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Ho salvato due vite - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 01:26

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Ho salvato due vite

Maurizio Infantino, Roma

«Mentre recitavo Daimoku, mi vennero i brividi pensando che proprio io che avevo tanto offeso la mia vita con tentativi di suicidio, eccessi e altre cose, avevo avuto un compito tanto grande come quello di salvare una vita!»

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«Mentre recitavo Daimoku, mi vennero i brividi pensando che proprio io che avevo tanto offeso la mia vita con tentativi di suicidio, eccessi e altre cose, avevo avuto un compito tanto grande come quello di salvare una vita!»

Ho iniziato a praticare il Buddismo nel 1987 e la situazione della mia vita era la seguente: lavoravo in una cooperativa per l’assistenza agli anziani, pagato malissimo e raramente. Avevo una relazione sentimentale triste che era diventata l’unico motivo della mia vita, bevevo e prendevo tranquillanti dopo aver passato gli anni precedenti con l’anoressia prima e la bulimia poi. Inoltre fumavo 30-40 sigarette al giorno. Quando non litigavo con il mio partner passavo le giornate lamentandomi con gli amici che ancora mi sopportavano oppure a bere, sicuro che fosse l’unico modo per rendere accettabile la realtà.
In definitiva avevo una vita disastrosa; unica nota positiva era il lavoro sociale che avevo scelto poiché mi gratificava sentirmi utile agli altri. Quando mi parlarono di Nam-myoho-renge-kyo, iniziai quasi subito a recitare due ore di Daimoku al giorno e la mia vita ne risentì così fortemente che anche i dissapori che avevo con il mio compagno aumentarono e tutto precipitò, fino alla sera del suo compleanno dove, per una risposta brusca da parte sua, scattai violentemente, lo picchiai, ruppi alcune suppellettili e … tentai il suicidio come già avevo fatto altre volte. In quell’occasione dissi a mio padre della mia omosessualità che fino ad allora avevo rivelato solo a mia madre e ai miei amici. Mi venne consigliato di cercare un incoraggiamento nella fede e, anche se non capivo cosa significasse, parlai con un responsabile che mi colpì molto per la sua gentilezza e disponibilità. Da quel momento cambiarono molte cose: cominciai a sforzarmi molto, trovai il coraggio di lasciare quel lavoro che proprio non andava, (naturalmente la storia sentimentale era finita la sera del litigio), parlai a tante persone del Buddismo e mi dedicai alle attività nel gruppo.
Di lì a poco ricevetti il Go­honzon, una responsabilità di gruppo ed entrai nel gruppo soka-han. Nel frattempo tutti gli eccessi erano diminuiti. Decisi anche di trovare lavoro entro i successivi due mesi e lo trovai, sempre nel campo sociale ma in un buon contesto. Nei primi anni di pratica le relazioni non erano il mio forte: mi scontravo spesso con gli altri, soprattutto nell’attività, avevo tanti nuovi rapporti di amicizia anche se poche relazioni sentimentali.
Nel 1992 ebbi la grande occasione di incontrare il presidente Ikeda a Firenze. Io non volevo partecipare alla riunione, nonostante tutti mi spingessero a farlo, perché dicevo di non avere il culto della persona, ma ci andai. Quando sensei arrivò e cominciò a parlare, fui però colpito fortemente dal suo sguardo e dal suo sorriso, sentii tantissima umanità. Quando tornammo a Roma, sentivo che qualcosa era cambiato e cominciai a stare molto più a mio agio davanti al Gohonzon.
Dopo poco iniziarono cambiamenti evidenti nella mia vita: assunsi un incarico di responsabilità sul lavoro per una serie di inaspettate circostanze e iniziai una storia molto intensa con un ragazzo che praticava e, anche se finì dopo pochi mesi, segnò un nuovo inizio nelle relazioni sentimentali. In quel periodo mi dedicavo molto agli altri; recitavo tanto Daimoku e ciò mi dette la forza per riprendermi velocemente.
Nel 1994 decisi però di lasciare le responsabilità nell’attività buddista, dicendo che ero stufo dei tanti impegni che comportavano e contemporaneamente nacque una storia con un ragazzo. Iniziai a non frequentare più le riunioni di discussione e in breve, smisi quasi di praticare e la mia vita si “chiuse”. Dopo poco, tutta la mia vita ruotava intorno alla “relazione sentimentale” che, comunque, non andava affatto bene. Ero disperato. Ripresero gli eccessi con tranquillanti, alcool e sigarette, tutto sembrava tornato come prima di praticare, prendevo anche molti giorni di malattia al lavoro perché non riuscivo a rapportarmi con gli altri; la situazione precipitò e nell’aprile del 1996 lui se ne andò. Io reagii malissimo e feci anche un altro blando tentativo di suicidio.
Tornai a parlare con quella persona che mi aveva tanto incoraggiato: questa volta mi consigliò soprattutto di assumere la totale responsabilità delle situazioni in cui mi trovavo. Stavolta decisi di mettere in pratica tutto ciò che mi era stato detto. Ricominciai a frequentare le riunioni e a partecipare alle attività oltre che a recitare dalle tre alle sei ore di Daimoku al giorno. In breve tempo e con mia grande sorpresa smisi di prendere tranquillanti, fumare e bere, sentivo la sofferenza diminuire e poi sparire, lasciando spazio a una grandissima gioia di vivere mai provata prima nella vita.
Finalmente tutto quello che leggevo negli scritti del Daishonin, nei discorsi di Ikeda, lo sentivo anche dentro di me! Leggevo tanti Gosho e quello che più mi colpiva era Felicità in questo mondo: «Non permettere mai che le avversità della vita ti preoccupino. Dopotutto nessuno può evitare i problemi, nemmeno i santi o i saggi […] Soffri per quel che c’è da soffrire e gioisci per quel che c’è da gioire. Considera entrambe, sofferenza e gioia, come fatti della vita e continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo qualunque cosa accada» (SND, 4, 157).
In quel periodo accadde un altro episodio fondamentale per la mia fede e la mia vita. Un pomeriggio avevo appuntamento con una mia amica a casa sua; quando arrivai alla porta di casa suonai a lungo per farmi aprire e mi resi subito conto che stava molto male e aveva bevuto. Riuscii a farle confessare di avere preso tanti tranquillanti e la portai immediatamente in ospedale. Durante tutto il viaggio recitavo Daimoku. Quando arrivammo in ospedale mi dissero che era in coma, recitai Gongyo e avvisai più amici possibile perché recitassero Daimoku per lei e dovetti avvisare io anche la figlia; tornato a casa, sentivo dentro di me che ce l’avrebbe fatta. Il giorno seguente si risvegliò, mi dissero che sarebbe bastato un ritardo nel soccorrerla e la situazione sarebbe precipitata: oggi sta benissimo ed è anche responsabile di un settore. Subito dopo questo episodio, mentre recitavo Daimoku, mi vennero i brividi pensando che proprio io che avevo tanto offeso la mia vita con tentativi di suicidio, eccessi e altre cose, avevo avuto un compito tanto grande come quello di salvare una vita! Era come restituire qualcosa, pareggiare un conto.
Grazie a quel periodo e a quell’episodio tutto è cambiato, ho avuto varie vicissitudini e periodi alterni ma non ho più perso la speranza e la fiducia. Nel 1998 durante un corso a Trets ho raccontato la mia esperienza, tuttora mi capita di incontrare persone che mi ringraziano per questo e io ogni volta mi stupisco, però ho capito che kosen-rufu sta nel dimostrare alle persone un reale e forte cambiamento. Ho cambiato più volte tipo di lavoro sempre nella stessa cooperativa migliorando sia qualitativamente che economicamente.
Nel 1999 ho conosciuto Stefano al di fuori dell’attività buddista per poi scoprire che anche lui praticava. Siamo insieme da più di cinque anni, nel 2000 lui ha ricevuto il Gohonzon e sta rivoluzionando completamente la sua vita. Con lui per la prima volta sto progettando e costruendo un futuro insieme sulla base di kosen-rufu, dimostrando che il Buddismo considera la diversità un valore, come era nei miei primi e più profondi desideri. Inoltre ho superato il limite della durata dei due anni nelle relazioni!
Nel 2000 ho deciso di agire per migliorare la mia situazione lavorativa e, dopo molto Daimoku, ho partecipato a una selezione per un corso di educatore professionale anche se con una certa perplessità, dato l’obbligo di frequenza e la durata del corso (tre anni); alla selezione sono arrivato in maniera rocambolesca, quasi “guidato” dal Gohonzon, l’ho superata come pure tutti gli esami con ottimi voti! Così a quarantacinque anni mi ritrovo a essere uno studente-lavoratore con grande soddisfazione dei miei genitori che ebbero una grande delusione quando, da giovane, lasciai l’università; ho una vita attivissima e piena di aspettative per il futuro, cosa che non avrei nemmeno immaginato a vent’anni, quando mi sembrava finita e senza speranze.
Negli ultimi anni ho sentito maggiormente l’importanza della responsabilità nell’attività buddista e di superare tutte le difficoltà che ho spesso avuto nell’organizzazione, pur mantenendo uno spirito critico personale; faccio attività con il desiderio che le persone capiscano l’importanza del Buddismo e della nostra associazione. Questi ultimi due anni sono stati di grande rivoluzione, ho realizzato il sogno di tornare ad abitare a Monte Mario in una casa spaziosa e confortevole a condizioni economiche quasi incredibili per Roma; ho trasformato anche la mia situazione professionale e, dopo diverse proposte di lavoro, ne ho accettata una come educatore professionale per i minori a rischio di devianza e una come mediatore sociale, iniziando così, dopo ventidue anni nell’assistenza agli anziani, un percorso professionale totalmente nuovo.
Ogni volta che qualcuno mi chiede cosa mi ha dato il Buddismo in tutti questi anni rispondo: «Soprattutto la felicità di vivere, di essere al mondo, di apprezzare la vita in ogni suo aspetto, di amarla comunque ogni giorno che ho la fortuna di esserci». Ringrazio di cuore tutti i compagni di fede che mi hanno sostenuto.

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