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Io negli altri - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 01:26

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    Io negli altri

    L’attività di protezione, affidata ai giovani dei gruppi byakuren e sokahan, è un modo per imparare a conoscersi in profondità e approfondire il rispetto per la vita

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    L’attività di protezione, affidata ai giovani dei gruppi byakuren e sokahan, è un modo per imparare a conoscersi in profondità e approfondire il rispetto per la vita

    All’inizio era lo spirito di accogliere le persone. Tutto iniziò con Ikeda, molto prima che divenisse presidente, che si recava nel luogo di riunione, con largo anticipo rispetto al suo maestro Josei Toda, per predisporre l’ambiente nella maniera migliore in modo che ogni persona fosse a suo agio; curava anche i minimi particolari come per esempio il posto in cui lasciare le scarpe prima di entrare nella stanza.
    Azioni pratiche, semplici, essenziali, anche piccole, ma sempre animate dal desiderio del benessere degli altri. Questo è lo spirito del Gruppo Sokahan, nato in Giappone negli anni ’50 come “distaccamento” del gruppo trasporti, e il cui nome significa “gruppo che crea valore”.
    Le prime byakuren invece risalgono al 1958, quando un gruppo di giovani donne decise di occuparsi della pulizia del tempio Taiseki-ji. Nel 1966 il presidente Ikeda diede loro il nome di byakuren che significa “bianco fiore di loto”. Dieci anni dopo, sempre il presidente Ikeda, fece dell’8 luglio la data di fondazione dello staff in Giappone, mentre in Italia è nato nell’agosto 1979.
    Dal punto di vista tecnico i sokahan si occupano: della cura dell’altare buddista principale del Centro e delle varie offerte, della sorveglianza e assistenza nelle sale riunioni, dell’accoglienza all’entrata dei Centri culturali, delle visite guidate al Centro culturale, della gestione dei parcheggi e degli spostamenti delle persone durante i corsi, delle cerimonie (matrimoni e funerali) e della protezione dei centri nelle ore notturne.
    Anche le byakuren si occupano dell’accoglienza ai membri ai centri, dei più disparati lavori di pulizia, delle visite guidate al Centro culturale, dell’assistenza nelle sale durante le riunioni e i corsi e delle cerimonie matrimoniali e funebri.

    Laura: È un’attività preziosa e da sperimentare perché serve a mettersi in discussione su tutti gli aspetti della vita. Occupandosi del benessere e dei bisogni delle persone a livello pratico, si ha l’occasione di guardarci così come siamo e sviluppare relazioni con tante persone diverse, anche quelle che non ci piacciono; così si cresce, si diventa adulti, si impara a non giudicare ma a condividere. Recitare Daimoku per la buona riuscita dei grandi eventi e fare attività con gli altri diventa una palestra, un vero e proprio allenamento. E diventare costanti nei turni insegna ad applicare la stessa costanza negli scopi personali. Sono anche diventata più tollerante, ho imparato a riflettere prima di parlare e anche a sorridere visto che ero abbastanza cupa. Il sorriso all’inizio era formale, poi è diventato una mia caratteristica, la timidezza che prima mi imprigionava ora non mi limita più.

    Masako: Normalmente siamo abituati a fare attività con persone che conosciamo mentre al Centro culturale occorre essere sempre pronte e disponibili a dare attenzione a tutte le persone, per mettere ciascuno a proprio agio. Andare a svolgere il proprio turno può diventare anche un’abitudine, ma se ogni volta ci sforziamo di avere obiettivi da raggiungere, non si corre più questo pericolo.

    Eva: Pratico questo Buddismo da cinque anni, allora ero in cura da una psicoterapeuta, perché bulimica; inoltre, per paura, non riuscivo a usare nessun mezzo di trasporto e mi preoccupavo unicamente di cercare appoggio e approvazione all’esterno. Grazie all’attività buddista sto imparando a prendermi cura della mia vita per sostenere quella degli altri. L’attività byakuren mi ha insegnato in particolar modo a prendermi cura del mio corpo e del posto in cui vivo, per essere di incoraggiamento alle altre persone.

    Edoardo: Quest’attività ci permette di misurarsi in cose che normalmente non si fanno nella vita e qui invece sono perfettamente normali, anche le cose più assurde come per esempio accatastare e fare entrare in una stanza a tempo di record centinaia di sedie… piccole sfide continue che sviluppano il carattere e le capacità nella vita. Ci si accorge di questo nei momenti più difficili. Avevo diciassette anni ed ero sokahan da tre, quando mi capitò di andare con mio padre e altri in barca da Marina di Pisa a Capraia; improvvisamente il mare diventò burrascoso con un forte vento, era notte e tutti precipitarono nel panico e si sentirono male. Facemmo naufragio e, nonostante la mia giovanissima età, fui l’unico che prese in mano la situazione facendo esattamente tutto quello che c’era da fare! Meno male che ho fatto il sokahan!

    Alessandro: In realtà ho cominciato a fare attività sokahan perché avevo un obiettivo elevatissimo: imparare a stirare le camicie e perdere qualche chilo di troppo. Per realizzare il secondo ci ho messo qualche anno, per il primo mi sto ancora applicando… tuttavia, grazie ai momenti concreti di attività sokahan ho scoperto, e trasformato, lati e aspetti del mio carattere e personalità che non avrei mai pensato di avere, e che mi sarebbero rimasti lì, come ospiti che non si sa come far uscire di casa… Le esperienze, piccole e grandi, da raccontare, sarebbero tantissime, ma il filo conduttore che le lega tutte lo ritrovo nella frase di Gosho che ci ricorda che i tesori del corpo sono più importanti di quelli del forziere, ma che più importanti di tutti sono i tesori del cuore.

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