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Ognuno ha talento - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 01:32

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Ognuno ha talento

Sapere che cosa si vuole da se stessi e cercare di realizzare le proprie capacità e i propri sogni. Strada difficile? No, se abbiamo vicino un maestro e dei compagni che ci sostengono

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Sapere che cosa si vuole da se stessi e cercare di realizzare le proprie capacità e i propri sogni. Strada difficile? No, se abbiamo vicino un maestro e dei compagni che ci sostengono

Ogni persona ha certamente almeno una dote, un talento. Ma per farlo emergere occorre una qualità forse più importante, un lavoro costante e fiducioso da fare continuamente su se stessi. Spesso si ritiene che chi ha fatto del proprio talento un’arte universalmente riconosciuta non abbia avuto difficoltà a percepire la grandezza della propria dote, che abbia proceduto in un cammino lineare e semplice costellato di conferme. Oppure si può ammettere che chi è giunto al successo abbia superato tanti ostacoli, ma tutti “esterni”, senza mai dubitare del proprio valore, con piena fiducia nelle proprie capacità. Nell’uno e nell’altro caso ci sarebbero degli individui “speciali”, quelli che ce l’hanno fatta, e delle persone che, invece, convinte di essere prive di talento, non ce la faranno mai. Ci sono invece tantissime testimonianze di “vincitori” che illustrano chiaramente il contrario, cioè che la vittoria nella società è arrivata come effetto di un duro lavoro rivolto innanzitutto a contrastare le “voci interne” della sfiducia e del desiderio di arrendersi, il dubbio permanente di non avere poi questo grande talento.
A questo proposito c’è una lettera dello scrittore francese Emile Zola, compagno di scuola e amico del pittore Paul Cézanne, in cui lo esorta a lasciare la provincia e raggiungerlo a Parigi per tentare di fare del suo dono un mestiere: «La pittura è forse per te solo un capriccio che è venuto a prenderti per i capelli in un giorno di noia? È un passatempo, un argomento di conversazione, un pretesto per non studiare diritto? Se così fosse, capisco la tua condotta: fai bene a non spingere le cose all’estremo e a non procurarti nuovi guai con la famiglia. Ma se la pittura è la tua vocazione – ed è così che l’ho sempre considerata – se ti senti capace di fare bene, dopo aver ben lavorato, allora diventi per me un’enigma, una sfinge, un non so che di incomprensibile e tenebroso» (Michel Hoog, Cezanne: potente e solitario, Torino, Electa-Gallimard, 1995). Fortunatamente Cézanne seguì poi la sua vocazione, regalandoci dei quadri meravigliosi, lavorando tutta la vita a perfezionarsi e contrastando costantemente le tenebre cui accenna Zola.
Chiaramente è possibile citare il caso di Cézanne perché, essendo famoso, la documentazione sulla sua vita è pubblica, ma lo stesso meccanismo vale per chi desideri fare l’artigiano o il commerciante, per chi abbia talenti non artistici e nessun desiderio di fama e celebrità. Chiunque voglia intraprendere il viaggio per esprimere compiutamente le proprie doti, deve infatti fare i conti con le “tenebre”, il lato oscuro della propria vita. Ma queste “tenebre”, cioè la mancata percezione del proprio valore, sono presenti in ogni essere umano e la loro funzione è proprio quella di impedire alla Buddità, al “vero io”, di emergere. A volte non si riesce a vedere in se stessi non dico il Budda, ma neanche il comune mortale, perché ci si sente di qualità inferiore a tutti gli altri mortali in circolazione. Allora si limita la propria analisi alle condizioni esterne, alla fase economica recessiva, all’età non competitiva, alle qualità degli altri, per dipingere se stessi come il brutto anatroccolo in un mondo di cigni e non compiere assolutamente alcuna azione per spingere la propria vita verso la piena realizzazione. Invece di dedicarsi a forme più o meno raffinate di lamentela, sarebbe più produttivo pensare che, anche se il nostro punto di partenza fosse davvero così in basso, abbiamo a disposizione lo strumento più potente per affrontare la componente distruttiva della vita: la pratica buddista. Innanzitutto recitando Daimoku per comprendere in che modo vogliamo spendere la nostra vita per kosen-rufu, in quale ambiente e attraverso quale attività, possiamo percepire quale sia il nostro talento e come impiegarlo. Se poi la paura copre questa percezione, che rimane confusa o ben nascosta, recitando “come per estrarre l’acqua dal deserto”, essa emergerà senz’altro. Diversamente si può lasciare che la paura confonda le acque, ma recitando costantemente Daimoku l’infelicità che si sperimenta diviene intollerabile e si è costretti a cercare chiarezza. Sapere che cosa si vuole esprimere nella propria vita e dichiararlo, almeno a se stessi, è poi una gioia tale che la gratitudine verso il Gohonzon ci riempie il cuore.
Quando abbiamo compreso che cosa vogliamo fare “da grandi”, a qualunque età questo accada, occorre fissare una meta. Altrimenti si trascorre la vita rifugiandosi costantemente nel sogno di un futuro diverso “non si sa perché”, dato che non stiamo facendo niente di concreto in quel senso. E poi, come dicono i velisti, non c’è vento favorevole per chi non sa dove vuole andare. Anche Daisaku Ikeda ci incoraggia in questo senso: «Questa esistenza non tornerà più: essa è preziosa e insostituibile. Affinché viviamo senza rimpianti è essenziale avere uno scopo concreto e porsi sempre nuove sfide. È anche importante tendere verso scopi specifici con tenacia, un passo alla volta» (Giorno per giorno, 19 febbraio). Lo stesso Nichiren Daishonin espone la necessità di proseguire fino al raggiungimento della meta con questo esempio: «Il viaggio da Kamakura a Kyoto dura dodici giorni: se viaggi per undici e ti fermi quando ne manca uno solo, come puoi ammirare la luna sopra la capitale?» (SND, 4, 245).
Nel nostro caso, una volta fissato il punto d’arrivo, che chiameremo Kyoto, si passa alle azioni concrete. Naturalmente, mentre arranchiamo sui sentieri di montagna verso Kyoto, può venirci la tentazione di imboccare invece una comoda autostrada che la negatività ci ha preparato e che ha come traguardo la sconfitta. Quindi, quando ricorriamo a soluzioni già sperimentate, ripieghiamo su situazioni che non ci soddisfano pienamente e usiamo come giustificazione il buon senso, cioè il tipo di pensieri che la nostra mente è solita confezionare, stiamo in realtà avvistando il cartello “Bentornati a Kamakura”. Ma l’intrinseco modo di funzionare della mente lavora su dati oggettivi che astrae dall’esperienza, e quindi non è sufficiente a darci la spinta necessaria per superare i nostri limiti. Per questo recitiamo Daimoku. Come ha affermato una volta Daisaku Ikeda, «il Daimoku è una lotta contro la forza dell’abitudine». È la recitazione del Daimoku che ci fornisce la forza, l’energia, l’ottimismo per aprire nuove direzioni, espandere la nostra vita nonostante le circostanze avverse. Inoltre le cosiddette circostanze avverse sono funzionali al raggiungimento dell’obiettivo perché solo rinnovando, approfondendo e arricchendo la propria determinazione a ogni ostacolo si può giungere alla piena e completa realizzazione di se stessi. Come scrive Daisaku Ikeda: «Il Buddismo è una lotta in cui si vince o si perde. Anche la vita è così. Non è eccessivo affermare che il Buddismo fu esposto per consentire a ogni persona di trionfare nella battaglia fondamentale che avviene nella vita, quella fra il Budda e le funzioni demoniache. Sconfiggeremo i demoni e otterremo l’Illuminazione o cederemo a essi e condurremo una vita triste, vittime dell’oscurità e dell’illusione? Lo scopo fondamentale della pratica buddista è vincere questa battaglia primaria» (MDG, 2, 284). Dare piena espressione alle proprie qualità significa dunque accettare continue interferenze, ostacoli, crolli di convinzione, difficoltà e sofferenze come elementi del paesaggio fra Kamakura e Kyoto e mettere in conto, prima di partire, che si deve vincere a ogni occasione per arrivare alla meta.
In questo percorso, per fortuna, ci sono però due sostegni fondamentali per ammirare infine la luna sulla capitale: un maestro e dei compagni di strada. Per quanto riguarda il maestro, vorrei riportare la mia esperienza. Nel 1990 ho avuto la fortuna di partecipare a un corso di giovani buddisti in Giappone. Nella riunione finale Daisaku Ikeda si è rivolto a noi per il discorso conclusivo. Mi aspettavo parole tipo: «Tornate a casa e fate shakubuku a tutti appena scesi dall’aereo», o cose di questo genere, stile “Mission impossible”, parole solenni per incitare un gruppo di giovani abbastanza scalcinati a diventare dei leader per kosen-rufu. Invece ci guardava sorridendo, come se vedesse in noi non la speranza o la promessa di futuri talenti, ma questi talenti già attivi e dispiegati in un comune progetto di pace. E ci disse semplicemente, ma con una convinzione che vibrava, di tornare a casa e di tirare fuori il coraggio, la forza, la perseveranza, la convinzione necessarie per realizzare i nostri sogni, offrendo lungo il percorso passione e speranza a chi si sentiva stanco. Aggiunse poi che lui avrebbe sempre recitato per accompagnarci verso la vittoria. Dentro di me quelle parole hanno dato vita a una promessa, legata a un’emozione, che nei momenti di confusione e di fronte a grandi decisioni torna fuori integra e forte. Quella promessa è stata la bussola che ha orientato la mia vita fino a oggi e ha prodotto benefici enormi, che mai avrei potuto immaginare a quel tempo. Costruire un legame con il maestro che si è scelto attraverso la condivisione di un obiettivo che richiede una vita di impegno è una garanzia fondamentale per arrivare felicemente al capolinea. Come scrive lo stesso Daisaku Ikeda, infatti: «Dove si può trovare la felicità? L’imperatore filosofo Marco Aurelio disse: “La vera gioia di un uomo consiste nel fare le cose per cui è nato”(…) Anche Goethe sosteneva che chi lavora traendo gioia da ciò che fa è veramente felice» (Giorno per giorno, 10 marzo). Quindi cercare un’attività che ci consenta di esprimere completamente e compiutamente “ciò per cui siamo nati”, e provare gioia in questo, fa parte integrante del più grande disegno di kosen-rufu, che coinvolge tante persone impegnate su percorsi paralleli a dar vita a un progetto comune. L’attività buddista, da questo punto di vista, è importantissima. Condividere il proprio percorso con altre persone, sostenersi a vicenda, recitare Daimoku insieme o gli uni per gli altri, studiare, ricevere o dare indicazioni e consigli, fare tesoro delle esperienze altrui, e tutto questo con costanza, giorno dopo giorno, sono elementi determinanti per avanzare tutta la vita nella propria rivoluzione umana. Inoltre, praticare ripiegati su se stessi e sui propri obiettivi, in percorsi solitari, come eremiti in mezzo agli altri, porta velocemente a un impoverimento delle risorse positive e all’esaurimento delle scorte di “buona fortuna”. Praticare insieme agli altri, condividendo profondamente la vita, è un privilegio di cui ci accorgiamo solo quando ci viene a mancare, e come tale dovremmo averne cura.
Infine, un elemento molto importante per fare del proprio talento un mestiere e una missione sono le parole di lode. Come scrive Nichiren Daishonin: «Quando uno è lodato dagli altri, sente sorgere in sé la volontà di riuscire a qualunque costo. Tale è il coraggio che deriva dalle parole di lode. (…) Quando siamo lodati, non consideriamo il nostro rischio personale, quando al contrario siamo criticati, possiamo incautamente causare la nostra rovina. Così son fatti gli uomini!» (SND, 4, 232-233). Nichiren mostra di conoscere perfettamente la natura degli esseri umani, che tendono a moltiplicare i propri sforzi in caso di approvazione e a reagire in maniera inconsulta, distruttiva in caso di critica. Basti pensare al rilievo che sempre si dà a ciò che si è sbagliato, fosse anche un particolare minimo in un contesto tutto positivo, all’importanza che assumono le “recensioni negative” al proprio comportamento, fosse anche una sola rispetto a tante conferme, per rendersi conto di quanto la natura umana sia con facilità orientata in una direzione negativa, distruttiva. Invece il potere delle espressioni di lode e apprezzamento è stupefacente. Non mi riferisco solo all’attività buddista, bensì alla famiglia, agli amici e alla società.
Vi racconto una storiella: una delle mie figlie aveva una compagna di banco veramente e implacabilmente rompiscatole e ne era esasperata. Abbiamo deciso insieme di fare un esperimento. Mia figlia le ha preparato un foglio tutto colorato, con su scritto “Diploma di migliore compagna di banco”. La “rompiscatole”, una volta ricevuto il diploma, si è trasformata in una bambina tranquilla e solidale.
Per questo cercare sempre di lodare, di apprezzare il lato positivo di ogni persona è così difficile, eppure così importante, per questo non loderemo mai abbastanza noi stessi e gli altri. Cercando di creare intorno a sé un ambiente in cui ognuno si senta apprezzato e valorizzato, in cui prevalgano le parole di lode rispetto alle critiche, si ottiene un sostegno e un incoraggiamento che costituiscono il più potente propulsore verso la realizzazione dei propri sogni.

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