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I tesori del cuore - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 01:33

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I tesori del cuore

Virginia Pishbin, Sassari / Napoli

Alla base di una vera crescita dell’umanità c’è il dialogo cuore a cuore, la sacralità della vita e il diritto di ogni persona di manifestare il proprio potenziale umano

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Alla base di una vera crescita dell’umanità c’è il dialogo cuore a cuore, la sacralità della vita e il diritto di ogni persona di manifestare il proprio potenziale umano

Sono nata in una famiglia multietnica e multireligiosa dove ho imparato l’apertura e il rispetto delle differenze. Mio padre musulmano, mia nonna cattolica e mia madre agnostica mi hanno insegnato che le diversità arricchiscono la vita. Questo mi ha permesso di “innamorarmi” a prima vista del Buddismo. A diciassette anni mio cugino, vedendomi lamentosa e rassegnata, mi chiese: «Ma vuoi essere felice?». Per la fiducia che riponevo in lui, perplessa ma incuriosita, acconsentii ad andare a una riunione buddista. Ricordo solo il suono di Nam-myoho-renge-kyo e il calore delle persone che mi trasmettevano il desiderio sincero di costruire la propria felicità. Dopo anni di pratica incostante, nel 2008 ho iniziato a recitare con più assiduità: questo si è rivelato un grande beneficio che mi ha permesso di affrontare la malattia improvvisa di mio padre che ha lottato tra la vita e la morte per settimane. Ho aumentato il Daimoku con l’obiettivo chiaro che sopravvivesse. Il tempo che mi restava tra le lezioni alla facoltà di Medicina e le visite a mio padre, lo passavo a cercare il medico migliore per lui. Pian piano il ritmo della mia rivoluzione umana mi ha portato a trasformare quell’attaccamento disperato al desiderio che mio padre continuasse a vivere: ho capito che la cosa importante era che lui fosse felice e decidesse di lottare per vivere. Sentivo che sostenere la sua vita voleva dire sostenere la mia stessa vita e ho deciso di ricevere il Gohonzon per approfondire la mia fede. Poco dopo baba (papà in persiano) è uscito dall’ospedale.
Grazie ad anni di “semina” e realizzazioni, cadendo e rialzandomi, nel 2014 mi sono laureata in Medicina, il “passaporto” per la tanto agognata indipendenza, il lavoro di guardia medica, e la gioia di poter sostenere anche concretamente la mia famiglia. Uniti in tante battaglie, con mia madre e mio padre, abbiamo condiviso anche il sostegno alla mostra Senzatomica del 2016 a Sassari, la mia città: hanno partecipato con me attivamente fino all’ultimo giorno, il 27 gennaio. L’ultima volta che vidi mio padre. Uscita dal lavoro, la voce del medico al telefono mi freddò, mi disse che mio padre se n’era andato. Seppur avvolta dal dolore e dallo shock non ho vacillato, mi sono infilata in auto e ho raggiunto mia madre. La scoperta di una solidità incrollabile dentro di me, totalmente incomprensibile visto il dolore straziante, mi ha stupito, ma ho ricollegato questa stranissima sensazione di conforto e sostegno a tutta l’attività per gli altri che avevo svolto negli anni. Ho potuto sperimentare quello che dice il Daishonin in un Gosho: «Il Buddismo insegna che la fragranza interna otterrà protezione esterna» (RSND, 1, 752). Il funerale è stato “pluriconfessionale”. In tanti sono venuti a rendere omaggio a mio padre per il suo impegno sociale e il suo rispetto per la vita. Nato in Iran, era un attivista per i diritti umani nel suo paese, benché esule per scelta da trentacinque anni. C’eravamo io e mia madre, che ogni tanto recita Daimoku, insieme alla comunità buddista, i compagni iraniani della resistenza venuti da tutta Italia, e gli amici cattolici e non, arrivati da diverse parti della Sardegna.

Volevo seguire le orme di baba nella sua lotta per la dignità della vita e, non a caso, a venti giorni dal funerale io e mia madre siamo partite per un congresso internazionale a Parigi sui diritti umani in Iran, dove inaspettatamente mi hanno chiesto di raccontare la mia esperienza di figlia di un combattente per la libertà, che onorava le donne della resistenza iraniana. In una lettera al maestro Ikeda, scrissi della decisione di non lasciarmi schiacciare dalla sofferenza del lutto che vivevo e della determinazione di agire per un Iran prospero e in pace, dove ogni donna possa decidere della propria vita e del proprio corpo. Poco dopo mi proposero di organizzare una conferenza a Sassari, sul massacro di trentamila prigionieri politici nel 1988 in Iran. La conferenza ha avuto il patrocinio dell’Università, il sostegno del Comune e la collaborazione di tanti amici che hanno abbracciato la causa. In questa occasione ho visto concretizzarsi quello che, da una parte il mio mae­stro Ikeda e dall’altra mio padre, con i loro esempi di uomini di pace, mi hanno insegnato: alla base di una vera crescita dell’umanità c’è il dialogo cuore a cuore, la sacralità della vita e il diritto di ogni persona di manifestare il proprio potenziale umano. In tutto questo marasma di sentimenti, mi è arrivata, ancora una volta inaspettatamente, e proprio alla scadenza dei termini, la notizia di aver vinto una borsa di studio di quattro anni per la specializzazione medica in Microbiologia all’Università di Napoli: non ci credevo, avevo sostenuto un esame, solo quattro mesi dopo la scomparsa di mio padre, studiando come e quando potevo, tra il lavoro e la scarsa concentrazione. Sono molto grata ai miei genitori e a tutti i compagni di fede per il sostegno che ci hanno dato: la mia casa non ha mai smesso di risuonare di Daimoku.
Non so dove mi porterà il futuro a Napoli: il mio lavoro di medico, una relazione di valore, il sostegno a tanti membri campani. So solamente che affronterò nuove sfide sempre partendo da questa potentissima lode alla vita che è Nam-myoho-­renge-kyo.

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