimediabilmente astruso o ambiguo o sterile.
    Queste osservazioni servono, secondo me, a comprendere tutti come sia difficile entrare dentro i significati dei testi che di solito leggiamo nella rivista, dato che per noi, non si tratta solo di conservare il passato, e un passato appartenente a un’altra cultura e lingua, ma di realizzarne le speranze!
    Perciò vorrei rivolgere sommessamente un invito alla rivista: bisogna cominciare a svincolarsi dai modelli culturali e dalla struttura concettuale e linguistica giapponese, per osare una nostra interpretazione dei testi e dei commenti, resa nella nostra lingua e con le nostre categorie concettuali.
    Con tutti gli accorgimenti di cui sopra e con tutte le revisioni accurate che ogni testo richiede, io credo che la comunità buddista in Italia abbia non solo radici forti ma anche un collegamento attento e sensibile con le iniziative che il maestro imprende dal Giappone e rivolge ai membri dei vari paesi e possa dunque tentare una libera e autonoma strada, tutta italiana, di rivolgersi ai membri della Soka Gakkai italiana.
    È proprio dall’insegnamento di Ikeda e, prima di lui, di Makiguchi, che possiamo trarre il coraggio di essere discepoli liberi e autonomi. Nessuno, meglio di Ikeda, insiste in questo splendido insegnamento che, dopo la fase del necessario nutrimento diretto maestro-discepolo, invita alla conquista della libertà e dell’autonomia da parte di ogni vero e autentico discepolo.
    Auspico che, anche sul Nuovo Rinascimento, si possa mettere in pratica sempre più questo aspetto della dottrina.
    Mi piacerebbe che questa lettera servisse a suscitare un proficuo dibattito fra i membri su questo e tanti altri aspetti che liberamente saranno individuati, aprendo una rubrica che accolga lettere, domande, chiarimenti, commenti, interpretazioni…
    Nessuna paura della libertà per noi buddisti che abbiamo il coraggio e la forza del leone.

    Firenze, 13 ottobre 2003
    Adriana Miniati

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    Le nuove preghiere e il culto della personalità

    Ho letto l’articolo in cui si spiega la nuova forma delle preghiere silenziose.
    Non ho trovato però nessuna spiegazione del motivo per cui nella terza preghiera silenziosa oltre a Makiguchi e Toda è stato messo anche il presidente Ikeda.
    A me questa cosa non piace per niente e mi sembra un incentivo al culto della personalità. Mi potreste spiegare il perché di questa decisione e chi lo ha deciso?
    Inoltre cosa significa il passaggio da preghiere formali a preghiere che esprimono una determinazione individuale? Grazie
    Lettera Firmata

    Forse un certo imbarazzo è dato dal significato che diamo al termine preghiera. Nel Buddismo la preghiera non rappresenta il rivolgersi a un’entità superiore esterna ma l’espressione della propria determinazione o ichinen. Nel caso della preghiera per kosen-rufu, esprimiamo la nostra determinazione a impegnarsi per la pace al meglio seguendo l’esempio dei tre presidenti.
    Se ringraziamo Makiguchi e Toda come eterni esempi per kosen-rufu a maggior ragione dovremo farlo per chi kosen-rufu lo ha spinto a livello mondiale e lo ha portato fino a noi. Mi sembra che la paura del culto della personalità nasca più dall’interno che all’esterno. Chi pratica il Buddismo a mio avviso dovrebbe conoscere che il concetto di maestro non ha niente a che vedere con il culto della personalità. La società, i sindaci e i rettori che conferiscono onorificenze e lauree ad honorem a Ikeda non lo fanno per il culto della personalità ma perché riconoscono un valore reale di una persona che ha dedicato la vita ad obiettivi grandissimi. Posso capire chi dall’esterno non percepisce il valore del presidente Ikeda, ma chi segue e pratica questo insegnamento
    dovrebbe aspirare a raggiungere il suo stesso stato vitale e i suoi stessi risultati. Tra la relazione maestro-discepolo e il culto della personalità c’è una bella differenza. Questa differenza si chiama missione. Non è la persona in sé che viene valorizzata come se fosse speciale ma è il modo in cui la persona propaga la Legge che è un esempio per tutti. Realizzare il volere del Budda non è una passeggiata, né un atto intellettuale o astratto, ma si verifica esattamente nel progresso di kosen-rufu nel mondo e in chi lo attua sia su scala locale che globale.
    In ogni caso la nuova forma delle preghiere silenziose è stata decisa dalla SGI nella riunione dei direttori dei vari paesi del mondo per dare una forma definitiva di Gongyo nella SGI. Il passaggio da preghiere formali a determinazione indica che non è il testo delle preghiere che conta e che deve essere ripetuto mentalmente, ma la cosa importante è l’intenzione di pregare per il Gohonzon e i tre tesori, per kosen-rufu e per la felicità individuale.
    Andrea Bottai

     

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