Enza Pellecchia, membro della Soka Gakkai dal 2003, è docente del Dipartimento di Giurisprudenza, in cui svolge attività didattica e di ricerca, e partecipa a commissioni di concorso. Inoltre è direttrice del CISP, Centro interdisciplinare di scienze per la pace dell’Università di Pisa. Il suo impegno abbraccia principalmente la difesa dei diritti umani, dei soggetti deboli, dei beni comuni. Svolge inoltre attività come responsabile scientifico della campagna Senzatomica
Hai tante responsabilità e impegni quotidiani, qual è la scintilla che ti fa decidere ogni giorno di portare avanti tutto e svolgere il tuo lavoro all’università?
La verità è che mi diverto. Mi piace fare tutte queste cose e creare sempre più legami con le persone. Per quanto riguarda l’università, sento che la mia missione è proprio quella di rendere felici le persone, aiutarle a vedere la loro bellezza, i loro pregi e talenti. È un’azione che riguarda lo studente così come il rettore. Nel mondo accademico ci sono logiche di potere molto forti. Con i miei colleghi universitari ci sono stati a volte rapporti difficili, che solo grazie alla pratica si sono sciolti. Tutti abbiamo bisogno di essere sostenuti, ma gli studenti in modo particolare: io li incoraggio a domandarsi che contributo possono dare alla società tramite i loro studi, a non lasciarsi travolgere dal pensiero che non serve studiare perché non c’è lavoro. Desidero che i giovani credano nelle loro potenzialità. Ai miei studenti dico che studiare, oltre che essere un grande privilegio, è lo strumento che permetterà loro di essere persone libere, forse non ricche, ma libere. Insisto molto su questo punto, soprattutto con le ragazze, affinché costruiscano un’identità solida anche tramite lo studio. La soddisfazione più grande è quando svolgono un esame brillante dopo essere stati bocciati al primo appello. Cerco di trasmettere loro che il fallimento è il punto di partenza per il successo, per una grande vittoria: non importa quante volte cadi, ma quante ti rialzi. Di fronte a una bocciatura è importante spiegare che il giudizio negativo è legato all’esame, non è un giudizio sulla persona che non può essere misurata con un voto. Chiarito questo allora si può fare un bel percorso insieme. È importante anche trasmettere loro che un bravo insegnante deve essere rigoroso e severo. Ci sono studenti che una volta laureati, quando li incontro mi dicono: «Questa cosa mi ha insegnato tanto, non l’ho mai dimenticata prof».
In quali altri aspetti la pratica buddista è stata fondamentale per il tuo lavoro all’università?
La mattina recito Daimoku per svolgere una buona lezione, per arrivare al cuore degli studenti. Ci sono aspetti degli altri che inconsciamente ti suscitano simpatia o antipatia, e come professore devi stare molto attento per metterle da parte e rispettare la differenza di ognuno. Lo studente che si siede per sostenere un esame è una persona che ha fatto uno sforzo, che ha studiato e della cui vita ignoriamo tutto. Non sappiamo quanto danno possiamo fare con una parola detta superficialmente in un momento tanto delicato. Durante un appello, ad esempio, possono presentarsi anche in cento e tu devi avere la stessa concentrazione per ognuno di loro, sforzarti di capire chi hai davanti, misurare le parole, tenere sotto controllo la tua emotività. Non si tratta di una tecnica, è davvero il comportamento del Bodhisattva Mai Sprezzante applicato all’insegnamento universitario. In questo praticare il Buddismo per me è determinante.
Il Centro interdisciplinare di scienze per la pace, di cui sei la nuova direttrice, lavora per la giustizia sociale e la gestione non violenta dei conflitti. In che modo agite sul territorio e cosa significa per te, come discepola del presidente Ikeda, svolgere questo ruolo?
Il CISP è nato nel 1998 a seguito di una riflessione avviata, dopo la Prima guerra del Golfo, da un gruppo di docenti dell’Università di Pisa: «È possibile che le “scienze” – intese come discipline sia scientifiche sia umanistiche – che si insegnano nelle università e nelle quali si fa ricerca, possano offrire un contributo alla costruzione di una società pacifica e alla trasformazione nonviolenta dei conflitti?». Le attività che promuoviamo sono molteplici: laboratori nelle scuole sul tema della trasformazione nonviolenta dei conflitti, corsi di alta formazione sui diritti dei migranti, master sul dialogo interreligioso, ricerche e iniziative sul disarmo, analisi dei conflitti.
Si tratta di attività che vanno soprattutto nella direzione dell’educazione al rispetto e alla promozione dei diritti umani, come patrimonio culturale ma soprattutto come prassi concreta. Dirigere il CISP è un onore e una grandissima opportunità, per me significa impegnarmi per realizzare kosen-rufu ogni giorno. Dopo la nomina da parte del rettore, ho subito scritto a sensei: mi ha risposto incoraggiandomi. Gli ho promesso che farò del mio meglio per realizzare la mia missione come sua discepola e per mantenere questa promessa.
Ci racconteresti un’esperienza significativa che ti è rimasta nel cuore?
Due anni fa ho partecipato alla commissione per il concorso per i notai. Le condizioni fisiche e ambientali erano allucinanti. Dovevo rapportarmi con duemilacinquecento persone preoccupate, stressate e sofferenti. Mi sono chiesta cosa potessi fare per migliorare quella situazione e mi sono sentita di fare i complimenti alla persona che si stava occupando delle pulizie, ringraziandola sinceramente per come si stava prendendo cura di tutti noi, perché era tutto pulitissimo. Il nostro maestro ringrazia sempre chi sta dietro le quinte. Poi ho ringraziato i membri dell’ambulanza e così via. Ringraziarli mi ha fatto sentire bene, e questo ha influito su tutto l’ambiente.
Anche l’ultimo giorno c’era una grande tensione. Cosa farebbe sensei in questa situazione? Mi sono ricordata di una sua frase: «Quando non puoi fare nient’altro regala un sorriso». Ho iniziato a sorridere e a chiedere ai candidati come si sentivano. I miei colleghi, inizialmente stupiti, hanno iniziato a fare la stessa cosa. Così il clima è cambiato e alla fine di quella giornata massacrante tutti sorridevano! Una singola persona può fare la differenza. Non con grandi discorsi, ma con un’azione “piccola”, che ho imparato grazie alla Soka Gakkai. La relazione maestro-discepolo è ispirarsi al maestro, chiedendosi cosa farebbe sensei e poi agire con coraggio. Non basta pensarlo. Oggi tutti i miei colleghi sanno che pratico il Buddismo e nelle situazioni complicate mi chiedono consiglio.