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Focus: il lavoro - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 01:05

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Focus: il lavoro

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Il Buddismo insegna che ognuno di noi ha una missione unica che nessun altro può realizzare. Nella società attuale, che attraversa continue crisi economiche, guardiamo il lavoro più come un problema che come un’occasione per compiere la nostra missione e contribuire al miglioramento della società. Il presidente Ikeda scrive: «Il lavoro ci dà la possibilità di mettere continuamente alla prova la nostra creatività e il nostro ingegno. […] Il successo nel lavoro si ottiene raccogliendo tutto il coraggio, la saggezza, la sincerità e la perseveranza proprio là dove siamo, guadagnandoci la fiducia degli altri e diventando individui indispensabili. Non dobbiamo scoraggiarci o perdere la speranza» (NR, 392, 4). La realtà della vita è spesso diversa da come la vorremmo: alcuni di noi potrebbero avere difficoltà nel trovare lavoro, altri problemi relazionali con i colleghi o i superiori, per i giovani è inoltre spesso difficile capire cosa fare “da grandi”. In queste pagine presentiamo alcuni spunti sul tema del lavoro: un’intervista al direttore generale Tamotsu Nakajima, tre esperienze e alcuni estratti di Josei Toda e Daisaku Ikeda che ci incoraggiano a trasformare qualsiasi situazione in valore, con la convinzione che, come Ikeda scrive: «La rivoluzione umana di un singolo individuo contribuirà al cambiamento nel destino di una nazione e condurrà infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità» (Prefazione RU, IV).

Rispetta il tuo lavoro

Presentiamo un estratto da un saggio di Josei Toda del 1 dicembre 1955, già pubblicato sul primo numero del Nuovo Rinascimento nel febbraio del 1982

È impossibile che la vostra fede sincera manchi di portare grandi benefici. Tuttavia, se non fate del vostro meglio nel lavoro, non potete aspettarvi di avere successo. Non c’è niente di peggio che pensare che la vostra fede nel Gohonzon sia sufficiente a ottenere benefici e successo nel lavoro senza impegnarvi e fare seri sforzi.
Mi appello a voi: «Fate tutto il possibile per riuscire nel vostro lavoro». Il Gosho Risposta a un credente afferma: «Considera il servizio al tuo signore come la pratica del Sutra del Loto. Questo è il significato di “Nessuna cosa che riguardi la vita o il lavoro contrasta in alcun modo con la vera realtà”» (RSND, 1, 804). Il “servizio al tuo signore” è il vostro lavoro e il Sutra del Loto indica il Gohonzon. Questo brano ci insegna a rispettare il nostro lavoro così come rispettiamo il Gohonzon. […] Inoltre, coloro che non sono fieri del loro lavoro è come se non provassero gioia nella fede. Per quanto Daimoku recitino, non avranno mai successo.
“Nessuna cosa che riguardi la vita o il lavoro” indica il vostro impiego e la “realtà fondamentale” indica il Gohonzon. Il Daishonin sta dicendo che il vostro lavoro e il Gohonzon sono aspetti della stessa realtà. Una volta compreso questo, com’è possibile che trascuriate il vostro lavoro? Rifletteteci bene. […] Dovete rispettare il vostro lavoro, avere un’ampia visuale ed esercitare il tipo di sforzo che vi condurrà al successo. È importante essere determinati a riuscire nel proprio lavoro e gioirne, adempiendo completamente alle proprie responsabilità.
[…] Desidero non solo che leggiate questo Gosho comprendendo il significato. Desidero che lo viviate. […] Voglio che siate abbastanza forti da cambiare atteggiamento verso il lavoro e mostrare alle persone intorno il vostro miglioramento. Lasciatemi sottolineare di nuovo le parole del Daishonin: «Considera il servizio al tuo signore come la pratica del Sutra del Loto». È importante che i membri della Gakkai nutrano per il lavoro lo stesso profondo rispetto che hanno per il Gohonzon. In questo modo possono comprendere il volere del Budda e cogliere l’essenza della fede. Quando vi sfidate con questo spirito, senza mai indietreggiare nella fede, sarete protetti costantemente, senza alcun dubbio.
Amici miei, abbiate successo nella vita, con un atteggiamento degno dei membri della Soka Gakkai!

Incoraggiamenti di Daisaku Ikeda

Josei Toda incoraggiò calorosamente un membro che aveva dei problemi sul lavoro: «Perdere il lavoro, o avere sofferenze legate alla sfera professionale, è estremamente doloroso e logorante. Ma quando questi problemi si manifestano, li devi considerare come delle occasioni per vincere attraverso la fede buddista. La tua vera battaglia comincia adesso. Potrai sicuramente ottenere risultati inaspettati che riconoscerai come autentici benefici della fede». […] Lo spirito della SGI di maestro e discepolo significa per ogni individuo essere un campione di pace che contribuisce alla società come buon cittadino, come sottolinea la carta della SGI: mettere in pratica gli insegnamenti buddisti nella società e impegnarsi con lo spirito combattivo del Buddismo è la pratica fondamentale.
Il nostro lavoro e la nostra vita, così come sono, rappresentano il palcoscenico principale della rivoluzione umana che realizziamo attraverso ogni singolo sforzo per kosen-rufu. Affrontiamo quindi anche oggi, una dopo l’altra, con gioia e con coraggio, le sfide che ci attendono! (NR, 497, 5)

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In passato ho avuto modo di parlare con un celebre artista che diceva: «Adesso le mie opere hanno successo ma, se non dovessero più averne, sarei disposto a lavorare persino tirando avanti un risciò pur di mantenere mia moglie e mio figlio”. Questa ferma determinazione è molto importante. A ogni modo la cosa fondamentale è pregare con determinazione pensando: “Voglio trovare un lavoro affinché io possa adempiere alla mia missione di kosen-rufu. Voglio aprire la strada!”. Le preghiere finalizzate a kosen-rufu sono le preghiere dei Budda e dei Bodhisattva. Una preghiera così risoluta è capace di smuovere l’universo». (NR, 573, 24)

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Qualunque sia il vostro lavoro non siate passivi ma agite con lo spirito di una persona che ha un ruolo attivo e di responsabilità. Sarà una lotta impegnativa ma appagante. Davvero, niente è più entusiasmante che migliorarsi grazie al proprio lavoro. Considerare un lavoro solo come un mezzo per guadagnarsi la vita è uno spreco di possibilità. (BS, 155, 56)

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Affrontare con il Daimoku

intervista a Tamotsu Nakajima

Ci puoi raccontare come hai trovato lavoro quando hai iniziato a lavorare in Italia?

Ho deciso di affidarmi completamente al Gohonzon. Facevo già attività, quindi ho aumentato il Daimoku. Erano gli anni Settanta, avevo finito l’Accademia, volevo rimanere in Italia senza dover pesare economicamente sui miei genitori. Senz’altro desideravo risolvere, ma come straniero mi sembrava davvero impossibile trovare un lavoro. Lottavo interiormente e recitavo sempre più Daimoku.
Dopo due mesi mi hanno offerto un lavoro come insegnante di judo. Inoltre, per poter partecipare a un corso in Giappone avevo bisogno di più soldi, perciò ho aumentato ancora il Daimoku e dopo qualche settimana mi hanno proposto di lavorare anche come aiuto scenografo. Con queste esperienze ho veramente sentito quanto funziona Nam-myoho-renge-kyo! Prima lo dicevo agli altri, ma non lo avevo mai sperimentato così. Ho imparato inoltre che tutto ciò che si è fatto in passato, qualunque sforzo tornerà utile. Quando ci sembra che una cosa sia impossibile, che tutte le strade siano chiuse, dobbiamo affrontare la situazione con il Daimoku decidendo di aprire la nostra vita per poter creare un cambiamento. Dal punto di vista del Buddismo, più difficile è la situazione meglio è, perché il fatto di poter contare solo sulla fede ci permette di risolvere prima. Quando siamo senza lavoro è naturale che venga fuori la tendenza a lamentarci, ma dovremmo utilizzare questa occasione per accumulare fortuna facendo più Daimoku.
Nel Gosho di Capodanno il Daishonin afferma: «La sfortuna viene dalla bocca e ci rovina, la fortuna viene dal cuore e ci fa onore […] Coloro che credono nel Sutra del Loto attireranno la fortuna da diecimila miglia lontano» (RSND, 1, 1008): “diecimila miglia lontano” significa che non immaginiamo neppure quanta ne possiamo accumulare! Per me è stato fondamentale pregare e agire per la felicità degli altri, e fare tanto shakubuku… del resto ero venuto in Italia per propagare il Buddismo!
Che si tratti di risolvere un problema di lavoro, di malattia o di relazione, l’importante è trasformare il proprio karma. Qual è la causa della situazione che sto vivendo? Cosa posso fare? L’unica via per accumulare buona fortuna è la fede nella Legge mistica, non c’è altro modo. Come è scritto nel Gosho: «Quando una persona ha esaurito la propria fortuna, qualsiasi strategia sarà inutile» (RSND, 1, 888).

Per trasformare la nostra vita è dunque indispensabile accumulare fortuna?

La buona fortuna è la sorgente della felicità. L’acqua di una sorgente non finisce mai di sgorgare. Se hai buona fortuna naturalmente la tua vita prospera in ogni aspetto e scorre verso la felicità.
In questa società caotica dell’Ultimo giorno della Legge la fortuna delle persone tende a esaurirsi, è veramente difficile andare avanti: per accumulare fortuna l’unica via è fare attività e pregare seriamente, con tutte le forze. Aver incontrato il Gohonzon è la massima fortuna: quando siamo convinti di questo, non ci arrendiamo di fronte ad alcuna difficoltà. Quando ci attiviamo per la felicità delle persone, ad esempio per i membri del gruppo, e quindi recitiamo Daimoku e facciamo qualcosa per ognuno di loro, con questo tipo di azione adempiamo alla nostra missione e creiamo buona fortuna.
L’ideogramma giapponese per “missione” è shimei, letteralmente “utilizzare la vita”. Per poter “utilizzare la vita” bisogna avere la consapevolezza del motivo per cui siamo nati. La nostra missione è realizzare kosen-rufu, il grande desiderio del Budda: creare la pace e la felicità per tutti. Niente è più importante di questo. Quando decidiamo di contribuire a kosen-rufu insieme al nostro maestro e ai compagni di fede, dalla nostra vita sgorgano forza e saggezza.
Anche rispetto alla relazione con il maestro, come discepoli cosa stiamo facendo? La non dualità di maestro e discepolo non è nelle parole, sta nella decisione personale e nelle azioni che compiamo.
Quando affrontiamo una sfida, non dovremmo cercare la soluzione all’esterno ma “sotto i nostri piedi”. Io cosa voglio fare, come voglio comportarmi in famiglia? Con quale atteggiamento porto avanti il mio lavoro? Ciò che conta è il rispetto che abbiamo per il nostro lavoro, per le persone e il nostro senso di responsabilità verso la società.
Nel Gosho Risposta a un credente Nichiren afferma: «Così come stai vivendo, tu pratichi il Sutra del Loto ventiquattro ore al giorno: splendido! Considera il servizio al tuo signore come la pratica del Sutra del Loto. Questo è il significato di “nessuna cosa che riguarda la vita o il lavoro contrasta in alcun modo con la vera realtà”. Spero che rifletterai a fondo sul significato di questa frase» (RSND, 1, 804).
A questo proposito il presidente Ikeda scrive: «Qualunque sia il vostro lavoro o la vostra posizione, è molto importante che continuiate a recitare Daimoku per aumentare la saggezza e riuscire a fare del vostro meglio per creare valore e felicità nella società. Tutti i vostri sforzi sono parte della pratica di accumulare i “tesori del cuore”. Il lavoro e la pratica buddista non sono due cose separate. Piuttosto, la pratica e le attività della Soka Gakkai hanno il potere di rendere il vostro lavoro significativo e di valore» (BS, 155, 54).

Alcune persone lavorano così tanto che diventa difficile per loro partecipare all’attività. Come possiamo incoraggiarle?

Ogni caso è diverso, bisogna comprendere bene ogni situazione; tuttavia solo attraverso la fede possiamo cambiare le nostre condizioni di vita, perciò bisogna incoraggiare le persone in questa direzione. Prima di tutto è necessario fare Gongyo e Daimoku costantemente, con la consapevolezza che quella è l’unica occasione per realizzare la “fusione” tra noi e il Gohonzon e manifestare la Buddità.
È importante inoltre fare di tutto per partecipare agli zadankai. Il punto cruciale è l’intenzione, il desiderio di partecipare nonostante le difficoltà. Praticando soltanto per noi stessi, fuori dall’organizzazione, non possiamo accumulare buona fortuna. In un certo senso nessuno può aiutarci, solo noi possiamo trasformare il nostro karma attraverso la fede. Facciamo in modo che ognuno decida di affrontare le sfide della vita tirando fuori una profonda convinzione.
Possiamo sostenere le persone che non riescono a partecipare alle attività andandole a trovare, portando loro le nostre riviste; così, coinvolgendole, tenendole informate, possiamo far sì che rimangano collegate alle attività della Gakkai. Se non sanno nulla di ciò che sta accadendo non sentiranno il desiderio di partecipare. La nostra organizzazione esiste per approfondire la fede, per la felicità di ogni persona. Sensei scrive: «Anche se siete troppo impegnati per partecipare alle attività o per recitare tutto il Daimoku che vorreste, è comunque importante che restiate in contatto con i vostri compagni di fede. Saranno per voi una fonte di incoraggiamento e sostegno» (BS, 155, 54).

E se il lavoro che stiamo facendo non corrisponde ai nostri desideri?

Il presidente Ikeda ci incoraggia sempre a mantenere i nostri sogni e intanto a sforzarci di migliorare là dove siamo. Se non continuiamo a migliorarci, come possiamo trovare un lavoro migliore?
Quando continuiamo a impegnarci fino in fondo, oltre i nostri limiti, quella perseveranza è ciò che ci permette di migliorare. Ognuno dovrebbe utilizzare il Daimoku e l’attività buddista per fare la propria rivoluzione umana: se rimaniamo uguali a ieri non possiamo aiutare nessuno.
Il presidente Ikeda afferma che la cosa più importante è diventare persone indispensabili, in qualsiasi posto ci si trovi. Citando il suo maestro Josei Toda, sensei scrive: «Invece di lamentarvi di fare un lavoro diverso da quello che avreste voluto, diventate persone insostituibili lì dove siete. Questo è il modo per aprire la strada che vi permetterà di offrire il vostro contributo alla società. Infine, quando approderete al vostro ideale e vi guarderete indietro, potrete vedere che i vostri sforzi passati sono diventati un prezioso patrimonio. Toda pensava che proprio questo è uno dei più grandi benefici della Legge mistica» (D. Ikeda, Scuola e lavoro, esperia, pag. 73).

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Cambiare dentro per trasformare fuori

Ero senza lavoro, senza stipendio e mancavano sei giorni alla scadenza della rata del mutuo. Non mi sono persa d’animo. Non era la prima volta che mi trovavo al top e poi all’improvviso tutto crollava. Capii che ero io che dovevo cambiare

di Graziella Giangiulio, Roma

Il 14 marzo 2011 come tutti i giorni vado in ufficio e scopro che l’editore per cui lavoro ha chiuso la redazione ed è sparito. Non aveva più soldi e licenziarci tutti avrebbe comportato gravi oneri economici. Ero senza lavoro, senza stipendio e mancavano sei giorni alla scadenza della rata del mutuo. Non mi sono persa d’animo. Non era la prima volta che mi trovavo al top e poi all’improvviso tutto crollava. Capii che ero io che dovevo cambiare.
In quel periodo ricevetti varie proposte, ma tutte presentavano lo stesso allettante inganno: sembravano buone opportunità ma in fondo erano tutte ambigue. Così chiesi un consiglio nella fede. Mi dissero di occuparmi delle persone del mio gruppo. Mi sembrava una follia, ma poi decisi di cominciare proprio da lì. Facevo più Daimoku che potevo, studiavo il Gosho, cercavo di incoraggiare le persone nonostante la mia naturale riservatezza. In pochi mesi il gruppo Alba è cresciuto. Sono consapevole che il mio impegno quotidiano nel gruppo mi ha permesso di accumulare fortuna perché nel frattempo riuscii a trovare i soldi per pagare la rata del mutuo. Eppure qualcosa ancora strideva.
A ottobre durante un’attività con i membri europei, una praticante della Polonia mi disse: «Cerca di sentire la gioia nella responsabilità, non il dovere». Questo incoraggiamento mi aiutò tantissimo. Ancora una volta dovevo cambiare io. Ho iniziato a praticare con lo scopo che nel gruppo le persone desiderassero ricevere il Gohonzon, e per trovare un lavoro che mi piacesse e fosse “per kosen-rufu“. Ho ricominciato a chiamare le persone, ad andarle a trovare e soprattutto a desiderare la loro felicità. Poco dopo mi è venuta l’idea di dare vita a una società di giornalisti e analisti per fornire servizi d’informazione alle imprese che vogliono investire all’estero. Più m’impegnavo più il rapporto col mio corresponsabile, con il quale non c’era una profonda unità, migliorava, e col tempo è nata una vera amicizia; nel frattempo il gruppo Alba cresceva e abbiamo avuto riunioni che contavano anche venti persone.
La mia società è nata nel febbraio 2012: tra i suoi obiettivi, produrre servizi giornalistici di qualità che ci permettessero di differenziarci. Appena iniziammo a lavorare una persona ci fece ingiustamente causa al tribunale del lavoro chiedendoci 30.000 euro. Questa volta non ebbi paura. Leggendo il Gosho che dice: «Se vi preoccupate anche solo un po’ della vostra sicurezza personale, dovreste prima di tutto pregare per l’ordine e la tranquillità in tutti e quattro i quadranti del paese» (RSND, 1, 6), ho pregato per trasformare l’ingiustizia che stavo subendo e far emergere nel mio quartiere dei Bodhisattva della Terra. Dicevo a me stessa che per cambiare la società bisogna cominciare dalle persone.
Il 2013 e il 2014 sono stati anni con molti problemi economici, ma con una grande gioia nell’attività. Ho visto le persone del gruppo fiorire e finalmente ho compreso cosa significa provare gioia nella responsabilità: ero felice nel vedere le persone fare esperienze, rafforzare la fede, sostenersi, realizzare. Nel 2014 la mia società ha pubblicato due libri e si è specializzata nello studio dei fenomeni terroristici e nell’analisi delle aree a rischio di guerra.
L’anno scorso è arrivata l’occasione attesa da anni: un servizio giornalistico importante. Partiamo per la Giordania per fare una ventina di interviste alle famiglie dei rifugiati siriani. Per undici giorni viviamo con loro, ascoltiamo le loro storie, condividiamo pezzi di vita. Da questa esperienza nasce un nuovo libro. In quei giorni ho capito cosa intendeva Toda quando diceva che nulla è più crudele della guerra. In volo verso l’Italia ho promesso a sensei che non avrei mai più trascurato di parlare alle persone del Buddismo. Finalmente mi era chiaro che possiamo cambiare le sofferenze dell’umanità solo con lo shakubuku e che è urgente vincere per la pace.
Di recente abbiamo realizzato due documentari: uno proiettato su una rete televisiva nazionale e l’altro, presentato alla Camera dei Deputati il 17 febbraio, andrà in onda entro l’estate. A marzo una donna che abita nella stessa via dove teniamo gli zadankai, ha ricevuto il Gohonzon. Lo stesso giorno l’avvocato mi ha comunicato che il giudice del lavoro ha rigettato i presupposti per la causa contro la mia società. Sensei scrive: «Quando ci risvegliamo al fatto […] che noi stessi siamo tesori preziosi […] allora emerge un’incrollabile sicurezza e una gratitudine senza limiti» (BS, 174, 42). Tutto ciò che ho realizzato finora lo devo all’attività per gli altri, in primis al gruppo Alba che dal 2011 si è arricchito di dodici persone che hanno ricevuto il Gohonzon. Il mio grande impegno oggi, nella vita e nel lavoro, è non avere più nessun tipo di pregiudizio e affrontare ogni conflitto chiedendomi sempre cosa farebbe il mio maestro al posto mio.

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Vincere con la fede

Massimo, che ha perso il lavoro dopo 25 anni, ha compreso che «l’atteggiamento corretto davanti al Gohonzon non è quello di chiedere qualcosa, ma di fare la propria rivoluzione umana, di trasformare il karma portando alla luce la Buddità e sconfiggendo l’oscurità»

di Massimo Camazi, Ferrara

Ho conosciuto il Buddismo nel 1990; il mio primo obiettivo era trovare un lavoro che mi desse una stabilità economica, cosa che si realizzò dopo pochi mesi. Ero area manager nel settore commerciale. Fino al 2014 ho sempre migliorato la mia posizione lavorativo-economica cambiando parecchie aziende, senza smettere di lavorare un solo giorno. Ho attraversato momenti bui, ma ho sempre tenuto il Gohonzon al centro della mia vita. A dicembre 2014 – sulla soglia dei cinquant’anni – l’azienda per cui lavoro mi “invita” a lasciare il posto per un ridimensionamento aziendale. Dopo venticinque anni entro nelle liste di mobilità che una volta finita porta alla disoccupazione. Tuttavia, certo della mia professionalità, inizio un percorso di ricollocamento professionale presso uno studio specializzato. Questa situazione comunque mi fa stare male, a volte mi sembra d’impazzire ma determino di attivare il potere della fede e della pratica. Decido anche di migliorare l’inglese, particolarmente utile nel mio settore, pensando di rivolgermi anche ai mercati esteri, e aumento l’offerta per kosen- rufu. Le mie giornate iniziano all’alba con due ore di Daimoku, poi full immersion d’inglese e nel pomeriggio percorso di ricollocamento. Procedo così con l’obiettivo di risolvere entro marzo. È un periodo intenso di lotta in cui rimpiango il mio impiego e mi rendo conto che a questa età trovare un lavoro è più faticoso che lavorare.
Decido che non mi lamenterò più. A marzo, nonostante i miei sforzi, non succede niente. Lascio il corso di ricollocamento e decido di andare a Malta per migliorare l’inglese. Lì cerco subito dei membri e faccio attività con loro, riesco a portare un mio compagno di corso a una riunione e parlo di Buddismo a un’altra persona. Torno a Ferrara a giugno con mille promesse e nulla ancora in tasca. Mi butto nell’attività della Divisione uomini approfondendo le relazioni personali e incoraggiando tutti a realizzare i loro obiettivi. Il Daishonin afferma: «La potente spada del Sutra del Loto deve essere brandita da un coraggioso nella fede» (RSND, 1, 365) e che tutte le preghiere otterranno risposta. Mi chiedo come mai la mia non arrivi,. Una riunione della Divisione uomini a Bologna mi chiarisce il concetto di preghiera: l’atteggiamento corretto davanti al Gohonzon non è quello di chiedere qualcosa, ma di fare la propria rivoluzione umana, di trasformare il karma portando alla luce la Buddità e sconfiggendo l’oscurità fondamentale. A livello teorico lo sapevo, ma ora era arrivato il momento di farlo con tutto me stesso impegnandomi per realizzare il voto di kosen-rufu e il desiderio del maestro. A luglio aumento il Daimoku, i colloqui di lavoro, vado a trovare quante più persone possibile, studio ancora di più il Buddismo. Ad agosto le aziende e gli uffici sono chiusi quindi non mi rimane che dedicarmi alla strategia del Sutra del Loto: Daimoku, Daimoku e ancora Daimoku. Sento di aver vinto sulla paura di non farcela: ora sono sicuro di realizzare, devo solo attendere che la soluzione si manifesti. A ottobre mi chiama un’azienda che ha ricevuto il mio curriculum, poi un’altra e un’altra ancora. Recitando Daimoku decido tre cose: sostenere ogni persona con problemi lavorativi, parlare di Buddismo a due persone in particolare, dedicarmi con tutto il cuore a kosen-rufu. Lo scorso novembre ho firmato il contratto con un’azienda che mi dà la possibilità di mettere a frutto i miei vencinque anni di esperienza professionale. Ho vinto con la fede, con il Gohonzon. Con questa chiarezza nel cuore regalo due libri sul Buddismo, uno alla psicologa dell’ufficio di ricollocamento, il secondo al responsabile del personale che mi aveva licenziato. E gli racconto il mio percorso. Prima della fine del 2015 accompagno due shakubuku a ricevere il Gohonzon e un mio collaboratore seriamente malato inizia a recitare Nam-myoho-renge-kyo. Sono così felice che decido di fare un’offerta per kosen-rufu in segno di gratitudine.
In questi ultimi mesi ho pregato così profondamente come mai avevo fatto negli anni precedenti. Ho inciso nel cuore le parole di Ikeda di mirare a venti anni di pratica e, ora che li ho raggiunti, ho l’obiettivo di arrivare ai prossimi venti, con una consapevolezza diversa e lo spirito del maestro nel cuore.

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A scuola di dialogo

Avevo iniziato a dedicarmi intensamente all’attività soka-han e a luglio presi l’abilitazione all’insegnamento. Mentre emergevano le mie insicurezze e paure, fui incoraggiato a non arrendermi, ma a dedicarmi agli altri e a considerare la mia missione da una prospettiva più ampia

di Salvo Santoddì, Caltagirone (CT)

Quando ho iniziato a praticare non avrei mai pensato di fare l’insegnante.
Ho ricevuto il Gohonzon nel 2003. In quel periodo ogni sfida superata mi ha consentito di sviluppare una grande forza vitale tanto che, nonostante le molte difficoltà, sono riuscito a concludere brillantemente l’Accademia di Belle Arti. Due anni dopo partecipai a un corso buddista in cui mi sembrava che tutti facessero il massimo per contribuire, mentre io avevo la sensazione di essere un ospite. Mi colpiva la vitalità dei giovani, al cui confronto mi sentivo vecchio anche se avevo solo ventisette anni. Una persona che praticava da tempo mi consigliò di studiare il Diario giovanile di Ikeda e di fare il soka-han (l’attività di protezione ai Centri culturali).
Quello stesso anno m’iscrissi al biennio specialistico a indirizzo didattico, cosa molto strana per me, visto che volevo fare l’artista. È stata una scelta basata sul Daimoku, senza sapere bene perché la stessi facendo. Sicuramente c’era anche l’idea di crearmi un’opportunità lavorativa futura, comunque il disagio legato a questa scelta ha rafforzato il mio spirito di ricerca. Mi sono appassionato alla vita di sensei cercando di capire cosa intendesse quando diceva di dedicare tutto se stesso alla felicità degli esseri umani. Non si lamentava mai, rilanciava sempre, le sue parole avevano una forza vigorosa che mi spronava.
Il 2007 è stato l’anno della svolta: avevo iniziato a dedicarmi intensamente all’attività soka-han e a luglio presi l’abilitazione all’insegnamento. Mentre emergevano le mie insicurezze e paure, fui incoraggiato a non arrendermi, ma a dedicarmi agli altri e a considerare la mia missione da una prospettiva più ampia. Recitando Daimoku con questo spirito ho provato tanta gratitudine nei confronti di sensei. Ho sentito che l’incoraggiamento e le guide del nostro maestro non sono solo “belle parole”, ma rispecchiano la vera realtà della vita: in quel momento qualcosa in me è profondamente cambiato.
Nell’arco di un anno sono riuscito a realizzare gli obiettivi più difficili per i quali praticavo da tempo: organizzai una mostra con i miei quadri a Caltagirone e a Milano curata da un importante critico d’arte; fui chiamato, a due mesi dall’abilitazione, in una scuola media a Caltagirone, dove desideravo insegnare da tempo, e cinque miei amici ricevettero il Gohonzon. In questi anni, grazie alla buona fortuna accumulata con il Daimoku e con l’attività per gli altri, ho sempre lavorato come supplente in alcune scuole del mio territorio. L’anno scorso fu indetto un concorso per le assunzioni straordinarie degli insegnanti ma avevo molti dubbi sul partecipare alle selezioni dato che rischiavo di finire a lavorare lontano da casa.
Nel frattempo, a gennaio era iniziata la campagna di shakubuku promossa dai giovani e per la prima volta in Sicilia abbiamo realizzato l’obiettivo che ci eravamo posti, anzi lo abbiamo superato e il primo a ricevere il Gohonzon è stato mio cugino! Un giorno, recitando Daimoku mi fu chiaro che non era importante andare a lavorare in una scuola vicina, ma la cosa fondamentale era poter aiutare le persone a diventare felici. Ho così deciso di partecipare alle selezioni nazionali.
Poco dopo mi è stata affidata una supplenza annuale in una scuola di un quartiere “a rischio” di Catania. Mi sentivo messo a dura prova e avevo l’impulso a mollare, o peggio a disprezzare quei ragazzi che in fondo manifestavano solo il disagio derivato da un ambiente che non crede nel loro valore. Ma l’incoraggiamento di sensei, quando dice che nei momenti cruciali emergono i bodhisattva più coraggiosi, mi ha spinto ad andare avanti. Ho cambiato atteggiamento utilizzando l’allenamento fatto nella nostra organizzazione: ho dialogato con i miei alunni uno per uno, ho conquistato la loro fiducia riuscendo a catturare il loro interesse. Non solo, anche i miei colleghi hanno notato il cambiamento dei ragazzi nei miei confronti e incuriositi mi hanno chiesto “il segreto”. Così ho parlato loro del Buddismo e ho accompagnato una mia collega a una riunione. Quest’anno un’altra amica ha deciso di ricevere il Gohonzon. Dopo questa bella esperienza mi è arrivata la comunicazione che ero diventato insegnante di ruolo, e non lontano come temevo, ma nella mia provincia!
Non dimenticherò mai lo sguardo e le lacrime dei miei alunni all’annuncio che avrei cambiato sede scolastica: mi hanno fatto comprendere quanto sia importante creare legami veri e profondi, e quanto sia necessario diffondere la speranza e la visione di sensei nella società.
Tutto questo avveniva proprio nella settimana successiva al 18 novembre, mentre la Sicilia realizzava il suo record storico di nuovi membri della Divisione giovani!
Sto cercando di incidere nel mio cuore queste parole di sensei: «Gli esperti Soka nell’arte dell’incoraggiamento indossano la “veste della gentilezza e della pazienza” (cfr. SDL, 10, 239) e manifestano una grande e compassionevole capacità di comprensione e accettazione”», per metterle in pratica nella mia vita, nel lavoro e nell’attività. Sono deciso a vincere anche quest’anno, la mia determinazione è quella di affrontare nuove sfide e rispondere alle aspettative del mio maestro, condividendo con più persone possibile l’insegnamento buddista.

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