«Sentii che “mi meritavo” di guarire perché la mia vita aveva un grande valore in quanto la dedicavo a kosen-rufu; nessun’altra motivazione era stata sufficiente a farmi uscire dal tunnel»
Labirinto. Ecco dove vivevo, dove mi muovevo, dove brancolavo. Un labirinto di angoscia. Fino all’incontro con il Buddismo di Nichiren e l’avvio su una strada maestra, dalla quale, da allora, da quel luminoso giorno del 1988, non ho più deviato.
Nel 1981 morì mio marito. Avevo 40 anni, due bambini piccoli (8 anni e 17 mesi) e un “prima”, con lui, il mio grande amore, bellissimo e felice, mentre mi attendeva un “dopo” di dolore totale. Che rifiutavo di vivere in fondo: tanto che arrivai a creare in me una sorta di dualismo: un totale distacco tra come stavo “dentro” e come apparivo “fuori”. Lì, fuori, forte, in grado di allevare da sola due bambini, di affrontare con loro lunghi viaggi in camper, in giro per l’Europa, dalla Francia alle Terre del Nord. Qui, dentro, immersa in una totale devastazione, pervasa da un senso di estraneità quasi costante. Quel dolore che non riuscivo ad accettare e metabolizzare creava uno schermo tra me e la vita. Stavo malissimo e temevo di impazzire; a volte mi prendeva una grande rabbia; e allora, sola in casa, stringevo i pugni e urlavo a mio marito: «Comodo essertene andato! Qui, nelle peste, ci sono io!…»
Quando all’inizio del 1988 mi parlarono della pratica buddista iniziai subito; già pochi giorni dopo il mio primo Nam-myoho-renge-kyo ebbi il primo immenso risultato: smisi di pensare che sarei finita pazza! Nell’estate di quello stesso anno partecipai al mio primo corso estivo e nell’ottobre ricevetti il Gohonzon trasformando la mia camera per poterla offrire per le riunioni. La sofferenza negata cominciava a farsi sentire: decisi di parlarne con Dadina, la prima praticante italiana; lei mi spiegò la “gratitudine”. Mi pareva difficile riuscire a trasformare rancore, dolore e rabbia in gratitudine. Oggi percepisco con chiarezza quanto fosse chiusa la mia vita: ma allora, l’unica cosa che riuscii a sentire, era la consapevolezza che la mia salvezza era legata alla pratica, al Gohonzon. Nel 1989 un gruppo iniziò le sue riunioni proprio in casa mia, in quella stanza trasformata; me ne fu affidata la responsabilità anche se non capivo cosa significasse essere responsabili della Soka Gakkai. Mi dissi: «Sono abituata ad assurmermi responsabilità, prenderò anche questa!». Recitare per la felicità degli altri spesso mi costava, mi pareva di dover fare da baby-sitter alle persone del gruppo… Continuavo comunque a praticare, studiare, frequentare le riunioni, dare il mio contributo appena potevo. Feci subito l’abbonamento ai giornali, leggevo il Gosho e i discorsi del presidente Ikeda: e se il rapporto con Nichiren era facile e forte -– avevo scelto come “mio” Gosho Il raggiungimento della buddità in questa esistenza – non altrettanto chiaro era il legame con il presidente Ikeda; l’idea poi di riconoscere in lui un “maestro” era molto lontana da me: la mia generazione aveva piuttosto sentito il bisogno di eliminarli i maestri!
Considerevoli cambiamenti si verificarono anche sul piano lavorativo: era nato, nella Soka Gakkai Italiana, il Gruppo educatori buddisti e io, in qualità di insegnante, ne avevo fatto parte fin dalle prime riunioni. Nell’anno scolastico 1991-1992 divenni Docente referente per l’educazione alla salute, un ruolo finalizzato a migliorare la qualità delle relazioni all’interno della scuola e a sostenere gli studenti in difficoltà. E così mi trovai a dividere il mio tempo tra l’attività didattica in classe e la realizzazione di progetti che avevano l’obiettivo di aiutare gli studenti a vivere meglio, con il sostegno della scuola, i momenti critici dell’adolescenza.
Ma l’occasione per cominciare a trasformare il nodo più doloroso della mia vita venne dalla malattia. Un tumore al seno e altri interventi con complicazioni mi costrinsero per un lungo periodo in ospedale, che culminò in un crollo psico-fisico devastante. I miei responsabili mi incoraggiavano, sentivo il Daimoku che veniva recitato per me, leggevo il Gosho Risposta a Kyo’o che mi aveva accompagnato dall’inizio della malattia, ma non riuscivo ad abbandonare la convinzione che non sarei uscita viva a lì. Recitare Daimoku era molto difficile, mi ritrovavo con la testa nel vuoto; allora, visto quanto mi mancava il Gohonzon, presi a leggere il libretto di Gongyo concentrandomi su ogni ideogramma, quasi ad introiettarlo per poter ricostruire quelle macerie che mi sentivo dentro.
Una mattina, leggendo la preghiera silenziosa, fu come se la capissi per la prima volta: il mio karma era l’effetto delle mie offese alla Legge. Riuscii a riingraziare per la mia malattia e sentii che “mi meritavo” di guarire perché la mia vita aveva un grande valore in quanto la dedicavo a kosen-rufu; nessun’altra motivazione era stata sufficiente a farmi uscire dal tunnel, nemmeno il pensiero degli amatissimi figli, già orfani del padre. Iniziò la mia ripresa fisica, sostenni il ciclo di radioterapia, e in più fui in grado di dare il mio contributo al Corso educatori che si teneva a Roma: sentivo il processo della mia rivoluzione umana e di kosen-rufu inscindibili e cominciavo ad abbattere lo schermo tra me e la vita.
Ora mi era facile incoraggiare le donne a credere nell’infinito potenziale della vita e condividere sempre il grande ideale di kosen-rufu. In quello stesso anno, il 1994, iniziai un corso biennale sulle tematiche relazionali che mi permise di diventare Formatrice Gordon. Utilizzai subito questa competenza all’interno del gruppo educatori buddisti, facendo mio l’invito del presidente Ikeda a potenziare gli strumenti del dialogo proprio per realizzare la pace e l’unità.
Nel 1998 un secondo tumore mi portò all’asportazione del seno; se riuscii, grazie al Daimoku, ad affrontare bene, con un alto stato vitale, la mastectomia, nei mesi successivi confrontarmi tutti i giorni con la menomazione si rivelò pesante. Mi stavo proprio avvilendo, finché un giorno davanti al Gohonzon percepii che la mia vita è Nam-myoho-renge-kyo e che il senso profondo della mia missione non poteva essere modificato dal fatto che avessi un solo seno!
Ritornare ancora una volta alla mia vera identità mi fece comprendere che avevo fatto dipendere la mia vita dall’amore di mio marito: nel suo amore avevo messo le mie radici: recitare Nam-myoho-renge-kyo mi aveva permesso di riportare le radici della mia vita in me stessa, con un grande senso di libertà e pienezza.
Sempre in merito alla libertà, il matrimonio di mio figlio nel 2001 mi ha fatto verificare quanto sia difficile lasciare le persone che amiamo “veramente” libere: in quest’occasione ho riconosciuto anche a mio marito la libertà di essersene andato morendo. In tutti questi anni l’attività dentro la Soka Gakkai mi ha permesso di accellerare il mio processo di cambiamento e un’ulteriore verifica l’ho avuta in un corso a Trets dove ero stata invitata a fare un piccolo intervento sul Gosho del feudo: avrei parlato della gratitudine. Mi sembrava un sentimento così forte nella mia vita e nella mia pratica che non avrei dovuto avere nessuna difficoltà, invece mi paralizzai: non riuscivo a focalizzare niente e provavo una grande pesantezza. Mancava ancora qualcosa alla piena trasformazione in gratitudine di quei terribili sentimenti che la morte di mio marito aveva scatenato in me. Recitando Daimoku, sentii che dedicando la mia vita a kosen-rufu essa si espandeva all’infinito, abbracciando l’universo, la vita, la morte… Abbracciando anche la vita di mio marito.
Offro quest’esperienza al presidente Ikeda per ripagare il debito con il mio maestro, che ha permesso anche a me di incontrare il Buddismo di Nichiren e con il quale voglio condividere con sempre maggiore consapevolezza il forte ichinen per la pace.