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La rivoluzione sempreverde - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 01:35

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La rivoluzione sempreverde

È il nome del progetto di S.M. Swaminathan, le cui ricerche hanno salvato dalla morte per fame più di settanta milioni di indiani, per riuscire a nutrire tutti gli abitanti della Terra attraverso un’agricoltura che non danneggi l’ambiente

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È il nome del progetto di S.M. Swaminathan, le cui ricerche hanno salvato dalla morte per fame più di settanta milioni di indiani, per riuscire a nutrire tutti gli abitanti della Terra attraverso un’agricoltura che non danneggi l’ambiente

Ogni giorno nel mondo in media muoiono di fame ventiquattromila persone, il che significa mille persone che muoiono di fame ogni ora. Se un jumbo jet con cinquecento persone a bordo avesse un incidente la risonanza sarebbe enorme; il numero dei morti per fame equivale a un incidente ogni trenta minuti e i tre quarti delle vittime sono bambini con meno di cinque anni di età.

Tutti dicevano che era impossibile, ma il giovane scienziato era determinato. Si poteva fare e lui doveva farlo! Aveva accettato questa battaglia come una sfida personale, la battaglia per sconfiggere la fame, un impegno grande e compassionevole per permettere a ogni abitante dell’India di avere cibo a sufficienza. Nella sua mente, il giovane vedeva i suoi compatrioti così scavati, solo pelle e ossa, cadenti per l’esaurimento. L’immagine dei loro colli sottili, delle pance gonfie e degli occhi vuoti dei bambini accucciati a terra era sempre presente in lui.
Erano i primi anni ’60 e persino i funzionari del Ministero dell’Agricoltura credevano che l’India sarebbe sempre stata costretta a importare cibo, che il paese non sarebbe mai riuscito a essere autosufficiente. Ma il padre del giovane M.S. Swaminathan gli aveva insegnato a credere profondamente che niente è impossibile. Non esiste la parola “impossibile”, era solito dire suo padre, esiste solo nella mente della persona che ha deciso che qualcosa è impossibile. Questa era la filosofia che guidava Swaminathan.
Il giovane si impegnò negli studi e fece viaggi in Olanda, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. In America gli si prospettava una promettente carriera accademica, ma resistette alla tentazione. Aveva studiato genetica per un motivo, quello di aiutare i poveri; fare in modo che l’India producesse cereali a sufficienza per nutrire la popolazione era il suo obiettivo. Sarebbe tornato in patria per vedere la sua promessa realizzata.
Dopo aver cominciato con un contratto temporaneo presso un istituto di ricerca, condusse avidamente studi ed esperimenti. Lavorando all’aperto insieme ai contadini raffinò i suoi metodi e perfezionò i risultati. E i suoi sforzi furono ricompensati da brillanti successi. Sviluppò nuove varietà di grano e di riso che davano rese abbondanti. Infine, nel 1971 raggiunse l’”impossibile” rendendo l’India autosufficiente dal punto di vista della produzione agricola.
Si stima che le ricerche di Swaminathan abbiano salvato almeno settanta milioni di persone dalla morte per fame nella sola India. Le moltitudini dell’Asia, una regione caratterizzata dall’esplosione demografica, furono salvate dal suo lavoro che oggi è noto come la “rivoluzione verde”. Sulla base dei suoi risultati e della lezione di questa prima grande conquista scientifica, continuò a guidare quella che lui ha chiamato la “rivoluzione sempreverde”, un impegno per nutrire tutti gli abitanti della Terra grazie a un’agricoltura sostenibile che non danneggi l’ambiente.
Nel 1999, la rivista Time Magazine fece un elenco dei personaggi che in Asia avevano influenzato più profondamente il ventesimo secolo e i tre indiani inclusi nell’elenco erano il Mahatma Gandhi, Rabindranath Tagore e M.S. Swaminathan. Ma ogni volta che si lodano i suoi risultati, Swaminathan replica che l’aumento della produzione agricola è il risultato degli sforzi degli agricoltori «perché è il contadino che fatica sotto il sole e sotto la pioggia così che tutti gli altri possano esistere» [Gita Gopalkrishnan, M.S. Swaminathan: One Man’s Quest for a Hunger-Free World].
E aggiunge: «Tuttavia, la popolazione urbana di rado riconosce che viviamo in questo mondo come ospiti delle piante verdi e dei contadini che le coltivano […] Purtroppo chi è ben nutrito non sembra preoccuparsi molto della fame degli altri […] I più temono di avere meno se “altri ottengono di più” […] per il timore di dover condividere potere e risorse. Noi […] dobbiamo dimostrare che aiutare i deboli a diventare forti rende solida l’intera comunità. […] La prospettiva di un mondo senza fame è un’eredità gloriosa affidata al nostro mondo contemporaneo» [Ibidem]. Swaminathan crede che eliminare la fame e la povertà debba essere una priorità assoluta per il genere umano.

La maggior parte della gente pensa, probabilmente, che la fame e le morti per fame siano causate dalle carestie. Invece il 90% dei morti per fame non sono vittime di una carestia ma della malnutrizione cronica. Essi muoiono lentamente per fame. E il loro numero ammonta a ottocentoquaranta milioni, vale a dire che sul pianeta quasi una persona su sette non riceve cibo sufficiente a sostenere la vita.
Non abbiamo abbastanza risorse per poter nutrire tutti quanti? No. Nell’insieme del pianeta ci sono risorse per tutti, ma incredibilmente perfino quei paesi dove sono presenti larghi strati di popolazione che muoiono di fame in realtà continuano a esportare cibo. Come è possibile? La causa principale è la povertà. Anche se il cibo esiste, chi muore di fame non ha denaro sufficiente per acquistarlo.
Con espressione preoccupata, M.S. Swaminathan spiegava che circa il 78% della popolazione mondiale soffre di povertà, e il 70% di costoro sono donne che vivono nei paesi in via di sviluppo. La mancanza di cibo e la malnutrizione rendono queste persone deboli e facilmente attaccabili dalle malattie. Perdono la forza per lavorare e la volontà di vivere. In un circolo tragico, la fame crea povertà e la povertà crea fame.
Swaminathan mi ha detto anche: «In India e in Bangladesh, per esempio, un terzo dei neonati pesa meno di due chili e mezzo e molti hanno difetti dalla nascita (dovuti alla malnutrizione)». Mentre Swaminathan di solito è il ritratto della genialità, le sue parole diventano roventi quando parla delle disuguaglianze diffuse nel mondo di oggi: «Metà della popolazione non possiede fonti pulite e sicure di acqua potabile, mentre nei paesi industrializzati il cibo viene sprecato e gettato via». Questo è inaccettabile da tutti i punti di vista. Egli ha aggiunto: «C’è una tremenda ingiustizia nel mondo. I cinque paesi più ricchi hanno un prodotto interno lordo maggiore di quello dei cinquanta paesi successivi messo insieme. Coloro che si sentono esclusi dalla società a causa dell’ingiustizia diffusa possono arrivare a scegliere la violenza come soluzione».

Non c’è pace in un luogo devastato dalla fame, e per questo motivo realizzare la giustizia sociale è cruciale per ottenere la pace. Quando Swaminathan era un ragazzo, il Mahatma Gandhi visitò la sua casa due volte. In una di queste occasioni, Gandhi chiese ai cittadini benestanti del luogo di donare le loro collane d’oro e gli altri gioielli che sarebbero stati venduti all’asta per poter raccogliere fondi per il movimento per l’indipendenza e per aiuti ai poveri.
Nel fare questo non credo che Gandhi stesse chiedendo elemosina per i poveri, ma credo invece che le sue azioni fossero basate sull’acuta percezione che i lussi dei ricchi fossero ottenuti solo privando i poveri delle minime necessità di base. Swaminathan mi ha detto: «Nel considerare il problema della fame, una equa distribuzione delle risorse alimentari è ancora più importante della crescita demografica e della produzione alimentare. La vera questione è assicurare la qualità della vita per tutti. Per farlo, dobbiamo riorientarci da una economia guidata dal profitto a un’economia che rispetti la dignità della vita umana».
Questo è un convincimento di cui Swaminathan è divenuto sempre più consapevole man mano che la “rivoluzione verde” a cui aveva dato vita progrediva. Fin dall’inizio egli mise in evidenza che “i cambiamenti devono cominciare dai più poveri”, notando che “se si fa qualcosa nei campi degli agricoltori ricchi, quelli poveri non si sentiranno coinvolti”. Se al contrario i raccolti dei contadini poveri migliorano, se ne accorgeranno tutti quanti e la società nel suo insieme ne trarrà beneficio. Purtroppo, una volta che la “rivoluzione verde” prese il via e continuò la sua corsa, contrariamente all’intento di Swaminathan, toccò in primo luogo i contadini più ricchi.
In genere, sia in India che in altri paesi, le varietà dei nuovi raccolti si sono rivelate una forma di agricoltura molto costosa che richiede ampi investimenti in fertilizzanti, sistemi di irrigazione e pesticidi. Investimenti di questo tipo ovviamente alzano il prezzo del raccolto che quindi solo i ricchi possono permettersi di acquistare, il che significa per lo più i paesi stranieri industrializzati.
Esportate a prezzi elevati, le materie alimentari erano troppo costose per gli agricoltori che le avevano prodotte e la gente, che prima era in grado almeno di sfamarsi con quanto aveva prodotto non aveva niente da mangiare. L’agricoltura si trasformò nel tempo in un sistema agro-industriale in cui le grandi aziende agricole largamente meccanizzate riuscivano a permettersi i fertilizzanti, i sistemi di irrigazione, l’assistenza tecnica e le macchine, mentre i fornitori di questi beni e servizi facevano ottimi affari e il numero dei contadini senza terra aumentava. Molti lavoratori agricoli ora coltivavano i prodotti alimentari per l’esportazione su terreni che appartenevano ad altri. I ricchi diventavano sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri. La tragica ironia stava nel fatto che chi realmente coltivava la terra stava morendo di fame.
Come se non bastasse, coloro che ottenevano enormi profitti dal sistema agro-industriale, sia i produttori di fertilizzanti e di pesticidi che le grandi aziende agricole che li impiegavano, addossavano sui poveri anche enormi costi ambientali nascosti, sotto forma di acque inquinate dai residui dei fertilizzanti, suolo impoverito e un ecosistema avvelenato dai pesticidi. Swaminathan fu uno dei primi a lanciare l’allarme sui problemi di decadimento del suolo e delle acque a seguito dell’uso eccessivo di fertilizzanti. Purtroppo, furono assai pochi a dargli ascolto.
Egli aveva scelto l’agricoltura come suo campo di studio a seguito della carestia del Bengala del 1943 nella quale morirono tre milioni di persone. Anche durante quella carestia, l’avidità richiese un costo terribile, con la gente che accumulava derrate alimentari fino a far salire il prezzo alle stelle. Oggi, il sistema agro-industriale esercita ogni sforzo possibile per alzare al massimo i prezzi e non importa quali siano gli effetti sulla popolazione povera. I paesi ricchi e industrializzati comprano enormi quantità di prodotti alimentari a qualsiasi prezzo e poi gettano via il surplus. In questo modo si è istituzionalizzata la diffusione della fame, malgrado esistano risorse a sufficienza per tutto il genere umano.
Nichiren Daishonin disse: «Dato che l’avidità si fa sempre più intensa, la carestia insorge» (GZ, 718). Oggi la fame non è un disastro naturale, ma è un disastro causato dal comportamento degli uomini, ed è per questo che Swaminathan ha dichiarato con fierezza che può essere risolto. I problemi causati dagli esseri umani possono essere risolti dagli esseri umani.
Swaminathan ha continuato a cercare di trovare modi di sostenere gli agricoltori poveri, in particolare trovare modi in cui possono sostenersi da soli. Ritiene che lo sviluppo non dovrebbe produrre vincitori e perdenti, ma beneficiare tutti quanti. Auspica inoltre lo stabilirsi di alleanze tra le varie parti: gli imprenditori, il governo, le organizzazioni non governative (ONG) e le associazioni di consumatori. Ha poi proposto la formazione di banche alimentari cooperative e una Banca Internazionale per la Nutrizione per Tutti.
Sulla base di queste convinzioni, ha dichiarato che oltre a sottolineare l’importanza delle politiche governative e a crescere la consapevolezza globale dell’importanza della distribuzione equa di cibo, egli avrebbe anche iniziato a lavorare sul fronte d’avanguardia del problema, ovvero a livello dei villaggi. In altre parole, avrebbe lavorato sulla questione affrontandola dai due estremi, dall’alto in basso e viceversa, creando un processo bidirezionale. Avrebbe iniziato di nuovo, lavorando con i più poveri tra i poveri, a portare speranza e incoraggiamento a quelle persone che soffrono di più.
Nel 1988 ha dato vita alla Fondazione di Ricerca M.S. Swa­minathan (MSSRF) che ha come uno dei principali obiettivi la promozione dei cosiddetti “biovillaggi” in ogni regione. «La povertà sta aumentando nei villaggi dell’India – mi ha detto – e sono le donne a soffrire di più. Uno degli scopi della fondazione è eliminare quella sofferenza. Le donne sopportano un fardello doppio o anche triplo, si prendono cura dei bambini e della casa e spesso lavorano anche fuori, fino a diciotto o diciannove ore al giorno. Non hanno una nutrizione adeguata e sono completamente esauste».
La fondazione prepara dei progetti economicamente sostenibili per fare il miglior uso possibile delle condizioni immediate e dell’ambiente di queste donne, e poi realizza quei progetti con la cooperazione del villaggio. Si tratta di un tentativo di portare avanti una “rivoluzione del lavoro” che produrrà nuove fonti di reddito per i lavoratori poveri.
Per esempio, una donna analfabeta madre di quattro figli, due dei quali disabili, lavorava insieme al marito come bracciante ma riusciva appena a sopravvivere. La fondazione ha consigliato alla donna di iniziare a produrre latte e ha fornito un piccolo prestito per l’acquisto di una vacca. Con la vendita del latte, la donna ha potuto comprare altre vacche. Alla fine ha formato un gruppo con altre nove persone per imparare di più sulla produzione di latte. Il suo sogno adesso è di possedere un giorno una fattoria tutta sua.
Un’altra donna era sposata a un alcolista e aveva tre bambini in età scolastica. La famiglia non aveva il denaro per le minime necessità. La fondazione le ha proposto la coltivazione di fiori. La donna ha coltivato il piccolo lotto di terreno assegnatole e dopo molte riflessioni la sua scelta è caduta sui fiori per decorare i capelli, che sono molto diffusi tra le donne del Sud dell’India. I suoi fiori gialli e arancio si vendono bene e adesso guadagna abbastanza per provvedere alla famiglia.
Swaminathan identifica le ragioni di questi successi nel miglioramento delle condizioni economiche delle persone, dicendo che il segreto sta nel cominciare dai più bisognosi che sono anche quelli più fortemente motivati a migliorare, sono veloci nell’adottare nuovi metodi, una volta convinti che funzioneranno, e imparano dalla pratica diretta e non dalle lezioni, impadronendosi rapidamente delle nuove tecnologie come pesci nell’acqua. Swaminathan conclude notando anche quanto sia incoraggiante seguire questo processo evolutivo.
Queste sono donne considerate incapaci dalla società e forse addirittura riluttanti a impegnarsi sul serio, mentre la realtà è tutta diversa. Quando viene data l’opportunità di combattere la povertà, esse combattono con tutte se stesse. Danno il meglio di loro stesse per assicurare un futuro migliore ai figli. Quello di cui hanno bisogno è qualcuno che abbia fiducia in loro e le incoraggi, qualcuno che non le classifichi da subito come senza speranza. Affermare le loro potenzialità e porgere una mano d’aiuto, questo è stato il metodo di Swaminathan per incoraggiarle e risvegliare il loro potenziale sopito. E queste rispondono con l’inflessibile determinazione di riuscire nell’impresa.
Swaminathan racconta di donne in possesso di conoscenze scolastiche minime che in appena due settimane hanno imparato a usare correttamente il computer, con l’unica condizione che invece dell’inglese la scrittura fosse nella loro lingua d’origine, il tamil.
«C’è un enorme potenziale inesplorato nel nostro paese – conclude -. È sbagliato descrivere i poveri come assistiti. È un approccio paternalistico. Dobbiamo passare da un modello di assistenza a uno di cooperazione, di partnership. Una vera cooperazione che si basi sul mutuo rispetto».
Il concetto di biovillaggio della Fondazione MSSRF, che è iniziato in diciannove villaggi indiani, si è poi diffuso in più di un centinaio di altri insediamenti e ha creato reazioni anche oltre i confini dell’India.

Swaminathan perse improvvisamente il padre all’età di undici anni. Ricorda che fu un colpo terribile per tutta la famiglia e in particolare per la madre, che allora aveva appena ventinove anni. Il padre, M.K. Sambasivan, era un medico e un seguace di Gandhi. Non accettò mai pagamenti dai pazienti più poveri e quando un malato aveva bisogno di lui si precipitava anche nel cuore della notte. Anche se apparteneva alla casta dei brahmani, prese parte a un movimento per l’apertura dei templi ai fuoricasta e per questo fu scomunicato.
Dopo la morte del padre, i parenti furono di grande aiuto, ma malgrado ciò la vita della sua famiglia peggiorò: furono costretti a vendere l’auto e dovettero ridurre tutte le spese. Sua madre si prodigò al massimo per provvedere ai suoi quattro figli, che erano soliti sederle accanto mentre lavorava al telaio. Swaminathan ricorda che un giorno vide la madre piangere e le promise che tutti i figli avrebbero fatto del loro meglio. E ritiene che proprio vedendo le condizioni della madre i figli decisero che avrebbero ottenuto qualcosa nella loro vita. Può darsi infatti che assistere all’ansia e alla sofferenza della madre abbia contribuito a rendere Swaminathan così sensibile ai problemi della condizione femminile. Al tempo stesso questo lo ha reso in una certa misura implacabile verso l’avidità di una classe dirigente che ignora i problemi delle persone più povere.
È convinto che la cosa più importante sia creare una coscienza ambientalista tra i bambini in modo da insegnare loro uno stile di vita sostenibile che non sprechi le risorse naturali. Purtroppo, come ha notato durante il nostro incontro, mentre a scuola si insegna a proteggere l’ambiente, il messaggio che invece arriva dalla televisione è «Compra! Compra ancora!». Egli ha anche fatto delle riflessioni sulle enormi spese militari da parte dei governi che finiscono per influenzare negativamente uno sviluppo sostenibile. Guardando a quali siano le priorità dei governi, i bambini arrivano a pensare ai problemi ambientali semplicemente come a un argomento da trattare a scuola. Il punto più importante nell’educazione ambientale, sostiene, è insegnare uno stile di vita realmente non violento, ovvero non solo non violento nei confronti degli altri esseri umani ma anche verso il nostro ambiente naturale.
Nel 2002, Swaminathan è stato nominato presidente della Pugwash Conferences on Science and World Affairs. Nel parlarmi dei suoi obiettivi sotto quella veste, ha affermato che i leader nel mondo semplicemente non hanno imparato la lezione insegnata dalla storia della violenza che genera solo altra violenza e che la vera sicurezza non può essere garantita solo dalla forza militare. Dobbiamo cominciare, ha detto, a vincere la violenza dentro il cuore dell’uomo, affrontando la radice stessa del problema all’interno del comportamento umano.
Il problema della fame nel mondo non è separabile dal modo in cui scegliamo di vivere le nostre vite, in altre parole dall’etica. Gli ho ricordato la storia buddista del re Colore Dorato. Durante una grave siccità questo re, che era una precedente incarnazione del Budda, diede i suoi ultimi chicchi di riso al popolo affamato. Ma la carestia continuava e il re levò le armi contro il cielo e proclamò che avrebbe preso tutto il dolore della fame e della sete degli esseri viventi su di sé e sarebbe morto di fame al posto loro. Le divinità celesti furono toccate dalla sua risolutezza e fecero cadere la pioggia della compassione, rinvigorendo così tutta la popolazione afflitta. Pur essendo un mito, questa storia è anche un’espressione simbolica dell’enorme significato che può avere un leader che cambia il proprio cuore, ovvero la rivoluzione umana di un leader.
La popolazione mondiale ammonta oggi a 6,2 miliardi di persone. Nel 2050 si prevede raggiunga un totale di 9,3 miliardi. Possiamo sviluppare la tecnologia, asserisce Swaminathan, per nutrire l’intera popolazione. È possibile eliminare la fame. Ma c’è una condizione: possiamo farlo se le persone più fortunate, e in particolare i leader mondiali, metteranno in pratica queste parole di Gandhi: «Ricorda la faccia del più povero e debole che hai visto e chiediti se i passi che stai per fare saranno per lui di aiuto o no. Ne ricaverà qualcosa? Servirà a ridargli il controllo della sua vita e del suo destino?»
Queste parole, questa fiamma della compassione, sono la luce che ha illuminato la vita di M.S. Swaminathan.

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Monkombu S. Swaminathan / Sconfiggere fame e povertà

Monkombu S. Swaminathan, presidente della Pugwash Conferences on Science and World Affairs, è nato nello stato Tamil di Nadu in India e ha oggi settantotto anni. Dopo aver conseguito il dottorato in genetica all’Università di Cambridge, divenne direttore dell’Istituto Ricerche Agrarie dell’India. È noto per essere il padre della “rivoluzione verde” e per aver sconfitto la carestia in Asia negli anni ’60 grazie allo sviluppo di semi ad alto rendimento. Nel 1988 creò la Fondazione di Ricerca M.S. Swaminathan (MSSRF), allo scopo di raggiungere una “rivoluzione permanente” nel campo dell’agricoltura compatibile con l’ambiente e porre fine alla povertà. È stato nominato presidente delle Conferenze della Scienza e degli Affari Sociali nel 2002. Ha poi ricevuto oltre quaranta dottorati onorari e altri riconoscimenti.
www.mssrf.org

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