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La frustrazione genera aggressione - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 01:32

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La frustrazione genera aggressione

Trattare i figli, i bambini, i giovani con profondo rispetto, dialogando con loro da pari a pari, incoraggiandoli a credere nei loro sogni è la prima azione per contrastare l’insorgere della violenza

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Trattare i figli, i bambini, i giovani con profondo rispetto, dialogando con loro da pari a pari, incoraggiandoli a credere nei loro sogni è la prima azione per contrastare l’insorgere della violenza

Sono preoccupato per i nostri ragazzi. «In Giappone, negli Stati Uniti e in altre nazioni, un numero sempre crescente di ragazzi ricorre alla violenza», dissi a Lawrence E. Carter, decano della Martin Luther King Jr. International Chapel del Morehouse College. «È un problema grave. Come crede si dovrebbe rispondere a questa tendenza?».
Carter, un discepolo di Martin Luther King Jr., paladino della nonviolenza, riconobbe la difficoltà della mia domanda e la complessità della questione. E aggiunse che c’è una sola soluzione sostanziale a questo problema: gli adulti devono diventare un modello di azioni nonviolente. E fece notare che i quotidiani sono pieni di cronache di violenza, che nei film, alla televisione e in altre forme d’intrattenimento la violenza prevale.
In un simile ambiente, disse, ci dobbiamo necessariamente aspettare che i bambini considerino la violenza una soluzione per i problemi. Si insegna loro che il miglior modo per gestire un problema è attaccare chiunque si pari sulla loro strada. Se si vuole davvero cambiare questo stato di cose, aggiunse, i grandi devono offrire un modello di cambiamento, un’alternativa alla violenza. Gli adulti più vicini al bambino e quelli in posizioni d’autorità devono dare un esempio, concluse.
Quale tipo di esempio? Nel rispondere alla domanda, Carter menzionò un episodio riguardante King e sua figlia Yolanda. Un giorno Yolanda chiese al padre di accompagnarla a Fun Town, un parco dei divertimenti nelle vicinanze. Comprendendo che questa era un’opportunità importante, King decise di servirsene per spiegare alla figlia che era nata in una società con rigide discriminazioni razziali. Lo considerava sua responsabilità di genitore. «I bambini neri non possono andare a Fun Town», disse a Yolanda. «È solo per i bambini bianchi. Ecco perché tuo padre è sempre lontano da casa. Ho deciso di impegnarmi affinché Fun Town venga aperta a tutti i bambini, indipendentemente dal loro colore».
Con le lacrime agli occhi, Yolanda guardò il padre e disse: «Babbo, se sei sempre via per questo, allora desidero che tu stia via, perché anch’io voglio andare a Fun Town».
È necessario che i genitori trasmettano ai figli ciò che ritengono importante e parlino loro degli sforzi che stanno compiendo per realizzare le proprie aspirazioni. I ragazzi capiscono più di quanto gli adulti non riescano a immaginare. Penso sia importante parlare apertamente con i propri figli, trattarli come esseri umani a tutti gli effetti e non in maniera accondiscendente. Quel gesto di rispetto è di per sé un modello di nonviolenza, e un bambino che ha sperimentato il dialogo paritario e il rispetto dovuto a un essere umano è probabile che tratti gli altri nello stesso modo.
Anche la madre di King parlò di razzismo al figlio quando egli era ragazzo. Gli raccontò della schiavitù e della discriminazione che persisteva nella società, con ristoranti, sale d’attesa, fontane separate per gli americani bianchi e per quelli neri. Gli spiegò che avrebbe dovuto affrontare un mondo che gli avrebbe sempre mandato il messaggio che lui era un gradino più giù, che non era all’altezza dei bianchi. Poi, tenendolo in grembo, disse: «Tu sei all’altezza di chiunque», spiegandogli che non doveva permettere alla società di farlo sentire inferiore.
È importante non far sentire inferiori le persone o non condurle alla disperazione. Come disse King parlando delle circostanze dei residenti neri di Chicago, dove egli visse per un certo periodo di tempo: «È un assioma della psicologia che la frustrazione generi aggressione». Per quanto i residenti del ghetto nero di Chicago si sforzassero, non riuscivano a sfuggire alla povertà. Non era una questione di impegno o di capacità, il sistema era tutto contro di loro.
La vita nel ghetto era pervasa da sentimenti di disperazione e rabbia. King la descrisse come una «pentola a pressione emotiva». L’aggressività fremeva nell’aria. I giovani di laggiù fischiavano perfino i discorsi di King, tuttavia, egli trascorse diverse notti ascoltando quel che avevano da dire. Maledicevano la società. Avevano rinunciato alla speranza. Fin dall’infanzia, avevano visto solo violenza e corruzione. Alcuni di loro avevano precedenti penali e molti avevano abbandonato la scuola ed erano anche senza lavoro. Le loro storie per un istante fecero sentire impotente anche King, forse era troppo pensare di portare la sua lotta nonviolenta a giovani in queste condizioni disperate.
Ma continuò a parlare con loro, sollecitandoli a usare la rabbia nei confronti dell’ingiustizia come ispirazione per le loro azioni nonviolente, persuadendoli che era l’unico modo per cambiare la loro condizione disperata. Finalmente i giovani si commossero. Per la prima volta sentivano un senso di speranza, e furono ispirati ad agire. L’azione, a sua volta, riempì i loro cuori di orgoglio. Agirono non per sferrare colpi all’America bianca ma per salvare lo spirito del loro paese dalla palude dell’ingiustizia in cui era caduto.
Infine, nell’azione e nell’educazione trovarono uno scopo di vita. Prima ancora che la grande lotta che stavano per intraprendere cambiasse la società, cambiò i giovani e le giovani che l’avevano ingaggiata.
Un incoraggiamento, una parola gentile, sono forse la più immediata espressione di nonviolenza quotidiana. Quando Carter era in quinta elementare aveva difficoltà a leggere, tanto che in lettura era il peggiore della classe. Durante la lezione, l’insegnante camminava tra le file di banchi chiedendo agli alunni di leggere a turno ad alta voce. Arrivò il turno del giovane Lawrence Carter. Non riusciva a leggere parole che avrebbe dovuto conoscere e quando ce n’era qualcuna difficile o che non conosceva si limitava a saltarla. Gli altri alunni scoppiarono a ridere, ed egli decise di ridere assieme a loro, pensando che, non potendo batterli, fosse meglio unirsi a loro.
Ma una persona in classe non rideva affatto: l’insegnante, Josephine Clark. Era una donna gentile, e percepiva la tristezza e l’ansia dietro la risata di Lawrence. Al termine della lezione gli chiese di restare; quando tutti se ne furono andati, gli disse: «Desidereresti migliorare la tua lettura?». Era come se gli avesse offerto un milione di dollari, ricorda Carter. La sua faccia, anzi tutto il suo essere si illuminò, e disse di sì. Clark si offerse poi di dargli lezioni privatamente, se fosse rimasto dopo le lezioni.
Per la prima volta nella sua educazione riceveva un’attenzione individuale. Potrebbe sembrare una piccola cosa, ma nella vita di Carter fu una svolta decisiva che lo portò a diventare uno dei massimi sostenitori della nonviolenza di tutto il mondo.
Da allora amò lo studio e si impegnò a fondo. Finalmente un giorno stupì i compagni di classe rispondendo a una domanda difficile che aveva messo in difficoltà tutti gli altri. Non era più il lettore mediocre. Sentì una nuova ondata di fiducia, e allo stesso tempo sperimentò qualcosa mai provato prima: un senso di nutrimento, sostegno, affermazione, e amore dall’ambiente scolastico. Fu, come egli ricorda, il trampolino di lancio del suo io futuro. Da quella nuova comprensione e accettazione nacquero in lui sentimenti di amore e tolleranza per gli altri. È proprio il tipo di incoraggiamento che alimenta e promuove lo spirito nonviolento.
George Miller, professore di filosofia all’Università Lewis dell’Illinois, collega di Carter e insieme a lui autore di un libro sull’etica, ha osservato che in mezzo alla ricchezza economica si può essere totalmente privi di ricchezza spirituale. Attualmente la gente tende ad essere dominata dal materialismo e dalla competitività che la conduce ad attaccare e denigrare gli altri.
È ipocrita che gli adulti si rallegrino delle sfortune altrui, trattino gli altri con superiorità e con disprezzo e poi si lamentino se i giovani ricorrono alla violenza.
La famiglia di Carter era povera perché suo padre era troppo malato per avere un occupazione stabile, ma solo da adolescente si rese conto di quanto duramente sua madre aveva lavorato per dar da mangiare ai suoi figli e dar loro un tetto. Quando era ancora studente universitario, ritornò a casa per le vacanze di Natale. Quella notte sua madre rientrò dal lavoro alle 22,30. Si sorprese dell’ora così tarda, ma fu ancora più sbalordito di vederla cambiarsi e correre ad un altro lavoro.
Lo addolorava vedere sua madre lavorare così tanto e la seguì. Raggiunsero in automobile una buia zona industriale periferica. Mentre si chiedeva dove fossero, sua madre si infilò nel cortile di una fabbrica, entrò in una stanza sul retro e tirò fuori una grossa macchina per la lucidatura rapida del pavimento. Non poteva permettere che sua madre, molto più piccola di lui, lucidasse il pavimento con quella grossa macchina.
«Mamma – disse – lo faccio io. Tu spolvera». Gli rispose che non lo riteneva in grado di manovrare la lucidatrice. Lui la rassicurò, le prese la macchina e l’accese. La macchina cominciò a sballottarlo da tutte le parti e sua madre dovette riprenderla; poi, manovrandola nelle varie direzioni, pulì ogni singolo centimetro del pavimento della fabbrica. Impiegò diverse ore durante le quali tutto quel che lui poté fare fu spolverare, con le lacrime agli occhi. Fu allora che lo colpì l’immensità del contributo di sua madre. Aveva tirato avanti la famiglia da sola per anni, lavorando in un grande magazzino, preparando sandwich in una caffetteria; aveva lavorato anche per un’azienda farmaceutica, come aiuto infermiera in un ospedale e aveva lubrificato le ruote delle locomotive diesel e a carbone. Lavorava continuamente facendo diversi lavori contemporaneamente. Non ebbe mai una vita facile.
Fu quella esperienza che lo fece riflettere seriamente sulla realtà della discriminazione economica patita dai suoi fratelli neri americani e improvvisamente gli furono chiare le ragioni della lotta di Martin Luther King: sta-va cercando di eliminare quella sofferenza!
Carter aveva incontrato King qualche anno prima. Era uno studente diciassettenne quando si imbatté in King nello studio di una chiesa nell’Ohio. Scambiarono due chiacchiere e il leader dei diritti civili suggerì al giovane di frequentare il Morehouse College, la sua alma mater. Per ragioni personali, Carter non poté andarci, andò invece all’Università di Boston [dove King aveva seguito i suoi studi di specializzazione, n.d.r.], ove poté studiare con gli insegnanti di King.
Una delle ragioni che spinsero Carter a sostenere la nonviolenza fu suo padre. Carter senior combatté nella seconda guerra mondiale dalla quale ritornò con un trauma da bombardamento e completamente cambiato. La madre descriveva suo padre come una persona molto intelligente; ma dopo l’esperienza della guerra entrò e uscì dagli ospedali per diverso tempo e non fu mai più lo stesso. Una bomba o una granata gli era esplosa vicino uccidendo i suoi migliori amici, schizzandogli addosso brandelli di cervello e di organi interni. Non si riprese mai da quello shock.
La guerra distrusse la vita di suo padre e con essa la felicità dell’intera famiglia. Ecco perché Carter si oppone alla guerra con così tanto fervore.
In gioventù, applaudì King per la sua strenua opposizione alla guerra del Vietnam e per il suo rifiuto del concetto stesso di “guerra giusta”. «King – ricorda Carter – sentiva che la guerra del Vietnam era una guerra razzista e non si poteva continuare a invocare la nonviolenza in casa propria, mentre il governo era il più grande perpetratore di violenza nel mondo».
Quando una nazione e i propri leader cercano di raggiungere i loro scopi senza il dialogo e attraverso la violenza della guerra, quale autorità morale hanno per chiedere ai giovani di astenersi dalla violenza?
Martin Luther King non riuscì mai a vedere la fine della Guerra del Vietnam perché venne assassinato il 4 aprile 1968. Quando il giovane Carter sentì la terribile notizia, pregò di poter realizzare qualcosa di significativo nel tempo che gli era dato di stare sulla terra. Se non l’avesse fatto, come avrebbe potuto sostenere di essere discepolo di un maestro morto per il suo grande sogno di eguaglianza razziale e di nonviolenza?
Nel suo famoso discorso Ho un sogno, King disse: «Ho un sogno, che un giorno sulle rosse montagne della Georgia i figli degli ex schiavi e i figli degli ex padroni di schiavi, potranno sedersi insieme alla tavola della fraternità. … Ho un sogno, che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per l’essenza della loro personalità» Questo sogno è diventato anche quello di Carter. Anch’egli sogna di eliminare la discriminazione e la guerra da ogni angolo del mondo, sperando di promuovere un nuovo ordine mondiale in cui la nonviolenza sostituisca la violenza come segno distintivo di una superpotenza. E chi altri può farlo se non i giovani?!
Quando Carter visitò le scuole superiori e inferiori Soka a Tokyo e Kansai nel settembre del 2000, riferì agli studenti le parole del maestro di King, Benjamin E. Mays: «Bisogna tenere a mente che la tragedia nella vita non sta nel non raggiungere il proprio scopo, sta nel non avere scopi da raggiungere. Non è una sventura morire con dei sogni irrealizzati, ma è una sventura non sognare».
Ecco perché è così importante per i giovani avere un sogno e perseguirlo. Carter regalò ai nostri studenti una poesia che dice:

Se pensate di perdere, avete perso.
Perché nel mondo esterno scoprirete,
che il successo ha inizio dal volere di un ragazzo;
sta tutto nella condizione mentale.

Carter ha rassicurato gli studenti che i loro sogni potranno avverarsi, che loro incarnano la speranza e hanno la missione di cambiare il mondo.
Anche molti bambini e ragazzi parteciparono alle manifestazioni del movimento per i diritti civili. Nella famosa marcia dei bambini del maggio 1963 a Birmingham, in Alabama, marciarono per metter fine alla violenza e alla discriminazione della società. E in che modo le autorità andarono incontro alla loro sincera protesta? Con manganelli, con le zanne dei feroci cani poliziotto, con potenti getti d’acqua.
Queste immagini, tuttavia, vennero trasmesse alla televisione in tutti gli Stati Uniti, svegliando il gigante addormentato dell’opinione pubblica. La gente era sgomenta al vedere bambini trattati in quella maniera. Due giorni più tardi ci fu un’altra marcia in cui tremila bambini affrontarono coraggiosamente la polizia schierata.
Venne ordinato di azionare i getti d’acqua, ma i pompieri si rifiutarono di obbedire. I poliziotti che tenevano i cani si rifiutarono di muoversi. Per quanto il capo della polizia si sgolasse, restarono immobili. I bambini, cantando allegramente, continuarono la loro marcia. Fu una potente dimostrazione che il coraggioso spirito della giusitizia può cambiare il mondo.
I bambini non sono semplicemente bambini. Quando sanno per che cosa stanno combattendo, possono raccogliere una enorme energia.
All’inizio di questo saggio, ho scritto della mia preoccupazione per i bambini. Ma forse è sbagliato. Forse avrei dovuto dire che abbiamo molto da imparare dai bambini.
Un’alunna di una delle scuole Soka pose a Carter la seguente domanda che lo toccò parecchio: «Credo che noi bambini possiamo prendere coscienza dell’importanza della nonviolenza attraverso quello che studiamo e studieremo, ma sono preoccupata di come gli adulti, che sono già abituati a un mondo violento, possano riuscire a comprendere la nonviolenza».

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Un discepolo di Martin Luther King

Lawrence E. Carter, decano della Martin Luther King Jr. International Chapel del Morehouse College e direttore del Gandhi Institute for Reconciliation del college ad Atlanta in Georgia, USA, è un professore di filosofia e di studi religiosi. È nato nel 1941 e ha studiato con Benjamin E. Mays, il mentore di M. L. King. Gira il mondo promuovendo la filosofia della nonviolenza elaborata dal Mahatma Gandhi e da King.

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Gandhi, King, Ikeda hanno fatto il giro del mondo

La mostra Gandhi, King, Ikeda: I costruttori di pace – riguardante le lotte nonviolente del Mahatma Gandhi, di Martin Luther King e del presidente della SGI Daisaku Ikeda – raccoglie rare immagini e testi che descrivono le imprese di questi difensori della pace e dei diritti umani. Inaugurata al Morehouse College nell’aprile del 2001, la mostra itinerante è stata presentata in diverse città e università del mondo, fra cui gli Stati Uniti, Giappone, India, Canada, Nuova Zelanda e Australia. L’idea della mostra venne originariamente a Lawrence E. Carter, secondo cui il presidente Ikeda sta mettendo in pratica lo spirito di Gandhi e King.
In Italia, a Borgo San Lorenzo, in Toscana, dall’8 al 16 maggio, si è tenuta la nuova edizione dell’esposizione “Costruttori di pace”. Essa è composta di quattro sezioni, di cui la prima è quella tradizionale dedicata a “Gandhi, King e Ikeda”, mentre le altre tre presentano delle novità interessanti; la seconda, “I Premi Nobel per la Pace”, contiene testi di scrittori di culture e religioni differenti, premiati col Nobel; la terza, “Il coraggio delle persone comuni”, celebra chi si è opposto alla violenza, a costo della propria vita; la quarta, “In Italia”, presenta la tradizione nonviolenta nel nostro paese. La nuova mostra intende aprire nuovi orizzonti, proponendo ai visitatori di diventare in prima persona promotori di pace, di dialogo, di nonviolenza e, con coraggio, invita ogni singolo visitatore ad assumersi la responsabilità, a cominciare dalla propria coscienza, di trasformare il mondo, dove la guerra, la violenza, la sperequazione fra ricchi e poveri, la fame e la sete, la distruzione dell’ambiente inquinano la nostra convivenza.

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