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L'aspetto positivo della negatività - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 02:47

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L’aspetto positivo della negatività

Una serie di riflessioni sul significato di “diventare Budda così come siamo”, per scoprire paradossalmente il valore e l’utilità dei propri difetti e limiti quando li usiamo per rendere gli altri più felici

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Una serie di riflessioni sul significato di “diventare Budda così come siamo”, per scoprire paradossalmente il valore e l’utilità dei propri difetti e limiti quando li usiamo per rendere gli altri più felici

Quand’è stata l’ultima volta in cui avete avuto l’assoluta certezza di realizzare un obiettivo che vi eravate posti? Più passa il tempo e più mi sembra di avere una memoria selettiva sulla mia giovinezza. Ricordo che credevo di poter realizzare qualunque cosa in cui desiderassi impegnarmi. Per esempio, magari non mi sentivo brillante come altri in una certa materia, ma se le dedicavo il tempo necessario a capirla, potevo padroneggiarla. Quasi dimentico d’aver continuamente dovuto contrastare con decisione la mancanza di fiducia in me stessa.
Affrontare l’insicurezza è stato un tema costante nella mia vita. Mentre scrivo questo articolo, mi rendo conto che la mancanza di fiducia nelle mie possibilità è stata un catalizzatore per la mia crescita come essere umano. Manifestare la propria Buddità non significa trasformarsi in qualcun altro o cercare di diventare un essere trascendente. Significa piuttosto risvegliarsi al fatto che possediamo già la natura di Budda, che come comuni esseri umani possiamo manifestare lo stato di Buddità così come siamo.
Dopo oltre ventinove anni di pratica buddista sono arrivata alla conclusione che credere nella nostra innata natura di Budda e in quella degli altri è una sfida quotidiana. E proprio questa sfida quotidiana ci permette di manifestare la Buddità. In altre parole, affrontare le nostre debolezze è il mezzo per rivelare il nostro pieno potenziale.
L’oscurità fondamentale – l’illusione originaria che ci porta a negare la nostra natura di Budda – ci impedisce di credere che possediamo già la Buddità. Possiamo sperimentare questa illusione in vari modi: con il dubbio, la paura o le incertezze. Ma nel Gosho Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza, Nichiren ci incoraggia a percepire la mistica verità connaturata alla vita tutti gli esseri viventi: Nam-myoho-renge-kyo. Ci sprona anche a non cercare la Legge al di fuori di noi e afferma che recitando Nam-myoho-renge-kyo riconosceremo questa mistica verità in tutte le forme di vita (vedi SND, 4, 3).
Quindi, quando recitiamo Daimoku, dobbiamo maturare la convinzione che possediamo già la capacità di trasformare questa sfiducia in un catalizzatore per il nostro ulteriore sviluppo e che Nam-myoho-renge-kyo è la sorgente della nostra forza interiore.
Di recente, ho telefonato a una donna con un cancro allo stadio terminale. Ogni giorno lotta per vivere un giorno di più. L’ho chiamata per incoraggiarla e invece è stata lei a incoraggiare me. Ha risposto al telefono con la più positiva e potente forza vitale che io abbia mai sentito. Sono rimasta stupefatta. Mi ha spiegato che non aveva altra alternativa che lottare ogni giorno recitando Nam-myoho-renge-kyo. Grazie alla sua convinzione, vedevo in lei una bellezza e una forza senza pari. La sua forza vitale e la sua fiducia erano una prova inconfutabile che stava avendo la meglio sul cancro: la malattia non l’aveva sopraffatta. Il suo spirito era grande e invidiabile, un testamento del potere di Nam-myoho-renge-kyo.
Questo stesso potere, ho capito, è alla nostra portata in ogni momento, ma ci sfugge quando non affrontiamo le circostanze con una preghiera risoluta o quando sfuggiamo la nostra realtà. Ci serve un radicale cambiamento nel modo di porci di fronte ai problemi. Quando li affrontiamo con la fede, possiamo considerarli occasioni per spronare la nostra vita verso nuove dimensioni.
Dobbiamo imparare a vedere i problemi che ci causano sofferenza come opportunità, specialmente quelli che abbiamo con altri esseri umani. In una delle mie citazioni preferite, il presidente della SGI Ikeda afferma: «Per raggiungere la Buddità, dobbiamo sconfiggere il male dentro di noi. Il mezzo per farlo è lottare e sconfiggere il male fuori di noi. Lottare per avere la meglio sul male ci permette di purificare la vita, e raggiungere la Buddità. Poiché combattiamo il male fondamentale, otterremo il bene fondamentale».
Per me, questo significa capire che l’oscurità fondamentale impedisce agli esseri umani di rendersi conto che la natura di Budda è innata dentro di loro.
Il potenziale supremo della vita – la Buddità – è lo stesso per tutte le persone, che recitino Nam-myoho-renge-kyo o meno. Ma è attraverso l’atteggiamento buddista di sfida incessante alla negatività della vita che possiamo tirar fuori quel potenziale supremo. Quindi la persona che ci maltratta è una specie di promemoria di quanto sia potente la negatività. Questa persona è stata sconfitta dalla propria oscurità e ne è in balia. Ma allo stesso tempo bisogna riconoscere che anche nella sua vita è presente la Buddità e che ci sta offrendo un’opportunità per vincere la nostra negatività e manifestare qualcosa di buono.
Per anni ho avuto una relazione difficile con una corresponsabile il cui atteggiamento, secondo me, faceva soffrire i membri. Ogni volta che la incontravo, il giudizio prorompeva con forza dalla mia vita ma la situazione restava immutata. Di fatto parevo essere la sola a soffrirne. Il mio giudicarla costantemente si manifestava con un dolore interiore che non riuscivo a superare per quanto recitassi Daimoku o per quanta attività buddista facessi.
Nulla è cambiato fin quando non l’ho vista come un essere umano che, proprio come me, aveva delle debolezze che stava cercando di trasformare. Allora ho cominciato a recitare per lei ogni giorno. Ho indirizzato le mie preghiere alla sua vita con la determinazione d’aiutarla, di assicurarmi che avrebbe vinto. Appena sono riuscita a recitare sinceramente in questo modo, la mia relazione con lei è cambiata. È diventata un’amica.
Da questa esperienza ho imparato che quando recito Nam-myoho-renge-kyo per aiutare gli altri a superare le loro debolezze invece di limitarmi a giudicarli, la mia relazione con loro migliora. Sconfiggo la mia negatività mentre li aiuto a superare la loro, il che conferma che ho in me il potere di influenzare il cambiamento nel mio ambiente.

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Commento di Marialuisa Cellerino

Le riflessioni di Linda Johnson, responsabile delle donne della SGI-USA, sollevano interessanti spunti di riflessione e approfondimento su come applicare la filosofia buddista nella propria esistenza quotidiana, nel rapporto con se stessi e i propri difetti e nelle relazioni con gli altri dove le nostre caratteristiche, e in particolar modo quelle negative, spesso emergono con prepotente evidenza.
Un aspetto rivoluzionario del pensiero di Nichiren Daishonin, che lo distingue nella storia del Buddismo, sta proprio nella sua interpretazione del principio di sokushin jobutsu, cioè “ottenere l’Illuminazione nella propria forma presente”, in parole povere diventare Budda così come si è, senza cambiare la propria natura, con i propri pregi e i propri difetti. Nel Gosho La dottrina del raggiungimento della Buddità nella forma presente Nichiren Daishonin cita Gli eminenti princìpi del Sutra del Loto (Hokke shuku) di Dengyo: «Né maestro né discepolo devono sottoporsi a innumerevoli kalpa di pratiche austere: attraverso il potere del Sutra del Loto possono ottenere la Buddità nella forma presente» (SND, 9, 130).
Ma, per passare dalla teoria alla pratica, mi sono spesso chiesta nella mia ventina d’anni di pratica buddista come sarei riuscita a trasformare, senza tutti questi kalpa, che poi equivalgono a una quantità inimmaginabile di anni e di vite, di pratiche austere, la marea di difetti, limiti, mancanze, paure, insicurezze, pregiudizi e presunzioni che giorno dopo giorno la recitazione del Daimoku davanti al limpido specchio del Gohonzon, unita al confronto con gli altri nell’attività buddista, mi sbatteva spietatamente in faccia. Poi, quando ho capito, che non dovevo diventare un’altra persona ma che, secondo Nichiren, potevo manifestare la Buddità proprio così com’ero, mi sono chiesta come ciò fosse possibile, come la mia rivoluzione umana potesse conciliarsi con la mia pigrizia, con la mia chiusura nelle relazioni con gli altri, con la tendenza a disprezzare me stessa, a giudicare spesso in maniera categorica e rigida sia me che il mio ambiente, tanto per citare qualcuno dei “difettucci” che sono andata scoprendo nel corso del mio percorso di pratica buddista.
Beh, una grande risposta me l’ha data il rileggere più e più volte la spiegazione che Daisaku Ikeda dà del cambiamento del karma secondo Nichiren Daishonin nel Mondo del Gosho. In sintesi ci dice che è possibile compiere quell’azione apparentemente impossibile di cambiare in una sola esistenza tutto il proprio karma accumulato in infinite vite – senza contare quello che via via continuiamo ad accumulare – decidendo di dedicare la propria vita alla Legge mistica e a diffonderla per la felicità di tutte le persone, nostri fratelli e sorelle Budda: quel karma assume così un valore diverso: le nostre disgrazie e i nostri difetti diventano le nostre armi per mostrare il potere del Gohonzon per mostrare che tutti, noi compresi, siamo Budda, e non sono più pesanti fardelli ma opportunità, anzi le uniche e le migliori opportunità che abbiamo a disposizione.
«Ikeda: tutti abbiamo il nostro karma o destino. Ma quando lo guardiamo dritto in faccia e ne cogliamo il vero significato, allora ogni avversità può aiutarci a condurre una vita più ricca e profonda. Le azioni che compiamo per combattere il nostro destino diventano un esempio e una fonte d’ispirazione per innumerevoli altre persone.
«Quando cambiamo il nostro karma in missione trasformiamo il ruolo che svolge il nostro destino, da negativo a positivo. Chiunque cambi il proprio karma in missione è una persona che ha “volontariamente assunto il karma appropriato”. Perciò chi continua ad avanzare considerando qualsiasi cosa come parte della propria missione, sta procedendo verso la trasformazione del proprio destino» (MDG,2, 54).
E allora mi è sovvenuta una metafora, forse un po’ estrema ma che per me è stata illuminante. Non ci sono “tendenze negative” o difetti e “tendenze positive” o pregi in senso assoluto nella nostra vita. Ci sono soltanto tratti di carattere, il nostro, né buoni né cattivi di per sé, che lo diventano o perchè si esprimono nel momento sbagliato o più spesso perché si esprimono nel modo sbagliato. È un po’ come un bel pezzo di musica ascoltato su un impianto stereo mal regolato. Se ci sono troppi alti o troppi bassi, se il volume è scarso o eccessivo può risultare inaudibile o tremendamente fastidiosa. Insomma è una questione di manopole, di regolazione. Una pigrizia “ben regolata” diventa capacità di riflessione, una veemenza “ben regolata” diventa incisività nell’azione. Un carattere collerico manifestato al momento opportuno può dare la forza e il coraggio per denunciare e sovvertire un’ingiustizia. Nella mia modesta esperienza gli ingredienti per regolare lo stereo della nostra vita sono essenzialmente due: anzitutto la recitazione del Daimoku che ci consente di illuminare qualsiasi nostra tendenza, “alzando” lo stato vitale generale. Perché quando siamo felici di esistere, vitali, motivati, convinti e pieni di energia la collera distruttiva diventa costruttiva, la paura diventa fonte di riflessione interiore, l’insicurezza o l’eccessiva sensibilità diventa profonda empatia per le debolezze degli altri.
Poi l’attività buddista per gli altri e insieme agli altri. Ryunio, la figlia del re drago che nel dodicesimo capitolo del Sutra del Loto, Devadatta, dopo aver ascoltato la predicazione di Maitreya ottiene istantaneamente la Buddità rimanendo un “animale”, e per di più femmina, anzi bambina di otto anni, lasciando di stucco migliaia di grandi bodhisattva che da secoli e secoli si dedicavano alla pratica degli insegnamenti del Budda, dice: «Io espongo le dottrine del Grande veicolo per riscattare gli esseri viventi dalla sofferenza». Nel grande mare della vita di cui ogni più piccolo aspetto è Myoho-renge-kyo, e in quanto tale ha un valore prezioso e unico se scegliamo di offrirci, metterci in gioco, dare istante per istante il nostro piccolo contributo all’armonia di tutto l’insieme, diffondendo la Legge mistica al meglio delle nostre capacità, con i pensieri, le parole e le azioni, in parole povere col nostro “umano” comportamento quotidiano, non c’è niente ma proprio niente di noi, nemmeno quelle parti della nostra vita e del nostro carattere che meno riusciamo ad apprezzare, che vada sprecato.

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