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La forza per ricominciare - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 01:33

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La forza per ricominciare

A un passo dal baratro economico, la nazione di Cuba ha saputo reagire con dignità e determinazione, divenendo una terra di promessa e un esempio da seguire per la protezione ambientale

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A un passo dal baratro economico, la nazione di Cuba ha saputo reagire con dignità e determinazione, divenendo una terra di promessa e un esempio da seguire per la protezione ambientale

Quando mi fu chiesta un’impressione su Cuba, la mia prima risposta fu che era bella. Cos’ha Cuba di così bello? È la gente. José Martì, eroe dell’indipendenza cubana, disse: «Alzare la testa è più bello che abbassarla; affrontare la vita è più bello che esserne sconfitti e restare abbattuti sotto i suoi colpi».
Ciò che mi attrae di Cuba, più delle sue azzurre acque caraibiche e più delle sue strade risplendenti dell’architettura spagnola – è lo spirito orgoglioso e indipendente del suo popolo. Dalla rivoluzione del 1959, i cubani hanno affrontato numerose sfide e difficoltà senza mai abbassare la bandiera dei loro ideali, senza mai venire a compromessi con la loro determinazione a creare una nazione di uomini, basata sulla giustizia economica e sociale, sia dentro che fuori dai propri confini.
Ho visitato Cuba nel 1996, in un momento in cui il paese lottava contro la peggiore crisi economica dai tempi della rivoluzione. La caduta dell’Unione Sovietica cinque anni prima aveva portato alla perdita del suo maggior supporto economico. Le nazioni dell’Est europeo, che insieme ad altri paesi socialisti rappresentavano il 75% delle esportazioni cubane, erano anch’esse sparite. L’economia cubana registrò una caduta vertiginosa pari al meno 70%. Si trattava di una crisi economica di proporzioni disastrose. In aggiunta a ciò, proprio in quel momento vennero ampliate ulteriormente le sanzioni economiche già in corso da lungo tempo. Il popolo cubano si trovò ad affrontare restrizioni estreme persino nelle prime necessità quali il cibo, la benzina e l’elettricità. «La fine di Cuba è arrivata» fu il commento sarcastico di molti.
Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Presi la determinazione di andare a Cuba proprio nel momento in cui c’era maggior bisogno! Visitai il Palazzo della Rivoluzione, dove Fidel Castro mi dette il benvenuto in giacca e cravatta, una delle rare occasioni in cui aveva scelto l’abito civile (nella foto a destra, n.d.r.). Mi spiegò che quando indossava l’uniforme militare, la gente spesso non riusciva a capire che ciò per cui lottava era la pace, e così aveva deciso per un abbigliamento più adatto a incontrare un altro ambasciatore di pace. La sua figura statuaria emanava un calore e un’umanità contagiosi. Faceva sfoggio di un’indescrivibile cravatta azzurra a righe bianche; guardando il ministro della cultura Armando Hart Dàvalos che mi stava vicino, scherzai sul fatto che aveva più gusto nelle cravatte del suo presidente, battuta che fece ridere di cuore sia Castro che il ministro, e persino un fotografo cubano chiamato per l’occasione. L’atmosfera che si era creata era affabile e informale. «Ho paura di non sapere molto di cravatte», disse il presidente. «Non importa – risposi – è molto più importante conoscere le persone». Guardandolo negli occhi aggiunsi: «Ha lottato senza sosta per così tanti anni».
All’epoca del nostro incontro, erano passati trentasette anni da quando il presidente Castro, all’età di trentadue anni, condusse la rivolta contro il regime Batista. Nei decenni successivi aveva lavorato scrupolosamente per la sua nazione e il suo popolo senza mai rallentare lo sforzo. Castro ha reso l’assistenza sanitaria gratuita per tutti i cittadini e portato l’indice di alfabetizzazione al massimo livello; allo stesso tempo ha opposto resistenza all’egemonia delle nazioni più potenti e alle brutalità di un’economia di mercato che sacrificava i più deboli. Ha lottato anche contro il traffico internazionale di armi, domandandosi quale causa si potesse servire vendendo armi a paesi in via di sviluppo, il cui nemico peggiore era la fame. Per tutto quel tempo, egli fu il bersaglio di attacchi incessanti, cospirazioni, denunce e diffamazioni. Ha rischiato molte volte di essere assassinato, ma ha sempre dichiarato con volontà ferrea che avrebbe scelto la morte piuttosto che venir meno alle sue convinzioni. Ha commesso errori, ma non è mai stato corrotto; persino i suoi avversari riconoscono la sua integrità.
Una volta, durante una sua visita all’ala pediatrica di un ospedale, Castro si recò subito nel reparto in cui erano ricoverati i bambini in condizioni più critiche. Quando ne uscì, molti dei giovani pazienti notarono con stupore che aveva gli occhi pieni di lacrime. Questo aneddoto mi fu raccontato dai familiari di un bambino che era presente in quell’occasione. Martì disse: «La gentilezza è il fiore della forza». Il fiore della gentilezza sboccia a profusione nel cuore dei forti.
Io sono buddista. Non sono né anti-americano, né anti-cubano. Credo che dovremmo cercare una possibilità di dialogo con persone di ogni convinzione, non importa quanto questa sia diversa dalla nostra, se esiste un comune desiderio di pace. Io e il presidente Castro ci siamo trovati d’accordo su diversi punti, fra cui il completo rifiuto delle armi nucleari. Abbiamo inoltre discusso la situazione economica di Cuba e il presidente Castro, dicendosi ottimista, si è dimostrato sicuro che i problemi avrebbero potuto essere risolti. Infatti, all’epoca, l’economia cubana stava riemergendo dal suo periodo peggiore. Riflettendo sui cambiamenti vissuti, i cubani ammettono di essersi lasciati cadere in un rapporto di eccessiva dipendenza dall’aiuto economico dell’Unione Sovietica e degli altri paesi socialisti, e che tale dipendenza aveva indebolito il loro ingegno e la fiducia in se stessi. Poi, improvvisamente, gli aiuti cessarono. Passato il momento di shock, essi capirono di dover ricostruire il loro modo di agire e solo a quel punto poterono accedere a ciò che rimaneva delle loro forze.
Per risolvere il problema della carenza di cibo, cominciarono a coltivare orti di frutta e verdura biologiche anche dentro i centri urbani e svilupparono un’avanzata biotecnologia. Dovendo affrontare la carenza di energia elettrica, prima dettero priorità assoluta al settore sanitario e a tutte le strutture d’emergenza, poi cominciarono a sfruttare energie alternative quali il vento, l’acqua, il sole e la canna da zucchero. A causa della mancanza di carburante, rinunciarono a dipendere dall’uso dell’automobile e importarono dalla Cina grosse quantità di biciclette, avviando anche una produzione interna. Incentivarono inoltre la ricerca e lo sfruttamento delle loro riserve nazionali di petrolio.
I cubani sono stati forti. Non ho percepito un senso di apatia, di rinuncia o di fatalismo. La gente che faceva lunghe code per il razionamento, suonava musica e ballava per ingannare l’attesa. Nonostante le loro dure condizioni di vita, hanno provveduto ai trattamenti medici per oltre ventimila bambini rimasti esposti alle radiazioni nucleari a seguito dell’incidente di Chernobyl. Ci sono anche membri della SGI che vivono a Cuba. Durante un nostro incontro all’Havana, ho detto ad alcuni di questi: «La determinazione di una persona profondamente convinta si realizzerà di sicuro, proprio com’è sicuro che il sole sorgerà domani!».
Da allora sono passati otto anni (questo saggio è stato scritto nel 2004, n.d.r.). Avendo superato numerose sfide, Cuba è oggi considerata una delle nazioni più avanzate del mondo per ciò che riguarda la protezione ambientale. Il presidente Castro afferma che l’unico modo per creare un mondo umano senza danneggiare l’ambiente, è distribuire equamente i beni materiali e promuovere l’arricchimento spirituale. Purtroppo il mondo, egli conclude, sembra dirigersi nella direzione opposta. Molti studiosi di fama internazionale riconoscono in Cuba un esempio di società alternativa a quella dei consumi di massa. Cuba sta brillantemente trasformando il negativo in positivo.
Sono salito sulla torre del José Martì Memorial nel centro dell’Havana, dalla quale si gode una vista su tutta la città. Il mare luccicava in lontananza e le nuvole splendevano magnificamente. La città stessa sembrava immersa in quest’atmosfera di luce. Mi sono rammentato dell’incoraggiamento di Martì a essere fiduciosi in se stessi: «Il sole splende anche se il cielo è nuvoloso: ovunque ci sia una persona risoluta, là splende il sole».

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Daisaku Ikeda incontra Cuba

24-26 giugno 1996 Daisaku Ikeda visita Cuba su invito del ministro della Cultura. Il 24 giugno arriva alla capitale, La Havana. Il giorno seguente, la città lo dichiara Ospite Illustre e la Repubblica cubana lo insignisce dell’Ordine Felix Varala di primo grado. Ikeda incontra il presidente Fidel Castro e riceve un dottorato onorario in Lettere dall’Università dell’Havana.

Il presidente Ikeda ha pubblicato un dialogo con Cintio Vitier, noto poeta cubano e autorevole studioso della figura di José Martì. Nel 1991, l’Associazione concertistica Min’On, fondata da Ikeda, ha sponsorizzato le esibizioni in Giappone della compagnia nazionale cubana di balletto classico e nel 1993 il tour della compagnia di danza popolare cubana. Il Tokyo Fuji Art Museum, fondato anch’esso dal presidente Ikeda, ha prestato la sua mostra Tesori dell’arte giapponese per un’esibizione all’Havana nel 1996. L’anno seguente, il museo ha presentato la mostra Capolavori dal Museo Nazionale di Cuba: dipinti spagnoli e cubani del diciannovesimo secolo portandola in diverse città del Giappone.

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