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Io sono la terra che abito - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 01:27

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    Io sono la terra che abito

    La sostenibilità riguarda il modo in cui scegliamo di vivere, ciò a cui diamo importanza e desideriamo proteggere. La chiave sta nell’impegno individuale, «il senso di responsabilità verso coloro con cui condividiamo il pianeta e verso il futuro»

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    La sostenibilità riguarda il modo in cui scegliamo di vivere, ciò a cui diamo importanza e desideriamo proteggere. La chiave sta nell’impegno individuale, «il senso di responsabilità verso coloro con cui condividiamo il pianeta e verso il futuro»

    Tratta bene la Terra. Non te l’hanno data in dono i tuoi genitori, sono i tuoi figli che te l’hanno data in prestito (detto keniota)

    L’estate scorsa, in Calabria, attraversando in auto una bellissima valle rivolta a oriente nell’istmo di Catanzaro, scopro con il gran dispiacere di chi non ritrova la stessa bellezza dei luoghi conosciuti che, dove un tempo c’erano regolari campi agricoli, ora sorgono irregolari, enormi “mulini a vento”. Come bombe lanciate da un aeroplano e affossate a casaccio ai bordi delle strade o a ridosso dei centri abitati, la collocazione discutibile delle pale eoliche, per quanto io non sia un’esperta, ha visivamente trasformato uno dei paesaggi più belli e incontaminati d’Italia. Come è possibile che un territorio così ricco di bellezze naturali, già massacrato da ogni forma di abusivismo e degrado possa essere sacrificato anche in nome di una buona causa? La produzione di energia eolica nasce con l’intenzione di preservare l’ambiente per la collettività, è un’idea geniale per sfruttare saggiamente le risorse naturali, ma a volte anche le idee migliori possono avere esiti negativi se la mente di chi le realizza manifesta l’oscurità derivante dall’avidità e dalla ricerca ossessiva di profitto personale.
    Riflettevo con rabbia e tristezza su cosa potessi fare io, da sola, per proteggere una terra così bella e già troppo martoriata e mortificata. Mi chiedevo quale fosse la chiave per non dover più assistere a scempi del genere e per risvegliare la mia e la coscienza delle altre persone sul fatto che l’ambiente è un bene prezioso quanto la vita stessa sia per quanto riguarda le risorse ambientali che paesaggistiche. Più pensavo a questo e più ne vedevo e sentivo di tutti i colori: dal turista che buttava in spiaggia le cicche delle sigarette, al vacanziere emigrato che si vantava della sua nuova villa con tanto di fossa biologica e raccolta compost per il suo comune del Nord, mentre al paesello dei miei genitori si rifiutava di fare la raccolta differenziata perché era in ferie! Così mentre la mia collera saliva, cresceva anche il desiderio di placarla e la risposta mi è arrivata leggendo la proposta di pace di Daisaku Ikeda (pubblicata nel numero 152 di Buddismo e Società). In questa proposta interamente dedicata alla sostenibilità come fonte di protezione per tutti gli esseri viventi, Ikeda ci invita a scegliere l’umanesimo, a prendere consapevolezza che abitiamo un luogo comune e che è fondamentale riconoscere nel nostro ambiente la suprema dignità dell’essere umano. La sostenibilità in questi termini riguarda il modo in cui scegliamo di vivere, quello che è importante per noi e cosa intendiamo proteggere. In altre parole dobbiamo sostenere la vita con le nostre azioni quotidiane, insegnando agli altri a fare altrettanto. La chiave è dunque il nostro impegno, «il nostro senso di responsabilità verso coloro con cui condividiamo il pianeta e il nostro senso di responsabilità verso il futuro» (BS, 154, 11).
    Nichiren Daishonin spiega bene che solo la trasformazione interiore di ogni persona può cambiare davvero la società. Nel Gosho Il conseguimento della Buddità in questa esistenza si legge: «La vita in ogni singolo istante abbraccia il corpo e la mente, l’io e l’ambiente di tutti gli esseri senzienti dei dieci mondi e anche di tutti gli esseri insenzienti dei tremila regni: le piante, il cielo e la terra, fino al più piccolo granello di polvere» (RSND, 1, 3). In uno dei suoi scritti, Ikeda usa la teoria dei dieci mondi per farci comprendere meglio questo principio che ci lega stretti stretti alla terra. «Il Buddismo spiega la vita come un sistema formato da dieci condizioni vitali – Inferno, Avidità, Animalità, Collera, Umanità, Cielo, Apprendimento, Realizzazione, Bodhisattva e Buddità. Lo stato di Umanità si trova proprio al centro, tra gli stati più nobili e quelli più bassi. Questi ultimi non sono stati vitali naturali, ma si oppongono alla natura. I quattro al di sopra dell’Umanità hanno una grande considerazione per la natura e cercano di creare un mondo allietato dalla sua bellezza. Il problema è: ci lasceremo trascinare dagli stati più bassi o avanzeremo verso quelli più alti?» (Cultura, arte e natura – I protagonisti del XXI secolo, Esperia, pag. 70). Questo è il dilemma che attanaglia tutti gli aspetti della nostra esistenza, ma sviluppando le caratteristiche illuminate dell’esistenza che ciascuno possiede, possiamo sicuramente allontanarci dagli stati più bassi e distruttivi, evitando di produrre un ambiente naturale arido e devastato e proteggendo invece le bellezze del mondo, che sono balsamo per la nostra mente. Tutti abbiamo assaporato il benessere di una giornata passata all’aria aperta, quel senso di libertà e di agiatezza che solo la natura è in grado di regalare. Chi non si è lasciato rapire da panorami mozzafiato, distese incantate e mari aperti? L’agiatezza di fronte alle meraviglie del pianeta viene proprio dal fatto che ci riconosciamo in ciò che vediamo. E così succede che ci sentiamo terra, acqua e cielo secondo il principio di esho funi per cui l’io e l’ambiente sono un’unica cosa. Se io e tutto ciò che mi circonda siamo fatti della stessa materia vuol dire che ci nutriamo allo stesso modo e quindi dovrebbe essere del tutto naturale che così come ho cura di me ho cura di tutto quello che mi sta intorno. Quindi non butto la sigaretta per strada, perché sarebbe come buttarmela addosso, non faccio la raccolta differenziata perché il comune me la impone, ma perché voglio prendermi cura di me. Raccogliere la spazzatura in un pezzettino di spiaggia anche se non è mia, è un segno di umanità verso il mondo migliore che vorrei abitare, oltre che un esempio per gli altri.
    Certo, è facile essere pessimisti e disperati sul futuro della natura e dell’ambiente, ma con consapevolezza, responsabilità e coraggio si può trovare la forza di fare le scelte migliori. Queste tre componenti hanno caratterizzato l’esperienza di Sara Fusco, docente in Scienze ambientali a Campobasso che ha contribuito a invertire la tendenza all’abbandono di un tratto di costa in Molise, procurando i fondi sufficienti per proteggere un piccolo paradiso terrestre. La sua storia è legata al desiderio di proteggere la vegetazione delle dune costiere della sua terra d’origine (vedi foto al centro).
    «A febbraio 2010 mi trovavo – racconta Sara Fusco – a insegnare in una scuola della provincia di Campobasso, realizzando un mio sogno dopo anni di precariato lontano dal Molise. Quasi contemporaneamente vengo a contatto con una docente di Botanica dell’Università del Molise che mi chiede di aiutarla, a titolo gratuito, per i rilievi della vegetazione della costa molisana. Era il massimo: ogni volta che mi soffermo a osservare la natura mi sento parte di essa e avverto una sensazione di pienezza come se fossi in un posto sacro, mi sento “al posto giusto, al momento giusto”. Ed è proprio per questa sensazione di pienezza che ho da sempre desiderato proteggere la mia terra. Così, determino di procurare i soldi e, insieme a colleghi conosciuti durante i rilievi della vegetazione, presento un progetto europeo intitolato ­”Maestrale”, che prevede la salvaguardia degli habitat naturali. Scrivo a sensei, che nella risposta mi esorta a dialogare con le persone coinvolte in questo progetto. Parlo con i sindaci e i funzionari dei comuni della preziosità di questi luoghi e ogni tanto approfitto per far conoscere agli altri la filosofia buddista. A giugno 2011 ci viene comunicato che il progetto è stato approvato dalla UE con un bel finanziamento. Ora sono coordinatrice del mio sogno scelto, desiderato e portato avanti al di là di ogni logica deduzione. A scuola amo raccontare agli alunni molisani quanto sia bella la nostra terra e adoro sentir parlare con orgoglio i funzionari dei comuni costieri dei loro ambienti naturali, e non più come un vincolo all’espansione edilizia. Sento di aver contribuito un po’ a cambiare le cose».
    Stabilire un dialogo con la natura è sicuramente il primo passo per percepire la propria identità e purificare il cuore, come ricorda anche Daisaku Ikeda: «Solo quando siamo in contatto con la natura siamo veramente vivi e vitali. Una persona, per essere realmente viva, deve stare al sole, sotto la luna, sotto le stelle, essere circondata dal verde e dall’acqua. Un ambiente sporco e inquinato non è naturale; quando si vive in questi ambienti, anche il cuore diventa inquinato, questa è l’unicità di vita e ambiente» (Ibidem, pag. 66).
    Mi è sempre piaciuta l’idea di dialogare con la natura. Quando ero piccola e vivevo in Calabria, passavo il mio tempo libero in mezzo ai campi con i miei nonni. I miei giocattoli preferiti erano il cielo, le nuvole, le foglie, gli insetti e i ruscelli d’acqua. Ricordo che adoravo i ruscelli, mi piaceva immergere i piedi nudi e deviare il corso dell’acqua per irrigare la terra imitando i miei nonni. Ma quello che per me era un gioco, per loro significava la vita e, come per la vita, nutrivano un profondo rispetto per tutte le cose della natura. Le loro mani non erano mani, ma un prolungamento di tutto ciò con cui entravano in contatto. Solo oggi, con i miei nonni novantenni ancora a stretto contatto con le cose del mondo, comprendo la fortuna di questo insegnamento che mi permette, pur vivendo in città, di sentire ancora l’acqua limpida di quel ruscello che scorre e di comprendere la stretta relazione fra me e ciò che è fuori di me. Tutti i giorni recito Daimoku per ripristinare le bellezze naturali della mia terra e per preservare quelle già esistenti. Sicuramente ci vorrà del tempo e probabilmente non vivrò abbastanza per vedere il paradiso che sogno, ma di sicuro con il mio Daimoku avrò contribuito allo sviluppo di un’economia verde di tutti i Budda a venire.

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    Lo sviluppo sostenibile al femminile

    USA – L’8 dicembre il Centro Studi della SGI-USA di Santa Monica (CA) ha organizzato un incontro dell’organismo dell’ONU per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile (UN Women). Il tema dell’assemblea, “Donne, cambiamento climatico e diritti umani”, ha riunito ONG locali, enti per la sostenibilità, accademici e artisti. Nel corso degli interventi è stata illustrata la differenza di genere: le donne vengono spesso ingiustamente tacciate di essere responsabili del degrado dell’ecosistema per il fatto di voler assicurare cibo, acqua e riparo alle proprie famiglie; si è discusso sul diverso impatto che uomini e donne subiscono in relazione al cambiamento climatico toccando anche il tema più recente dell’uragano Sandy che ha investito i Caraibi e la costa orientale degli Stati Uniti. A conclusione del convegno una sfilata di abiti confezionati da Marina DeBris (al centro nella foto), la stilista che ha trasformato il fashion in trashion per mostrare a tutti quanta plastica si accumula negli oceani. Marina DeBris ha raccolto per anni i rifiuti delle coste australiane usandoli come forma d’arte per sottolineare gli effetti dell’inquinamento da plastica sull’ambiente. Il messaggio che tutti i partecipanti hanno voluto lanciare è che non è troppo tardi per salvare il pianeta e che tutti, uomini e donne, indistintamente, facciamo parte della soluzione.

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    L’ambiente, riflesso della vita interiore
    Come il corpo e la sua ombra, ogni vita è strettamente collegata con il proprio ambiente. Questo è il principio di “non dualità di vita e ambiente” (esho funi)

    Il principio buddista di “non dualità di vita e ambiente” (esho funi) indica che la vita (sho) e il suo ambiente (e) sono inseparabili (funi). Funi può essere tradotto: “due nei fenomeni ma non due nell’essenza”, ciò significa che anche se percepiamo le cose intorno a noi come separate, la nostra vita è un tutt’uno con l’universo. Al livello più profondo, non c’è separazione fra la vita e il suo ambiente.
    Con “vita” si intende il sé soggettivo che sperimenta gli effetti delle azioni del passato ed è in grado di crea­re nuove cause per il futuro, con “ambiente” il luogo oggettivo in cui prendono forma gli effetti karmici di questa vita. Ogni essere vivente ha un proprio peculiare ambiente. Per esempio, una persona che vive nel mondo di Inferno può percepire un treno affollato come un luogo angosciante, mentre una persona nello stato di Bodhisattva può essere mossa da un sentimento di compassione per tutte le persone che vivono la stessa condizione: sentirsi compresse come sardine. Quindi, si può dire che gli esseri umani creano anche un ambiente fisico che riflette lo stato interiore. Per fare un ulteriore esempio, una persona depressa tende a non prendersi cura né di sé né della casa. Al contrario, una persona sicura e aperta agli altri intorno a sé crea un ambiente caldo e accogliente. Secondo il Buddismo, ciò che ci circonda è il riflesso della nostra vita interiore. Quindi, se noi cambiamo, anche le circostanze cambiano.
    Con una visione ampia, Daisaku Ikeda spiega come «la desertificazione dell’ambiente naturale corrisponde alla desertificazione spirituale della vita interiore degli esseri umani. L’egoismo di esseri umani il cui ambiente interiore è inquinato e desolato inevitabilmente si manifesterà nella dominazione, deprivazione e distruzione dell’ambiente esterno. […] Ma, dal momento che il sistema ecologico del pianeta, le relazioni sociali e la vita interiore dell’individuo sono mutuamente connessi, il potere armonizzante della compassione e della saggezza possono realizzare una trasformazione che diventa la base per la soluzione dei complessi problemi globali. Umanità e natura, società umana e universo interiore sono tutti intimamente interconnessi, e la forza vitale degli esseri umani è sempre l’asse principale per la trasformazione di tutti e tre» (“Vita e ambiente: una prospettiva buddista”,
    Sgi Quarterly, luglio 2010).
    In qualsiasi luogo e in qualsiasi circostanza, noi possiamo manifestare la Buddità innata e fare del nostro ambiente la terra del Budda, in cui creare valore per noi stessi e per gli altri. Come scrive Nichiren Daishonin: «Se la mente degli esseri viventi è impura, anche la loro terra è impura, ma se la loro mente è pura, lo è anche la loro terra; non ci sono terre pure e terre impure di per sé: la differenza sta unicamente nella bontà o malvagità della nostra mente» (RSND, 1, 4).
    Un concetto facilmente illustrato dalle diverse condizioni ambientali delle varie popolazioni. In alcune società rurali, le popolazioni mostrano un profondo rispetto per la natura che le circonda e la ricchezza dell’ambiente che preservano fornisce loro in cambio protezione e sostentamento. Invece, nelle società economicamente più sviluppate, dove il materialismo e l’avidità regnano sovrani, l’ambiente naturale è stato spesso depredato e distrutto con conseguenze catastrofiche.
    Per contribuire positivamente alla società e all’ambiente è necessario partire dalla trasformazione del proprio atteggiamento interiore affinché le azioni e le scelte non siano guidate da rabbia, avidità e paura ma siano la manifestazione di saggezza, generosità e integrità. Ciò porterà a compiere le scelte migliori per lo sviluppo dell’ambiente circostante, ricordando che ogni azione potrà fare la differenza.

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