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Guerra o pace, un dilemma risolto - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 01:27

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    Guerra o pace, un dilemma risolto

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    Ho conosciuto il Buddismo a quindici anni, nel 1986. Nonostante la pratica buddista, nella mia adolescenza provavo un’irrefrenabile attrazione verso tutto ciò che era militare. I tipi di arma più avanzati mi affascinavano incredibilmente. A sedici anni iniziai il mio lungo percorso nelle arti marziali; a diciassette, in occasione della visita di leva, feci domanda per entrare nel corpo dei paracadutisti; a diciotto partecipai alla selezione per entrare nell’accademia aereonautica e diventare pilota di caccia. Dopo avere superato le prove psicoattitudinali e diversi test, fui scartato perché non avevo raccomandazioni.
    Non ebbi occasioni concrete di riflettere sul problema della guerra fino allo scoppio della prima guerra del Golfo, nel gennaio del 1991. In quell’occasione, la passione per le cose militari, unita alla sofferenza di vedere il Kuwait invaso dal despota del paese vicino mi portarono a nutrire un unico pensiero: «Annientate l’Iraq». Ma questo mio pensiero istintivo cominciò a scontrarsi con un altro pensiero diametralmente opposto che era dentro di me da tanti anni ma solo allora stava prendendo forma. Ero un accanito lettore degli scritti del presidente Ikeda, in particolar modo dalla Rivoluzione umana. «Niente è più barbaro della guerra. Niente è più crudele. Eppure la guerra non cessava. Niente suscita una pietà maggiore di un’intera nazione travolta dalla stupidità delle persone». Queste parole pronunciate dal presidente Toda, con le quali si apre il primo volume del romanzo, da tempo mi erano rimaste impresse ma in quel momento sentii che non erano soltanto prosa romanzesca che riscalda il cuore e suscita emozioni ma vita vissuta, di un maestro, Josei Toda, e del suo discepolo, Daisaku Ikeda. Quelle parole erano diventate qualcosa di attuale, applicabile nel mio mondo e nel mio tempo e che si scontravano con la mia naturale propensione a ritenere legittima la guerra.
    Le parole di Ikeda sul punto di vista buddista rispetto ai conflitti mi provocavano un’intensa rabbia: «Perché la pensa così, la mia mente razionale e i miei ragionamenti basati sulla logica vanno in tutt’altra direzione!». La posizione della persona che avevo scelto come maestro di vita era agli antipodi rispetto alla mia. Ma la sofferenza che provavo sposando l’ideale della vendetta e della repressione armata mi portavano a dubitare della correttezza delle mie vedute. Mille riflessioni mi assillavano e una in particolare: che in questo caso, come in tante altre guide di Ikeda ci fosse qualcosa di più di un mero sentimento o ideale. Una chiave di “lettura” dei fatti, frutto della sua profondità di fede ed esperienza di pratica che io non ero in grado di cogliere. Questo dilemma interiore mi procurava un pesante disagio a volte quasi fisico. Fu così che decisi di affrontare e risolvere la questione. Decisi di capire con la mente e comprendere con il cuore.
    La prima cosa da fare era studiare: storia, sociologia e i principi buddisti, ma anche recitare Daimoku per elevare lo stato vitale e sviluppare saggezza. E impegnarmi nella mia specifica attività buddista, quella di proteggere i membri come sokahan.
    Il conflitto nel Golfo terminò e con esso, momentaneamente, i miei turbamenti. I pacifisti riposero le bandiere e tornarono alla vita di tutti i giorni, ma la ricerca che avevo intrapreso continuava silenziosa dentro di me. Il fatto di collaborare come progettista con un’azienda che si occupa anche di progettare dispositivi bellici mi costringeva spesso a riflettere sulla mia posizione. Passano gli anni, le conoscenze si approfondiscono, le esperienze di pratica buddista si accumulano ma ancora i due modi di pensare si danno battaglia dentro di me, in certi periodi prevale l’uno, in altri il suo opposto, procurandomi ogni volta disagio e sofferenza.
    E veniamo agli eventi dei nostri giorni. Un’ennesima occasione di rinfocolare l’annoso dilemma. E invece c’è stato un cambiamento. Come se, in questi anni, qualcosa dentro di me avesse continuato a lavorare e, più si minacciava una nuova guerra con le sue mille giustificazioni, più nella mia vita si delineava la convinzione assoluta che i conflitti, qualunque siano i motivi che li scatenano generano solo sofferenza, instabilità, un mondo ancor meno sicuro. Adesso il mio pensiero non è più «Annientate l’Iraq». Penso invece che la guerra pianti i semi di una futura guerra, non è pensabile che sia diversamente, la storia umana è lì a insegnarcelo, ma questa è una lezione che l’uomo si ostina a non capire. A maggior ragione oggi, nell’era della globalizzazione, esistono molti altri modi per risolvere le controversie internazionali. La guerra pianta i semi dell’odio nei cuori delle persone, creando una miscela che esplode non appena viene innescata dalla scintilla di un sanguinario dittatore o da quella generata ad arte da una congrega di personaggi dediti a soddisfare i loro interessi.
    Adesso sono libero dal dubbio e la sofferenza che porto dentro è solo quella causata dall’assistere al dramma di chi da una parte abbraccia un fucile costruendo la propria condanna e chi dall’altra ne riceve le pallottole scontando la propria.
    Questo adesso è una nuova fonte di energie per impegnarmi ancora più fortemente alla costruzione di un mondo diverso. A partire da me. Dalla mia capacità di dialogare e rispettare veramente tutti.

     

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