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La felicità sostenibile - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 01:06

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La felicità sostenibile

Luca Lancini, architetto bresciano che vive e lavora a Barcellona, ha fatto della sostenibilità una scelta per un’esistenza felice. La sua traiettoria professionale e la sua ultima realizzazione, un innovativo edificio bioclimatico a Madrid, gli sono valsi il premio “WTA Sustainability” come architetto dell’anno, conferitogli dall’associazione Woman Together nel giugno 2012 presso la sede ONU di New York

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Luca Lancini, architetto bresciano che vive e lavora a Barcellona, ha fatto della sostenibilità una scelta per un’esistenza felice. La sua traiettoria professionale e la sua ultima realizzazione, un innovativo edificio bioclimatico a Madrid, gli sono valsi il premio “WTA Sustainability” come architetto dell’anno, conferitogli dall’associazione Woman Together nel giugno 2012 presso la sede ONU di New York

Quando comincia il tuo interesse per un mondo sostenibile?

L’interesse parte dalla mia maestra delle elementari, una delle persone più importanti della mia vita. Con lei, nel 1977 facevamo già la raccolta differenziata. Quando ho incontrato il Buddismo di Nichiren, nel ’92, fui molto colpito dal principio di esho funi (non dualità fra vita e ambiente). All’inizio era solo una questione teorica, ma poi ho cominciato a cercare tutto quello che in architettura rispecchiasse questo principio, come l’architettura bioclimatica, la costruzione ecobiologica e la visione orientale del Feng Shui, che per noi occidentali è qualcosa che si avvicina molto al rispetto per l’ambiente. Nel mio lavoro ho coniugato i miei interessi personali sulla sostenibilità con la creazione di valore del maestro Makiguchi e ho tradotto i tre concetti di Bontà, Bellezza e Bene da lui indicati in Economia, Ambiente e Società. Per un mondo sostenibile è fondamentale lavorare su questi tre piani contemporaneamente.

Perché la sostenibilità rende felici?

Semplicemente perché ci regala un mondo migliore e tutti noi meritiamo di vivere meglio. Attraverso la sostenibilità possiamo cambiare la qualità della nostra vita e la relazione con tutto ciò che ci circonda. Venti anni fa essere sostenibile era un sogno per pochi, poi abbiamo cominciato a sentire il bisogno di salvare il pianeta come un qualcosa di imposto e le azioni in questa direzione erano dettate prevalentemente dal senso del dovere: spegni la luce, chiudi il rubinetto, ricicla la plastica ecc. In questo modo abbiamo rischiato di confondere gli obiettivi con le strategie. Il concetto di sostenibilità è molto più profondo, se noi adottiamo determinate strategie, non è per fare un piacere alla new green economy o per sentirci la coscienza a posto, ma per ritrovare quel legame che ci unisce da sempre al nostro pianeta, e attivare quel principio che noi buddisti chiamiamo esho funi. In questi termini la sostenibilità è veramente un’opportunità per la felicità: io spengo la luce per rispetto al sistema di cui io stesso sono parte e non semplicemente perché risparmio sulle spese. Se recuperiamo l’empatia con l’ambiente che ci circonda è automatico prendersene cura perché ogni minima azione è intrapresa per noi stessi, per sentirci più vivi.

E tu, come architetto, riesci a farlo senza contrastare le richieste dei tuoi clienti?

Quando mi viene proposto un lavoro cerco sempre di reindirizzarlo, a volte ci riesco al 100%, a volte al 30%. Ci sono clienti che ti permettono di arricchire il progetto senza problemi e allora posso esprimermi al meglio trasmettendo il messaggio che vivere in modo sostenibile è un’opportunità unica per la nostra esistenza. Io sono convinto che il livello di infelicità sta aumentando proprio perché non riusciamo a comprendere esho funi, quindi, anche con i clienti più ostici, non perdo l’occasione di comunicare le alternative possibili.

Come sei riuscito a coniugare la pratica buddista col tuo successo professionale?

Con la pratica buddista ho imparato ad ascoltare i miei bisogni. Uno di questi è un lavoro che dia gioia, se è così si è determinati a portarlo avanti. Il primo passo è, quindi, recitare per chiarire quello per cui siamo portati, accettando con tranquillità anche quando la strada imboccata non si rivela quella giusta. Personalmente, se sono convinto di qualcosa non mollo e, fino a oggi, ogni mio sforzo è stato ripagato. Il riconoscimento della WTA Sustainability è stato sconcertante e inatteso. Avevo collaborato gratuitamente con l’associazione nel 1996 per un evento sociale e in quell’occasione avevo avuto l’opportunità di conoscere il lavoro che stavano facendo nel mondo. Sedici anni dopo quella causa ha dato i suoi frutti visto che la presidenza di WT ancora si ricordava di quanto fosse per me importante la sostenibilità e di quanto lo sia stata e lo sia tuttora.
Avere successo sul lavoro non è un’impresa facile e generalmente quando fai qualcosa fuori dal comune capita di avere tutti contro; in quei momenti solo il Daimoku ti aiuta a portare avanti i tuoi progetti con la convinzione che serve. Quando sono arrivato in Spagna nel 1996 mi sono iscritto al dottorato in Architettura bioclimatica e risparmio energetico e ho partecipato alla gara come ricercatore con un progetto sull’analisi del consumo energetico reale degli immobili di Barcellona trascrivendo il consumo di millecinquecento contatori nel corso di tre anni. Né il dipartimento né i professori avevano appoggiato completamente la mia proposta perché temevano che i risultati dessero più importanza all’educazione degli utenti che alla configurazione energetica degli immobili, comunque, fortunatamente, mi lasciarono proseguire. Una volta consegnato il lavoro, tornai in Italia senza il minimo sostegno dei colleghi e assalito dai dubbi sulla validità del mio progetto. Ricordo che recitavo come un disperato per capire se dovevo continuare a vivere in Spagna o tornare a Milano. La risposta è arrivata mentre festeggiavo il mio compleanno in Italia: il mio lavoro rispondeva esattamente a quello che la Comunità Europea stava cercando in quegli anni. Vinsi il dottorato guadagnandomi la stima dei docenti e colleghi universitari e decisi di rimanere in Spagna.

Per moltissimi architetti svolgere questa professione è rimasto un miraggio e si sono dedicati ad altro per guadagnare dei soldi. Tu cosa ne pensi?

Con la crisi in corso è facile spaventarsi e rinunciare ai propri sogni, ma dobbiamo almeno tentare il massimo, cercando di essere più positivi. Sicuramente i soldi sono importanti, ma rimangono pur sempre un veicolo. Come insegnava il maestro Toda, i soldi circolano, è l’individuo che deve cercare di trovarsi nel loro flusso. Io sono stato fortunato a capire subito quello che volevo fare, ma ho lottato duramente e lotto tuttora per portare avanti i miei progetti. Come per tutte le professioni, anche per fare l’architetto è richiesta molta flessibilità, cercando di utilizzare la propria creatività su più fronti. Di certo non è una cosa semplice, ma lo sforzo a re-inventarsi e modellarsi ci permette di scoprire tutto il potenziale che abbiamo dentro, e questo è quello che cerco di fare ogni giorno.

A chi è rivolta oggi la tua gratitudine?

Anche se sembra scontata come risposta, di base alla mia famiglia; i miei genitori, la mia defunta nonna materna e la sorella di mia madre, anche lei praticante, hanno sempre appoggiato tutte le mie scelte, anche le più bizzarre. Erano sempre scelte differenti da quelle che facevano i miei compagni e colleghi. E poi alla pratica buddista che mi ha insegnato Fabrizio nel 1992, una forma molto sincera e leale, una pratica onesta per non correre il rischio di smettere, una pratica che rifugge le formalità e che mi invita a essere e accettare me stesso, giorno dopo giorno davanti al Gohonzon. Dall’attività ho imparato che se la fai realmente con il cuore, la tua vita cambia davvero in meglio. Mentre, al contrario, se fai attività per far sì che la tua vita cambi, non funziona perché è un effetto che ha una causa errata, è come essere inginocchiati sui ceci o praticare il baratto. Se non c’è empatia con quello che hai davanti non arriva niente di quello che dici.

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