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Il potere invisibile - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 01:26

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Il potere invisibile

Nel Buddismo la fede è un ingrediente indispensabile che caratterizza l’atteggiamento complessivo dell’individuo verso la vita, una facoltà interiore che può essere attivata e coltivata sempre di più

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Nel Buddismo la fede è un ingrediente indispensabile che caratterizza l’atteggiamento complessivo dell’individuo verso la vita, una facoltà interiore che può essere attivata e coltivata sempre di più

Gli ideogrammi che campeggiano al centro del Gohonzon, “Nam-myoho-renge-kyo, Nichiren”, mettono in evidenza il fatto che la Legge mistica (Myoho-renge-kyo, appunto) “esisteva nella” o “era la” vita di Nichiren, così come di tutti gli altri esseri umani. In questo modo, il Gohonzon rappresenta la vita illuminata del Daishonin ed è considerato l’Oggetto (honzon) di culto.
D’altro canto, per quanto magnifico e promettente, questo potenziale creatore di felicità rimane pur sempre un foglio di carta, un oggetto appunto. Banale aggiungere che gli oggetti, per loro natura, devono essere usati, anche se a volte ci possono sembrare dotati di vita propria. Per esempio, qualcuno poco esperto di informatica alle prese con un moderno pc ha l’impressione che sia il computer a decidere, a voler fare di testa sua, mentre di fatto deve solo essere attivato correttamente. “Attivato”, badate bene, e non “persuaso a funzionare”. Chi deve essere persuaso a farlo funzionare è l’utente stesso. E nel caso dello strumento Gohonzon, i “tasti giusti” indicati da Nichiren per l’attivazione sono la fede, la pratica e lo studio. Come entrano in relazione tra loro?
La pratica e lo studio del Buddismo appaiono per molti versi più “concreti”, più lineari da comprendere e da compiere, forse perché fanno parte del regno visibile (ho di Myo-ho). Ma l’ingrediente fondamentale, la fede, presenta molte più sfumature e non è semplice definire che cosa sia. Eppure Nichiren si spinge a dire che “solo la fede è realmente importante” (La strategia del Sutra del Loto, SND, 4, 194) e ribadisce più e più volte l’irrinunciabilità di una fede forte e corretta per vivere appieno una vita felice, nella versione buddista della felicità, ovvero la Buddità.
Riassumendo, da un lato abbiamo un oggetto perfettamente dotato che è il Gohonzon, caratterizzato da due poteri “assoluti”, quello del Budda e della Legge, vasti quanto l’universo; dall’altro ci sono i due poteri che appartengono al singolo individuo (o utente), quello della fede e della pratica.
Intanto ci si potrebbe chiedere: cosa è la fede? Geoff Rohde, un responsabile della SGI-USA, dice di essere rimasto per molto tempo senza parole quando un amico o un parente gli chiedeva: «Ma tu che sei buddista, in che cosa credi?», senza essere capace di andare molto oltre la risposta standard: «Sai, noi recitiamo per la pace nel mondo e per la felicità individuale». E aggiunge di aver passato anni studiando, recitando e cercando di trovare altre parole, metafore e termini che dessero l’idea del significato e dell’importanza della fede. Una fede profonda, forte, incrollabile, una fede che muove le montagne e cambia il corso della storia non è qualcosa che accade per caso, ma è un processo di sviluppo – secondo Rhode – simile ad altri processi di apprendimento come lo sviluppo delle capacità cognitive o quello psicosociale.
Servendosi di uno studio dello psicologo statunitense James W. Fowler, Rhode classifica gli stadi della fede per fasce di età. Si parte dalla prima infanzia (1-6 anni), dove la fede del bambino è quella che lo porta fiducioso a tuffarsi in acqua tra le braccia accoglienti del genitore. È da notare che spesso Nichiren impiega analogie simili a questa per chiarire come dovrebbe essere la fede nel Gohonzon. La maggior parte di noi, tuttavia, si svincola molto presto da questa fiducia naturale e istintiva, impossibile da sperimentare più avanti nella vita. Dai 6 ai 12 anni, i punti di riferimento sono esterni alla persona (insegnanti, genitori, gruppi di amici, immagini proposte dai media ecc.) e in questo periodo credere che “esiste un solo modo giusto di fare le cose” fornisce un senso di sicurezza. E forse, aggiungiamo noi, la fede cieca o addirittura fanatica è quella che si è arrestata, o magari atrofizzata a questo stadio. Nell’adolescenza (12-15 anni) si è semplicemente felici di appartenere a un gruppo di persone che vedono le cose nello stesso modo, che hanno le stesse credenze e – secondo Fowler – sono molti i fedeli che negli Stati Uniti si muovono a questo livello di fede. Dai 16 ai 20 anni, e magari fino ai 30, subentra il periodo della sperimentazione personale, accompagnato da una crescente consapevolezza interiore, che sfocia spesso nella disillusione, nel dubbio e nella sfida per l’ordine costituito. Questo non significa perdere la fede, ma piuttosto assumersene la responsabilità; la volontà di sviscerare i dubbi è fondamentale per arrivare a interiorizzare una fede personale salda e sicura.
Lo stadio di sviluppo della fede che avviene superati i 30, si ottiene attraverso una riflessione profonda, una sorta di “compito a casa” spirituale e un’assimilazione di quanto imparato nei quattro stadi precedenti. E quando il credente, attraverso un’elaborazione personale, ri-costruisce le basi della propria fede prova un senso profondo di correttezza interiore, leggerezza e gioia. In altre parole, è in pace con se stesso. I suoi valori e il comportamento che ne deriva si fondano sull’onestà, la responsabilità e sull’onorare la spiritualità degli altri. Una volta raggiunto questo stadio di sviluppo, il credente non è turbato dalle differenze, siano esse di razza, di stato sociale o di convinzioni ideologiche diverse. Di rado sente gli altri come nemici, perché riconosce nel suo intimo che tutte le persone sono sacre.
L’ultimo stadio, il sesto, viene chiamato da Fowler “la fede universalizzante” ed è una totale dedizione alla presenza della divinità, un’esistenza in armonia con lo spirito e con l’universo. Chi vive una “fede universalizzante” può trovarsi a sfidare volontariamente il sistema sociale, politico o religioso che considera ingiusto, senza preoccuparsi della propria tranquillità o incolumità fisica. I credenti che hanno raggiunto questo stadio si dedicano anima e corpo a trasformare questo mondo di sofferenza e ingiustizia nel regno di Dio – o nella terra del Budda. Il loro amore per la vita e la loro capacità di aiutare gli altri a percepire il trascendente infondono una forza e una durata straordinarie alle loro azioni. Le loro iniziative, che spesso si servono della nonviolenza e del rispetto per gli oppositori, disturbano, mettono in crisi e quindi non c’è da stupirsi se spesso diventano martiri delle idee che rappresentano.
Le persone giunte a questo stadio sono rare, ma possiedono una grazia speciale che le fa apparire più lucide, più semplici e per molti versi più umane del resto di noi. Abbracciano tutti quanti, fanno tesoro delle differenze perché le considerano un’espressione ulteriore dell’unicità universale e sono pronte ad accogliere persone a qualsiasi stadio di sviluppo della fede e di ogni tradizione religiosa. Sempre secondo Fowler, queste persone sono “selezionate dal grande Fabbro della storia, rese roventi dai fuochi del caos e delle tribolazioni e forgiate dal conflitto e dalla lotta”.
E, aggiungiamo noi, molti dei suoi scritti mostrano che Nichiren fu proprio questo tipo di persona. Per rispondere alla domanda iniziale “tu che sei buddista in cosa credi”, proviamo allora a cucirci addosso alcune delle parole da lui usate per descrivere in cosa abbiamo fede. E magari, sorgerà spontanea la domanda successiva da porre a se stessi: «Ma io lo credo davvero?».
– Posso liberarmi dalle sofferenze di nascita e morte che ho sopportato dall’eterno passato e raggiungere la suprema Illuminazione in questa vita risvegliandomi e avendo una profonda fede nella Legge mistica, che è sempre esistita nella mia vita (Cfr. Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza, SND, 4, 3).
– Shakyamuni… il Sutra del Loto… e io, un comune essere umano, non siamo in alcun modo diversi o separati l’uno dall’altro. Anzi, ogni cosa, senza eccezioni, è una manifestazione di Myoho-renge-kyo (Cfr. L’eredità della Legge fondamentale della vita, SND, 4, 222).
– Se la mia mente è impura (ovvero controllata dai veleni dell’avidità, della rabbia, dell’illusione, della paura, dell’astio o dell’odio) anche il mio ambiente (fisico, sociale, psicologico) lo è. D’altro canto, se la mia mente è pura (totale fiducia in, e percezione di, myoho nella mia vita), lo è anche ogni aspetto del mio mondo. In altre parole, non esistono due terre, una pura e l’altra impura di per sé, ma la differenza sta solo nel bene o nel male della mia mente (Cfr. Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza, SND, 4, 5).
– Nessuna malattia può fare da ostacolo alla mia felicità se credo in questo Gohonzon con tutto il cuore (Cfr. Risposta a Kyo’o, SND, 4, 149).
Anche se recitiamo Nam-myoho-renge-kyo, quando pensiamo che l’Illuminazione o il potere di cambiare la nostra vita stiano da qualche parte “là fuori”, non abbracciamo gli insegnamenti di Nichiren, ma qualche mediocre imitazione. Non dobbiamo mai cercare la felicità al di fuori di noi. La nostra padronanza degli insegnamenti buddisti, o anche ore e ore di Daimoku e di partecipazione alle attività dell’organizzazione, ci liberano dalle sofferenze mortali solo a patto di percepire (riconoscere, sperimentare, cogliere) la natura della nostra vita stessa. Cercando l’Illuminazione al di fuori di noi, qualsiasi disciplina o buona causa sarà priva di senso. E quel che è peggio, senza percepire la vera, mistica e infinita natura della nostra vita, la pratica di questo Buddismo meraviglioso diventa un’austerità infinita e dolorosa (Cfr. Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza, SND, 4, 4).
Accettare i principi del Buddismo non è difficile, almeno in via teorica. In fondo, anche se rivelano aspetti sconosciuti degli esseri umani (la Buddità), al tempo stesso gli insegnamenti buddisti parlano della vita, un argomento che tutti conoscono, che con l’avanzare dell’età conoscono sempre meglio. E spesso inoltre ne parlano in modo affascinante. È semplice aderire a un’idea di armonia universale, di responsabilità individuale, di sacralità della vita e di rispetto per tutte le persone. In questo caso la fede “brucia come il fuoco” e scalda il cuore suscitando i migliori sentimenti. Assai più complicato, avverte Nichiren, è “mantenere la fede”. Ovvero, per esempio, trasportare dal piano delle idee a quello concreto della realtà il rispetto per tutte le persone, perché significa rinunciare alle proprie inclinazioni, ai propri giudizi, alle proprie paure e alle proprie istintive simpatie. Oppure, è incoraggiante (quindi “facile”) credere di avere in sé tutte le cause e dunque avere in mano le sorti della propria vita. Più difficile continuare a crederlo a fronte di una malattia, di una solitudine esistenziale, di un figlio o un genitore che sta soffrendo e agire di conseguenza. La metafora del fiore di loto che allude alla causa e all’effetto è incoraggiante. Solido, bianco e puro, il loto è attraente e dunque ancora una volta “facile”; ma il fango di cui si nutre, chi lo vorrebbe? Senza parlare del tempo che ci impiega il loto prima di tutto a spuntare dalla melma, poi a diventare bocciolo e da ultimo a fiorire in tutto il suo splendore. Eppure, la natura della vita da afferrare dentro di sé è questa. Fatta di fango e di loto, l’uno impossibile senza l’altro, insieme al “paradosso mistico” di cause ed effetti simultanei che si manifestano nel tempo.
«Si accetta grazie al potere della fede e si continua grazie al potere della preghiera […] D’ora in avanti ricorda sempre le parole: è difficile mantenere la fede in questo sutra» (La difficoltà di mantenere la fede, SND, 4, 154). E che Nichiren stesso sostenga che è difficile, non ci “autorizza” a lamentarcene, sia ben chiaro, ma solo a insistere e ad accrescere il potere della pratica. Una preghiera efficace, onesta e sincera, una preghiera che vuole replicare lo spirito di Nichiren è qualcosa che cambia nel profondo il cuore umano e che permette da un lato di conservare la fede, dall’altro di costruire una “terra pura”. Per concludere con una metafora suggerita da Ikeda, si può paragonare una fede forte all’alta tensione. Anche se gli occhi dell’essere umano non vedono né l’elettricità né la preghiera, una preghiera costante trasforma la nostra vita e il nostro ambiente, proprio come l’elettricità ha trasformato la società in lungo e in largo. Fede significa avere fiducia, oltre che in se stessi, in questo regno invisibile e al tempo stesso tangibile.

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