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Meglio di così... - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 01:26

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    Meglio di così…

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    Ho iniziato a praticare il Buddismo nel febbraio 1992, alla soglia dei trent’anni; sino ad allora la mia vita era come un treno che alternava grandissime velocità a momenti in cui era completamente fermo. Genio e sregolatezza, tutto o niente, massima vitalità e massima depressione; insomma non avevo vie di mezzo e soprattutto la costanza non era il mio forte. Sino ad allora, nonostante qualche sofferenza avuta e nascosta chissà dove per non vederla, credevo che la vita fosse tutta una vittoria, uno spasso. L’ottimismo dentro di me imperava e quando mi parlavano di Buddismo pensavo che andasse bene per certe persone; ma che io non ne avevo bisogno.
    Improvvisamente emerse una profonda sofferenza dovuta a circostanze esterne; per la prima volta in vita mia non sapevo più cosa fare, come uscirne, e capii che la vita non era così facile come avevo sempre pensato. La persona con cui avevo una relazione praticava già da qualche anno e recitava Daimoku da tempo perché anch’io cominciassi, ma senza mai insistere. Una sera le dissi: «Stasera vengo con te a una riunione» e da allora non ho più smesso di praticare, anche se con gli alti e i bassi che riflettevano la mia tendenza all’incostanza.
    Un pomeriggio di fine luglio dello scorso anno suona alla porta mia sorella con una notizia scioccante: «Il babbo ha un tumore alla vescica». Il mondo sembrò crollarmi addosso; il rapporto con mio padre è sempre stato di amore incondizionato. Ben presto si scoprì che il “nocciolo” era di sette centimetri di diametro; perciò una vera e propria palla che ostruiva la vescica. Venne mandato a fare una TAC d’urgenza per vedere meglio lo stato del tumore: secondo i medici era quasi sicuro che avesse intaccato altri organi vicini come il fegato o le ghiandole linfatiche. Il medico ci disse quello che sospettavano gli altri dottori e cioè che non aveva mai visto una massa così grande e che era fuoriuscita dalla vescica. Alla domanda di mia sorella se poteva la sera tornare da lui a parlarne con più calma, il dottore le disse: «Certo che può venire, ma cosa viene a fare? Peggio di così…».
    Da qualche anno la mia pratica buddista viveva una fase di stallo, non riuscivo più a progredire e tutto era fermo. La malattia del babbo mi dette un grosso scossone: ricominciai a impegnarmi al massimo recitando tre o quattro ore di Daimoku al giorno. La risposta della TAC doveva arrivare dopo quattro giorni: la razionalità di mia sorella, che “dipendeva” dai medici e dai loro risultati, faceva a cozzi con la mia “irrazionalità”; io pensavo invece che il potere del Gohonzon comprendeva l’intero universo e tutto si può trasformare.
    Recitavo Daimoku cercando una risposta, e così fu: la TAC rivelava che il tumore era circoscritto alla vescica. Il babbo sarebbe stato operato presto, si trattava di un intervento molto grosso che avrebbe comportato l’asporto totale della vescica e, nella migliore delle ipotesi, il conseguente uso dei “sacchetti” per urinare. Per mio padre fu un colpo durissimo: lui, amante dell’altro sesso, disse che piuttosto che farsi ridurre così avrebbe preferito non farsi operare; riuscimmo a farlo riflettere sull’importanza della vita e, alla fine, si convinse per l’operazione.
    Non era mai stato contrario alla pratica buddista, ma se qualche volta aveva provato lo aveva fatto più per fare un piacere a me che per convinzione; questa volta lo incoraggiai a provare sul serio, anche se per pochi minuti al giorno. Nei due mesi che precedettero l’operazione, ogni sera andavo a casa sua per recitare con lui un minuto o due di Daimoku. Riuscii così anche ad essere costante, per me cosa molto difficile. Mentre recitavo tre-quattro ore al giorno avevo uno scopo chiaro: il risultato doveva andare al di là di ogni più rosea aspettativa e dimostrare a mio padre, mia madre e mia sorella l’immenso potere del Gohonzon.
    Sentivo di rappresentare il Buddismo del Daishonin nel mio ambiente ed era questa responsabilità che mi spronava a impegnarmi al massimo. Se fallivo, anche gli altri non avrebbero potuto credere nel Gohonzon. Non potevo permettermi di sbagliare per la mia abulia e incostanza.
    Arrivò il giorno dell’operazione; mio padre fu l’ultimo a essere operato e visto che il suo intervento veniva ritenuto difficilissimo venne operato direttamente dal luminare e non dall’equipe.
    Durante l’intervento mi colpì in particolar modo una frase di Gosho che dice: «Myo è la mistica natura della vita e ho le sue manifestazioni». Capii che con la razionalità non sarei potuto arrivare a un risultato eccezionalmente positivo e mi affidai completamente a Nam-myoho-renge-kyo.
    Mentre stavo recitando Daimoku uscì dalla sala operatoria l’assistente del professore con aria euforica. Si rivolse a mia sorella e le disse: «Non so cosa sia successo, forse è un miracolo, non solo l’operazione è andata benissimo ma non c’è stato bisogno nemmeno di asportare la vescica in quanto è successa una cosa strana: aperta la vescica abbiamo trovato il “nocciolo” staccato da essa, come una pallina del mouse, non avevamo mai visto niente del genere ed è stato facilissimo toglierlo». Era così sconvolta che ci disse che quando capita una cosa così i medici sono felici quanto i parenti… Mentre diceva questo, stringeva la mano di mia sorella con una forza incredibile.
    Dopo pochissime ore mio padre parlava bene e aveva un viso roseo come se avesse fatto due ore di massaggi rilassanti. Dentro di me esplose una gioia incredibile e in quel momento desideravo la gioia di tutto il mondo per tutti gli esseri viventi. Mandai SMS a tutti i membri del mio gruppo; anche se loro non sapevano niente di questa storia sentii che era stata una vittoria del gruppo e pregai al massimo per la loro felicità.
    Quell’équipe medica di fama mondiale realizza tantissimi interventi al giorno di quel tipo ma tutti si ricordano dell’operazione di mio padre. Non è finita: la successiva biopsia di routine ha rivelato che quello di mio padre era un tumore di secondo grado, non invasivo, che non necessita di cure ulteriori, come i vari cicli di chemioterapia in un primo tempo prospettati. La TAC di controllo è stata eseguita dalla stessa persona che aveva fatto la prima, la quale è rimasta stupita nel vederlo vivo e vegeto, e nell’appurare dalla TAC la completa remissione di qualsiasi patologia.
    Dopo questa straordinaria prova concreta, al contrario di altre volte, non mi sono rilassato nella fede ma ho continuato con costanza a impegnarmi con tutto me stesso e adesso non è più uno sforzo “sentire” la felicità o la sofferenza degli altri. Grazie a questa esperienza ho capito e sentito che la gioia più grande della vita è la realizzazione di kosen-rufu e della felicità di tutti e che i nostri desideri come spiega Nichiren Daishonin sono legna da ardere per crescere nella fede. Da adesso in poi voglio realizzare la mia vita insieme a più persone possibile sentendo la loro felicità come la mia.

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