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Le università italiane che studiano la pace - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 01:21

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    Le università italiane che studiano la pace

    I recenti peace studies si stanno facendo strada anche in Italia. Esistono molti corsi universitari che offrono la possibilità di trasformare gli ideali di pace in una professione

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    I recenti peace studies si stanno facendo strada anche in Italia. Esistono molti corsi universitari che offrono la possibilità di trasformare gli ideali di pace in una professione

    Dal secondo dopoguerra si è assistito alla nascita del movimento per la pace, vi è stato il notevole contributo di scienziati pacifisti e si è iniziato lo studio del conflitto, sia quello macrosociale (la guerra) sia quello microsociale (conflitti nel mondo del lavoro, della scuola, della famiglia, generazionale, ecc.): non basta analizzare le parti in conflitto, è necessario comprendere le cause, le posizioni, gli interessi sottesi e la percezione che hanno del conflitto tutti gli interessati.
    Si è fatta così strada una nuova disciplina che va sotto il nome di peace studies (studi per la pace) che tanto ha dato e sta dando alla nascita del concetto di pace, quale frutto della giustizia sociale, della solidarietà, della gestione consapevole ed equilibrata dei conflitti, della ferma volontà di non prevaricare, di dialogare, di mediare. Pace quindi come modo di essere, relazione fra uomini, stile di vita. Pace non più definita al negativo, assenza di guerra, ma al positivo, ricerca della pace con mezzi pacifici, frutto della giustizia e della solidarietà, basata sulla dignità di ciascuna persona umana che ne promuove la cultura e l’educazione, attraverso lo sviluppo spirituale e materiale.
    In questo processo di costruzione di una cultura di pace, un ruolo determinante dovrebbe avere il mondo della scuola e quello universitario, in particolare. Tsunesaburo Makiguchi, pedagogo e primo presidente della Soka Gakkai, ha messo bene in evidenza, nella sua teoria del valore, il ruolo chiave dell’educazione sia nell’elaborazione culturale che nella formazione di nuove generazioni.

    In Italia i peace studies sono confinati a pochi e poco noti Centri di studio, al contrario di altri stati, in cui esistono da tempo strutture pubbliche e private, di livello universitario e post-universitario, di studio, di ricerca, di didattica.
    A Pisa esiste da qualche anno il Centro Interdipartimentale di Scienze per la Pace (CISP), finanziato dal comune e legato all’università, quasi esclusivamente per la circostanza che i componenti sono docenti universitari. Esiste un Centro studi per la Pace collegato, in modo non formale, all’Università di Ferrara. Analoghi Centri sono istituiti nelle Università di Bologna, Bari e Trieste.
    La recente riforma del sistema universitario ha aperto alle università uno spazio alla possibilità di offrire innovativi corsi di studi per la pace. Si tratta di un avvenimento di grande rilievo se si considera che tali studi, in Italia, sono stati paradossalmente confinati a lungo nelle strutture militari: gli studi per la pace non erano concepiti in modo distinto dagli studi per la guerra. Non c’è da meravigliarsi di questa circostanza, visto che la pace era studiata come conseguenza della politica di strategia militare, espressione di una precisa politica estera e di una altrettanto identificabile politica di sicurezza. I temi sono quelli tradizionalmente assegnati alla difesa e anche, gli studi relativi, sono di competenza delle strutture militari.
    La riforma universitaria si impernia su percorsi formativi secondo la formula “3 anni + 2 anni”. I primi tre anni occorrono per ottenere la laurea di primo livello. Essa ha lo stesso valore legale della laurea conseguita con il vecchio ordinamento e consente un accesso qualificato al mondo del lavoro. Gli ulteriori due anni possono essere dedicati alla laurea cosiddetta specialistica. La riforma ha predisposto “classi di laurea” per aree di studio omogenee ed ha introdotto, fra le altre, due nuove classi di laurea di primo livello e due classi di laurea di secondo livello o specialistiche: Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace, la “classe 35”, mentre l’altra è denominata Scienze della difesa e della sicurezza. Questa seconda classe è destinata a conferire a militari la laurea di primo livello, anche se i corsi sono formalmente aperti anche a civili.
    Con l’introduzione dei corsi di Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace, si conferma che la realizzazione della pace non può essere affidata esclusivamente a scelte di politica estera sostenute dalle forze armate e si prende coscienza che la forza delle armi non risolve i conflitti fra stati.
    L’approccio al tema della pace, nell’ambiente militare e non solo, è sinora avvenuto a partire dalla potenza armata. Questa opinione è l’esatto contrario che la pace sia il prodotto di innumerevoli elementi, sia spirituali che materiali. L’approccio (non militare e nonviolento) alla pace, viceversa, privilegia l’aspetto della complessità e si orienta verso un approccio interdisciplinare, proprio perché non esistono settori riservati ai peace studies. In questo senso ogni materia può essere approfondita ed indagata per lo studio della pace, senza però che questo collochi tali studi in una dimensione ideologica o irrealistica.
    L’università è investita del compito a costruire percorsi didattici e di ricerca in cui si riconosca che la costruzione della pace è il prodotto di un architettura complessa in cui interagiscono fattori culturali, sociali, economici e politici.
    Ma le università sono anche chiamate a collegare questi studi con le esigenze concrete di lavoro degli studenti, evitando così di sfornare filosofi pacifisti disoccupati, ma professionisti, in grado di garantirsi il futuro, utilizzando gli strumenti culturali messi a loro disposizione nella cooperazione allo sviluppo, nella costruzione e monitoraggio di progetti, nel cosiddetto terzo settore, ovvero nel settore del volontariato e dell’impresa sociale, nonché nella mediazione dei conflitti e delle controversie, come operatori di organizzazioni internazionali o intergovernative, nella gestione delle risorse umane. Un futuro garantito e concretamente impegnato nella costruzione di vie di pace.
    È possibile effettuare una ricerca dell’offerta formativa direttamente sul sito del ministero (offertaformativa.miur.it/corsi) scegliendo poi la classe 35.
    A Firenze sono attivati il corso di laurea per Operatori di pace (ora Operazioni di pace, mediazione e risoluzione dei conflitti), afferente alle Facoltà di Scienze politiche e Scienze della formazione, e il corso di laurea in Sviluppo economico e cooperazione in-ternazionale, afferente alla Facoltà di Economia.
    A Roma La Sapienza sono attivati il corso di laurea in Economia, cooperazione internazionale e sviluppo, afferente alla Facoltà di Lettere e filosofia e alla Facoltà di Economia, ed il corso di laurea in Scienze e istituzioni per la cooperazione e lo sviluppo economico e politico, afferente alla Facoltà di Scienze politiche, con tre diversi indirizzi: politico, sociale, economico.
    Dalle differenti denominazioni dei corsi attivati nelle 20 università italiane, si osserva che il termine “sviluppo” è presente in 14 casi, in 7 dei quali è associato alla “cooperazione internazionale”. Il termine “cooperazione” è però inteso in senso economico in altri 6 casi; entrambi i termini (sviluppo e cooperazione) sono invece assenti in 4 casi.
    Il termine “pace” è presente, con sfumature diverse, in soli 5 casi. Per il corso di Pisa (Scienze per la pace) e per quello di Firenze (Operatori di pace) l’accezione è precisa e netta. Per il corso di Perugia (Cooperazione per lo sviluppo e la pace) e per quello di Macerata (Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace) non si può dire altrettanto in quanto non fanno altro che ripetere la formula ministeriale. Così come è diverso il corso di Roma Tre (Consulente esperto per i processi di pace, cooperazione e sviluppo) che è inteso in senso tradizionale, ossia “processo di pace” equivale a “processo postbellico”.
    L’Università di Pavia, pur non avendo il termine “pace” nella denominazione del corso di laurea, indica però “le problematiche della pace” quale ambito di riferimento dei futuri laureati.
    Si può affermare che i corsi di Pisa e di Firenze (Operazioni di pace) sono quelli a impronta più specificatamente “pacifista”.

    Per gli sbocchi professionali si assiste ad una generale omogeneità: cooperazione internazionale, politiche di sviluppo, terzo settore. Attività professionali che possono essere svolte indifferentemente in Italia o all’estero, specie nei Paesi cosiddetti in via di sviluppo. Il corso dell’Università di Lecce si distingue per un indirizzo di carattere locale, espressamente riservato allo “sviluppo del Mezzogiorno” e segnatamente alle forme di “imprenditorialità innovative”.
    Il corso dell’Università di Pisa si segnala per la particolare attenzione alla mediazione e conciliazione, forme alternative ed innovative di gestione dei conflitti. Il corso ha attivato un modulo della Regione Toscana che forma tale specifica professione. Questo ulteriore titolo è spendibile in ambito locale (Comuni, scuole, difensori civici, camere di commercio ecc.)
    Il corso, triennale con possibile prosecuzione nel biennio specialistico, forma personale esperto nel campo dei peace studies. Si propone di fornire le conoscenze fondamentali e multidisciplinari indispensabili per chi si propone di lavorare nel campo della cooperazione e della prevenzione e trasformazione dei conflitti. La didattica si articola in lezioni teoriche, seminari tematici, studio di casi, trainings e tirocini formativi secondo l’obiettivo realisticamente ambizioso di formare non solo la testa ma anche il “cuore” dell’operatore, nella direzione di un approccio olistico alle problematiche della pace. La “classe 35” è presente anche nelle università di Bologna, Cagliari, Rende, Milano, Napoli, Palermo, Torino e Urbino.
    Ovviamente la pace non si insegna, ma la si impara e per questo nessuno è “professore di pace”. Infine la pace non è questione di specialisti, ma è dovere di tutti interessarsene: tutti possono impegnarsi e lavorare per la pace attraverso il proprio cambiamento verso se stessi, verso gli altri, nel proprio stile di vita.

    Per i dati si è fatto riferimento all’articolo del professor Pierluigi Consorti apparso su Aggiornamenti Sociali 1/2004

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    Mentre stiamo per andare in stampa, l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, ci segnala l’apertura delle iscrizioni al Master universitario Immigrati e rifugiati. Formazione, comunicazione e integrazione sociale. Informazioni sul sito www.masterimmigrati.it oppure telefonando al numero 06 49918445 nei giorni lunedì, martedì e mercoledì dalle 10 alle 19.

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    Operatrice di pace quasi per caso

    Cinquant’anni suonati, un momento difficile per me nell’organizzazione buddista, tanta voglia di rinascere e una grande curiosità. Questi gli ingredienti del cocktail che mi portarono il 3 ottobre 2002 all’inaugurazione del corso di laurea “operatori per la pace”, che nasceva ufficialmente quel giorno nell’Aula magna di Scienze della Formazione. Per caso, avendo saputo che quel giorno nasceva il corso di laurea , mi ritrovai insieme a una quarantina di persone che, con mio stupore, non erano tutti ragazzi usciti dal liceo. C’erano diversi adulti, di quelli che con i miei pregiudizi non mi sarei aspettata: Andrea, attempato autista dell’autobus che è stato in Kossovo con una missione umanitaria; Francesca, che a quarant’anni ha deciso di smettere di progettare scarpe e ricominciare daccapo; Alessandro,imprenditore che dirige la propria azienda con la metodologia nonviolenta; Mamadou, benzinaio senegalese che vive ad Empoli e tanti altri, uniti dal filo sottile di un grande entusiasmo, anche se può significare rompere equilibri ormai consolidati.
    Mi piacquero tanto quella mattina alcuni professori, in prima fila il bodhisattva Alberto L’Abate, ma anche l’idea che fosse un corso interfacoltà con insegnamenti della Facoltà di Scienze Politiche,e quindi tutela dei diritti umani, relazioni internazionali, interposizione nonviolenta in zona di conflitto. Per me che praticavo il Buddismo da circa sedici anni quelle erano parole significative, erano quei sogni, nel mio caso a volte un po’ idealistici, di giustizia e uguaglianza, che hanno accompagnato la mia vita, e ancora una volta mi ci buttavo dentro con passione. Ho sempre creduto nell’intuizione e nell’intelligenza emotiva e, quando alla fine della mattina in Aula magna fui intervistata dal TG3 lo presi come un segno del “destino”, che ormai ero di nuovo una studentessa universitaria.
    La mia esperienza in questi due anni ha confermato in pieno la mia scelta, non c’è stato un momento in cui mi sia pentita; difficile è poter raccontare tutte le persone straordinarie che ho incontrato e incontro, passare da un corso interessante come Relazioni Internazionali a uno fantastico di Antropologia Culturale sullo spirito del dono, seguire training nonviolenti che mi insegnano concretamente l’ascolto attivo, il silenzio, la mediazione, il metodo del consenso… Ma soprattutto imparare ad apprezzare gli altri, ognuno diverso ed irripetibile concretamente, scoprire quante persone ci sono intorno a noi che cercano, che si mettono sinceramente in discussione tutti i giorni, scoprire l’onesta passione di tanti insegnanti che credono in queste discipline e fanno i salti mortali per far quadrare i magri bilanci del corso con un servizio di grande qualità umana, oltre che scientifica. Proseguo quest’avventura complessa, dividendo le mie ore con tre figli che non sono mai troppo grandi, tanti altri impegni e interessi, non sostengo certo esami al ritmo di una ventenne, ma quando studio questi argomenti fantastici, mi sento fortunata nell’approfondire la conoscenza e quindi anche la mia vita. Anche la paura di non sentirmi accettata dai giovani del corso è svanita, perché i giovani spesso non hanno schemi e pregiudizi e, quando si dice di rimanere sempre giovani con il Gohonzon, forse si pensa alla ricchezza di entusiasmo, di sincerità, al coraggio di accettare la sfida di andarsene ad esempio in Africa piuttosto che restare al comodo delle proprie abitudini, al coraggio di sapersi sempre mettere in gioco con allegria.
    Marisa Nardini

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