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Il massacro di Nanchino - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 01:27

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Il massacro di Nanchino

Tocca alle giovani generazioni giapponesi, che certamente non hanno colpe rispetto alla guerra e ai suoi crimini, la grande responsabilità di mantenere la promessa fatta al popolo cinese: ricordare e tramandare la lezione di quella tragica storia affinché simili barbarie non debbano ripetersi mai più

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Tocca alle giovani generazioni giapponesi, che certamente non hanno colpe rispetto alla guerra e ai suoi crimini, la grande responsabilità di mantenere la promessa fatta al popolo cinese: ricordare e tramandare la lezione di quella tragica storia affinché simili barbarie non debbano ripetersi mai più

Davanti ai miei occhi si stendeva un fiume enorme: era il Fiume Azzurro (Yangtze Kiang) e, nella foschia, s’intravedeva a mala pena l’altra sponda. Ero sul grande ponte sul fiume insieme a mia moglie. Sul piano superiore si snodava la strada e sul piano inferiore, lungo 6.772 metri, c’erano i binari ferroviari. Era una vista impressionante. Mi spiegarono che i lavori erano iniziati con la collaborazione dell’Unione Sovietica ma, a causa del conflitto sino-sovietico di dieci anni prima (1968), i tecnici russi erano ritornati a casa e il popolo cinese aveva dovuto ultimare questo lavoro con le proprie forze.
Il calore ardente dell’estate indugiava ancora a Nanchino in quel mese di settembre e il vento soffiava sul fiume con una fresca brezza. Il flusso della corrente era maestoso come il mare.
In passato questo fiume ha visto una tragedia degna di essere definita “l’inferno in terra”: il massacro di Nanchino. Una pagina di storia che i giapponesi conoscono ancora troppo poco, anche se dovrebbe essere incisa indelebilmente nella loro memoria.
Un ex soldato dell’esercito nipponico ricorda i fatti con raccapriccio: «Quando andammo a vedere, il massacro aveva già avuto inizio. Seppi da un soldato, testimone sin dall’inizio, che le truppe nipponiche avevano installato le mitragliatrici sulla piazza, avevano portato con i camion un centinaio di cinesi e li avevano messi in fila, poi avevano sparato a raffica con le mitragliatrici. In circa cinque minuti quasi tutti erano caduti a terra. Poiché c’era il fiume nessuno ebbe scampo; morirono tutti sotto i proiettili, correndo disperatamente a destra e a sinistra nel tentativo di fuggire. Finita l’esecuzione, i soldati nipponici trasportarono sul posto un altro centinaio di cinesi ai quali ordinarono di gettare i cadaveri nel fiume e, quando ebbero finito, anch’essi furono uccisi. Proseguirono così tutto il giorno, in una catena ininterrotta di massacri. Un gran numero di cadaveri galleggiava sul fiume Yangtze creando un flusso enorme che sembrava riempire tutto il fiume».
Quando ho ricevuto in Giappone il rettore Jiang Shushen dell’Università di Nanchino insieme ad altri studiosi, ho dichiarato senza mezzi termini davanti a numerose persone: «Nel dicembre del 1937, l’esercito nipponico invase la città di Nanchino e per due mesi si macchiò di ogni barbarie: massacri crudeli, stupri animaleschi, torture, incendi, devastazioni, saccheggi ecc. Furono atti di vandalismo e di follia senza precedenti nella storia dell’umanità. La nazione giapponese deve porgere sentitamente le proprie scuse ufficiali, anche se ovviamente nessuna scusa potrà mai riparare a un atto così grave. Ho saputo con profondo dolore e infinita amarezza che perfino nel terreno dell’Università di Nanchino sono sepolte ben settemila vittime». Anche tra i familiari del rettore e dei professori in visita in Giappone, c’erano state delle vittime. Tra l’altro, non si trattava di un massacro limitato alla sola Nanchino, in quanto tutto il territorio cinese era stato devastato dalla guerra.
In risposta alle mie parole, il rettore Jiang replicò: «Quando finì la guerra, avevo solo cinque anni. Nella mia memoria è rimasto impresso un episodio: tutta la mia famiglia si era rifugiata alla periferia della città di Wushu, dove un giorno fummo scoperti dai giapponesi e ci trovammo in grave pericolo perché mia madre e mia nonna stavano per essere uccise dai soldati. Per fortuna mio padre, che conosceva il giapponese, cercò a tutti i costi di parlare con loro, finché riuscì a convincerli a risparmiare le vite della mamma e della nonna».
Fu proprio dalla città di Wushu che nel 1978 partii in treno alla volta di Nanchino insieme a una delegazione. Era il tramonto e, approssimandoci alla stazione di Nanchino, il cielo aumentava la sua lucentezza come un panno di seta tinto di rosso. Al mattino seguente andammo al parco monumentale dei martiri di Yuhuatai per deporre una corona di fiori.
Anche dei fatti verificatisi presso Yuhuatai, esiste la testimonianza di un cittadino sopravvissuto al massacro, che all’epoca era un ragazzo di dodici anni e che racconta: «Tutt’intorno alla Porta di Yuhua, c’erano circa duemila cadaveri. In quella zona solo due persone erano rimaste in vita: un signore anziano, col corpo martoriato dalle ferite e una signora anziana». È una testimonianza in cui ogni parola è scritta col sangue.
Davanti al monumento dei martiri di Yuhuatai, dedicai una profonda preghiera alle vittime della rivoluzione e di tutte le guerre. Sentivo che bisognava impedire a tutti i costi il ripetersi di una simile tragedia. Questa è stata la ragione per cui ho proposto di normalizzare i rapporti diplomatici tra Giappone e Cina, impegnandomi nella realizzazione del Trattato di Pace e Amicizia tra i due paesi.

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Prova a immaginare, anche per una sola volta, di essere vittima di un’aggressione: a casa tua, dove te ne stai tranquillo, all’improvviso entrano con la forza dei soldati armati. Gli uomini vengono trafitti con la baionetta e le donne vengono uccise dopo essere state violentate. I soldati fanno razzia di tutto, compresi i cibi e ti incendiano la casa dicendo: «Così ci riscaldiamo». Poi così per scherzo, per provare le spade, tagliano le teste dei tuoi familiari.
Una docente universitaria americana a Nanchino, che aveva assistito al massacro, scrisse: «Dal punto di vista militare, la presa di Nanchino potrebbe essere considerata una vittoria dell’esercito nipponico. Ma se la valutiamo alla luce dei principi morali, è la disfatta del Giappone ed è un disonore per lo Stato. Sarei felice se i giapponesi potessero essere informati con esattezza su ciò che è successo a Nanchino. Se le donne giapponesi conoscessero storie così terribili, quanto si vergognerebbero!» (Minny Wortlin, I giorni del massacro di Nanchino).
Ma anche dopo diversi decenni, in Giappone – invece di insegnare correttamente la storia per evitare il ripetersi di tali barbarie – si cerca di tramandarla in modo vago e fumoso. Anzi accade anche che la violenza prosegua sotto forma verbale con discorsi del tipo: «Questi fatti non sono mai successi», «Gli eventi sono stati riferiti in modo esagerato», «Cosa vogliamo farci, in fondo è successo durante la guerra…», quasi ignorando che sono stati gli stessi giapponesi ad avviare il conflitto.
Ogni volta che viene a conoscenza di questi fatti, il popolo cinese prova collera e indignazione e si chiede se queste persone che – dopo aver ammazzato impunemente neonati e vecchi – non provano rimorso e non sono tormentati dal ricordo delle grida dei morenti, abbiano un cuore. Ciò li induce a dedurre amaramente che i giapponesi non sono cambiati, perché continuano a trattare i cinesi come se non fossero esseri umani.
Voler cancellare i delitti dalla storia significa voler sopprimere ancora una volta le vittime. Decidere o meno di affrontare onestamente la storia dei crimini in Cina è una questione fondamentale per l’amicizia tra il Giappone e la Cina. Se i giapponesi continuano a sfuggire la verità storica e a lasciare nel vago queste vicende, mettono a rischio la loro credibilità agli occhi del popolo cinese. Così non potremo mai costruire un ponte d’amicizia duraturo, anche se coltiviamo scambi economici basati su interessi materiali: non dobbiamo pensare che l’amicizia passi in secondo piano davanti agli interessi economici.
Anzitutto va considerato che proprio la questione morale determinerà il futuro stile di vita del Giappone: è il suo grande dilemma spirituale. L’astuto tentativo di non fare chiarezza, lasciando nel vago certi errori storici, distrugge l’umanità dei giapponesi e li porterà infine a vivere in una società infelice di cuori corrotti. Bisogna rivedere seriamente la cultura e lo stile di vita di una nazione che ha commesso azioni così crudeli. Come abbiamo potuto fare atti del genere? Siamo riusciti a superare quella causa? Se non siamo riusciti a superarla, non corriamo il rischio di ripetere la stessa cosa?

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Lo scrittore cinese Chin Shunshin, residente in Giappone, scrisse un saggio nel quale esprimeva le sue perplessità nei confronti dei giapponesi, nel quale affermava: «I giapponesi hanno un carattere profondamente intriso di emotività, che li spinge a compiere azioni improvvise che prescindono da ogni considerazione razionale. Uno studente cinese, che aveva constatato personalmente la situazione sociale giapponese dal periodo della “Democrazia di Taisho” all’inizio dell’era Showa (1926-89), caratterizzata dal pullulare di movimenti di sinistra, ritornò in Cina con la convinzione che il Giappone non fosse da temere perché la sua opinione pubblica era divisa. Ma subito dopo scoppiò l’incidente del 18 settembre 1931 (l’invasione della Manciuria) e i giapponesi, unendosi come un sol uomo, iniziarono precipitosamente il cammino verso l’invasione della Cina. “Perciò – diceva lo studente – anche questa volta non riesco a fidarmi. Il mondo nipponico ha una costituzione pacifista e sembra diviso tra conservatori e progressisti, ma nel momento cruciale è pronto a correre verso il militarismo con l’appoggio di tutta la nazione. Forse hanno già iniziato un’altra corsa?”».
In un suo libro, Masaaki Noda raccoglie il frutto del lavoro di uno psicanalista per avvicinare in profondità il mondo interiore dei soldati giapponesi, attraverso una serie di interviste. La ricerca mette in evidenza una sorta di paralisi del sentimento per cui la maggior parte dei soldati, nonostante abbia commesso azioni della massima crudeltà, rimane spiritualmente estranea e insensibile ai massacri. C’è da domandarsi cosa abbia prodotto una tale disumanizzazione, che si potrebbe far risalire al razzismo e all’incitamento al disprezzo verso gli asiatici inculcato fin dall’era di Meiji oppure anche all’idea fanatica della guerra santa. In questo libro si parla di “alto tasso di aggressività” della società giapponese, di “cultura basata su rapporti gerarchici”, di “cultura autoritaria e violenta” che impone l’ubbidienza. Poi si spiega che la tendenza pericolosa a un “sé che muta in funzione della collettività” non è cambiata neanche dopo la seconda guerra mondiale.
Anche nel mondo della medicina non esiste la tradizione di “rispettare ogni singola persona”, mentre in altri campi si rivela una società in cui le posizioni di prestigio sono occupate da élite “dai sentimenti rarefatti” che non affrontano il proprio mondo interiore e sono insensibili ai dolori altrui.

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Nel libro viene descritta dettagliatamente anche l’epopea del cosiddetto miracolo di Fushun, basata sull’incredibile rinascita di uomini guidati dal premier cinese Zhou Enlai. Si tratta di fatti realmente accaduti.
Nel dopoguerra, a Fushun nella Cina nord-orientale, i prigionieri di guerra giapponesi furono ospitati in un centro di detenzione. In genere, i prigionieri di guerra di un paese nemico vengono trattati in modo spietato, ma in quel campo fu applicata fino in fondo una misura straordinaria indicata dal premier Zhou: «Trattateli umanamente. Non devono essere picchiati né insultati o disprezzati. Anche se non dobbiamo dimenticare il risentimento nazionale, ricordiamo che anche un criminale di guerra è un essere umano e, poiché si tratta di un essere umano, bisogna rispettare la sua identità».
Così vennero preparate stanze dignitose, furono predisposti barbieri, bagni e campi sportivi. In inverno veniva acceso il riscaldamento. Nonostante le difficoltà, i prigionieri venivano nutriti abbondantemente con riso bianco. La vita era addirittura più dura per le guardie carcerarie che avevano a disposizione cibo più scarso e di qualità inferiore. Quel centro di detenzione era anche stato usato un tempo come prigione dai giapponesi; allora però, i detenuti cinesi venivano tenuti in stanze fredde e sporche, senza poter bere liberamente, sottoposti a pestaggi e torture e abbandonati a se stessi anche quando erano ammalati. Ricordando tutto ciò, le guardie carcerarie non riuscivano a capacitarsi delle linee di comportamento indicate dal loro premier Zhou: perché mostrare umanità verso i detenuti giapponesi? Perché trattare bene degli uomini così odiosi?
Una cronaca degli episodi accaduti in quel centro di detenzione, riporta la dolorosa testimonianza di un agente di nome Wang Xing che aveva subito la devastazione del suo villaggio incendiato dall’esercito nipponico; sette suoi familiari erano stati uccisi con le baionette e solo lui era riuscito a mala pena a salvarsi sfuggendo a un bagno di sangue. Anche la maggioranza dei suoi colleghi erano stati colpiti da simili tragedie. Per di più, anche se gli agenti cercavano di rispettare i detenuti giapponesi, questi ultimi pretendevano arrogantemente di non aver alcuna colpa, assumendo spesso comportamenti sprezzanti e offensivi. Eppure i cinesi sopportarono, perché questa era l’indicazione del premier Zhou.
Jiao Guìzhen era un’infermiera cinese: quando un criminale di guerra fu colpito da un ictus che gli paralizzò metà del corpo, lei lo curò con dedizione totale. Tutti i giorni, per quattro anni, lo imboccò, gli somministrò le medicine e lo lavò, cambiandogli più volte posizione e facendogli dei massaggi. Grazie a tali cure, lui non ebbe neanche una piaga malgrado la degenza a letto per quattro anni. Curato con tale dedizione e sincerità, anche il rigido cuore dell’ex soldato nipponico non poté rimanere insensibile. Finalmente arrivò ad ammettere: «Noi abbiamo fatto cose tanto feroci che i nostri corpi meriterebbero di essere spezzati in otto parti. Eppure, loro, stanno facendo tanto per noi…».
Fino ad allora i soldati nipponici avevano visto i cinesi come oggetti e non come esseri umani. Questo significava che loro stessi erano diventati “non umani”. Toccati dalla nobiltà d’animo mostrata dai cinesi, i soldati nipponici diedero segni di cambiamento: cominciarono a provare sentimenti umani, a esprimere pentimento e rimorso per le gravi colpe commesse e a giurare di dedicare il resto della vita alla pace.
Un’anziana donna cinese, vedendoli scusarsi e addirittura inginocchiarsi davanti ai contadini cinesi, disse: «Se cambierete profondamente e diventerete uomini veri, uomini buoni, il popolo cinese non si vendicherà».
A livello morale e umano, questa è stata una sconfitta totale per i giapponesi. Anche nel dopoguerra, sostenendo di essere stati sconfitti dagli americani per la loro supremazia economica, hanno giustificato la propria corsa verso il benessere e la prosperità materiale ma non hanno ancora preso coscienza di essere stati sconfitti dai cinesi sul piano spirituale. Credo che il degrado spirituale del Giappone di oggi sia legato anche a questa mancata presa di coscienza.

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Il fiume Yangtze scorreva maestosamente. Quante vicissitudini ha visto questo fiume nella sua lunga storia, fin da quando Sun Chen, milleottocento anni fa, fece di Nanchino la capitale della dinastia Wu all’epoca delle tre dinastie! Nel 1968, anno del completamento del grande ponte sul fiume, io feci la proposta di normalizzare i rapporti diplomatici tra Giappone e Cina e dopo quattro anni la normalizzazione divenne realtà. Sono passati trenta anni da allora, il “ponte d’oro” dell’amicizia è stato sicuramente costruito! Vorrei citare le parole del presidente Zhou Enlai pronunciate subito dopo la normalizzazione: «Pochi giorni fa, io e il presidente Tanaka abbiamo pubblicato la Dichiarazione congiunta per la riapertura dei rapporti diplomatici. Questo è un impegno sulla carta tra i premier di due paesi che hanno basi economiche diverse, ma la vera riapertura del rapporto di amicizia sarà la comprensione, da cuore a cuore, tra il popolo giapponese e il popolo cinese, che porterà a realizzare un rapporto di profonda fiducia, per consentire infine ai nostri figli, nipoti e pronipoti di essere legati da calda amicizia. Per fare ciò, ci vorranno molti anni».
Anche la questione dell’interpretazione storica del passato non è stata risolta con la normalizzazione del rapporto diplomatico. Questo è stato solo un punto di partenza. Il Giappone ha fatto una solenne promessa al popolo cinese e al mondo, garantendo che «si impegnerà attivamente a imprimere per sempre la lezione della storia nel cuore dei propri figli e nipoti». La promessa va mantenuta.
In particolare, mi aspetto che i giovani prendano posizione e si impegnino concretamente. Certamente le generazioni post-belliche non hanno colpe rispetto alla guerra ma hanno la grande responsabilità di rimanere vigili affinché la società giapponese non cada nel solco sbagliato ma si orienti nella direzione giusta. Questa è la missione dei giovani: creare un nuovo modello di cultura e di identità capace di superare gli aspetti negativi della vecchia cultura.
Il rettore Jiang dell’Università di Nanchino, in visita alle scuole Soka, disse ai miei giovanissimi amici: «Quale umanesimo richiede il ventunesimo secolo? Quello dell’”uomo integrale”, dotato di una nobile personalità, dedito alla giustizia e al bene di tutta l’umanità, ricco di conoscenze e cultura. Giovani amici giapponesi, per favore prendete per mano i giovani cinesi e rendete ancora più forte e più bello il “ponte d’oro”! Mi raccomando, lottate per la pace! Ricordate che in tutta la Cina ci sono persone che vi aspettano pregando per la pace e l’amicizia!».

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Un po’ di storia

Due vicini in conflitto

La storia asiatica è costellata di scontri tra Cina e Giappone così, mentre l’Europa si unisce superando storici attriti, in oriente sotto la cenere ardono le braci di dissidi mai sopiti. Oggi il Giappone ambisce a un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu, ma i paesi invasi dai giapponesi sessant’anni fa ritengono quel seggio immeritato: Tokyo non ha ancora ammesso tutte le proprie responsabilità storiche.
Nel 1937, durante l’occupazione di Nanchino, l’esercito del Sol Levante si lasciò andare a comportamenti di puro sadismo, tanto che quel massacro sarà l’unico crimine di guerra trattato separatamente dagli altri dal Tribunale di Tokyo (analogo al tribunale di Norimberga). Di tutto questo però si fatica a trovare traccia nei testi di storia giapponesi, dove è preferita una visione che minimizza se non addirittura nega quei fatti. Non che i testi scolastici cinesi siano più obiettivi a proposito della loro recente storia interna.
Lo scorso aprile i giovani cinesi sono scesi in piazza per manifestare contro il revisionismo storico giapponese, prendendo di mira sedi diplomatiche o attività commerciali nipponiche. Ma ricordando che il 4 giugno del 1989 la manifestazione non autorizzata degli studenti cinesi in piazza Tien An Men è finita nel sangue, è difficile pensare che dietro queste azioni non ci fosse l’approvazione del governo.
La speranza che i semi della pace in Asia possano ancora germogliare l’ha data il premier nipponico Jinichiro Koizumi: durante il recente summit a Jakarta dei paesi asiatici e africani ha presentato le scuse ai paesi che hanno patito a causa del Giappone, perché «sviluppare rapporti di amicizia è preferibile che aggravare i contrasti».
Cristina Sereni

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