Le risposte dei lettori all’annuncio pubblicato sul n. 305 – nuovo.rinascimento@sgi-italia.org
Prima di iniziare a praticare il Buddismo la mia vita era un disastro, anzi, io mi sentivo un disastro. Introversa e insicura, avevo pochissimi amici. Lavoravo da quattro anni in uno studio legale dove avevo iniziato come praticante, per poi proseguire come avvocato dopo aver superato l’esame di abilitazione professionale. L’ambiente di lavoro era molto pesante: ogni mio comportamento veniva contestato e messo in discussione, tanto che ero arrivata al punto di non riuscire più a distinguere cosa fosse giusto da cosa non lo fosse, cosa fossi in grado di fare e cosa no. Odiavo la professione forense – che pur avevo scelto di svolgere – e mi sentivo inadeguata e incapace. Nonostante ciò, di andarmene da quello studio non ci pensavo nemmeno: quello era, nel bene ma soprattutto nel male, il mio piccolo mondo. Ritenevo che il mondo si dividesse in due grandi categorie di persone: quelle fortunate e quelle, come me, sfortunate e destinate a essere infelici. E della pratica buddista non ne volevo proprio sentir parlare.
Finché un giorno una persona a me molto cara mi disse che la figlia rischiava di morire di anoressia. Era malata da anni e i medici e gli psicologi che l’avevano in cura avevano detto che non c’erano più molte speranze. La risposta che diedi alla mia amica fu: «Ho io una soluzione per salvare tua figlia: recitare Nam myoho renge kyo». Ero inspiegabilmente convintissima, anche se allora non sapevo da dove questa convinzione derivasse. Contattai subito mio fratello e insieme accompagnammo la mia amica a parlare con una giovane donna che grazie alla pratica buddista era guarita dall’anoressia. Quel giorno, per la prima volta, recitai Nam-myoho-renge-kyo davanti al Gohonzon. Da allora sono passati tre anni e non ho più smesso.
All’inizio recitavo soltanto per convincere la mia amica a fare altrettanto, studiavo per spiegarle i principi buddisti, la accompagnavo a parlare con persone che praticavano da anni e che erano riuscite così a cambiare la loro vita. E mentre la mia amica di praticare non aveva nessuna intenzione, io iniziavo la mia rivoluzione umana.
Dopo nove mesi che recitavo, con l’unico obiettivo di riuscire a superare le mie paure e angosce e di sentirmi felice nel posto di lavoro dove mi trovavo (l’idea di cambiare lavoro non mi sfiorava neppure), una mattina dissi al titolare che, trascorsi i tre mesi di preavviso, me ne sarei andata perché quella vita non la sopportavo più. Nello stesso momento in cui comunicavo la mia decisione pensavo : «Sarò forse impazzita?». Non solo non avevo un altro lavoro e non sapevo da dove iniziare a cercarlo, ma il solo stipendio di mio marito non ci avrebbe consentito nemmeno di coprire le spese mensili. Se entro tre mesi non avessi trovato un nuovo lavoro, saremmo stati costretti a trasferirci fuori città, Ma io ero sicura che, grazie alla pratica, avrei trovato un nuovo lavoro entro la scadenza prefissata.
Prima di riuscire a trovare il mio attuale lavoro, non solo trascorsero i tre mesi stabiliti, ma ne passarono altri quattordici, per un totale di diciassette. Diciassette lunghissimi mesi nel corso dei quali ho inviato 220 curricula, ho letto libri su come affrontare un colloquio di lavoro, ho risposto a molti annunci apparsi su quotidiani e riviste specializzate, mi sono rivolta a varie società di lavoro interinale. Insomma, non ho risparmiato nessuna azione, ma senza ottenere risultati importanti.
Mio fratello mi incoraggiava leggendomi la frase del Gosho Sulle preghiere: «Può accadere che uno miri alla terra e manchi il bersaglio, che qualcuno riesca a legare i cieli, che le maree cessino di fluire e rifluire o che il sole sorga a ovest, ma non accadrà mai che la preghiera di un devoto del Sutra del Loto rimanga senza risposta» (SDN, 9, 182-183). Misi vicino al mio altare buddista una frase del presidente Ikeda: «In qualsiasi circostanza vi troviate non cedete alla sconfitta. Non abbandonate ciò che avete raggiunto se vi trovate a un punto morto. Un grande futuro vi attende. Per questo motivo dovete perseverare e studiare. La vita è eterna; dobbiamo concentrarci sulle due esistenze di presente e futuro e non farci imprigionare dal passato. Nutriamo sempre lo spirito di iniziare di nuovo “da questo istante”, di iniziare una nuova lotta ogni giorno» (Giorno per giorno, 27 dicembre). E ricominciai a fare le “solite” azioni: studiare, rispondere agli annunci di lavoro, inviare curricula,… ma niente.
Arrivai a credere che la mia strada fosse un’altra. Mi dicevo che forse il Gohonzon mi stava “dicendo” che la professione di avvocato non era adatta a me. Provai a percorrere altre strade e, considerata la mia passione per gli animali e per i bambini, tentai di aprire un negozio di cibo per animali, poi un asilo. Tuttavia incontrai una serie di ostacoli che mi impedirono di portare a compimento i miei nuovi progetti. La mia condizione stava diventando economicamente e psicologicamente insostenibile, così decisi di chiedere un consiglio a una persona con molta esperienza nella pratica: se è vero che ogni preghiera riceve una risposta, perché io questo lavoro proprio non lo riuscivo a trovare?
Mi fu detto che non credevo nella mia Buddità e in particolare che non credevo di meritare un lavoro adeguato alle mie capacità e degnamente retribuito. Se si trattava di lavorare – come era accaduto fino ad allora – gratuitamente o a fronte di un rimborso spese, sì ero d’accordo (la mia vita era d’accordo), ma se invece si trattava di cercare e trovare un lavoro con uno stipendio adeguato al mio valore, allora le paure prendevano il sopravvento. In quel momento non compresi a fondo quello che mi era stato detto e, comunque, ero convinta che la mia natura di Budda non l’avrei mai percepita.
Intanto portavo avanti la pratica buddista cercando di impegnarmi al meglio. Ricevetti il Gohonzon, feci shakubuku a mio marito (che da poco è diventato membro) e accettai la responsabilità di un gruppo. Intanto, la situazione lavorativa non migliorava, anzi. Mentre prima facevo colloqui inadeguati alle mie competenze e svolgevo lavori saltuari, sottopagati o gratuiti, ora del lavoro non si vedeva neppure l’ombra: nessuna risposta, nessun colloquio, niente.
Un giorno scoppiai a piangere davanti al Gohonzon, ero disperata: non sapevo più che azioni fare, mi sembrava di non aver lasciato nulla di intentato. Quel giorno, nell’assoluto sconforto, decisi di scrivere tutti i requisiti che il mio nuovo lavoro avrebbe dovuto avere. Raccontai l’accaduto a mio marito, il quale mi disse che considerata la situazione avrei dovuto accettare qualsiasi lavoro e che era meglio non illudersi troppo. Avevamo bisogno di soldi e non era il caso “di andare troppo per il sottile…” mi disse. Quello stesso giorno, mentre recitavo e piangevo davanti al Gohonzon, mi ricordai che quando mi ero laureata mi sarebbe piaciuto frequentare un corso di specializzazione per giuristi d’impresa tenuto da un’università privata. A quei tempi però avevo dovuto rinunciare al mio desiderio perché mio padre – come spesso accadeva – non aveva assecondato la mia scelta e mia madre (i miei genitori sono divorziati da quando avevo dieci anni) quei soldi proprio non li aveva. Verificai subito se, a distanza di sei anni, l’università organizzasse ancora quel corso. Effettivamente il corso esisteva ma aveva un costo che per me, disoccupata da più di un anno e a corto di soldi, era improponibile; inoltre, erano scaduti i termini d’iscrizione. Iniziai a recitare Daimoku con la decisione di riuscire comunque a frequentare il corso, anche se proprio non sapevo come.
L’università decise di accogliere la mia domanda di partecipazione anche se i termini d’iscrizione erano scaduti e i soldi mi furono donati da mio nonno. E proprio grazie a questo corso sono riuscita a trovare – unica su ventuno partecipanti – il mio attuale lavoro. Non un lavoro qualsiasi, ma il lavoro adatto a me, quello che avevo sempre desiderato e che aveva tutti (ma proprio tutti) i requisiti che avevo scritto quel giorno mentre piangevo e che avevo riposto accanto al Gohonzon.
Attualmente lavoro presso un’importante società, la cui sede si trova a due passi dalla casa dove abito, percepisco un’ottima retribuzione, ho dei colleghi di lavoro fantastici, godo della stima incondizionata dei proprietari della società e ho splendide opportunità di carriera. Quale ruolo ricopro? Sono responsabile dell’ufficio legale!
Un lavoro così non lo avevo immaginato neppure nei miei sogni più belli!
Ah, quasi dimenticavo. In questi diciassette mesi ho trovato molto di più di un lavoro ideale. Sono riuscita ad acquistare una casa (un mio grande desiderio, avendo trascorso l’adolescenza tra vari e dolorosi traslochi); ho ripreso i contatti con mio padre che non vedevo e non sentivo da cinque anni e mia madre, che non aveva un reddito che le consentisse di provvedere autonomamente al proprio sostentamento, ha avviato un’attività commerciale che le dà molte soddisfazioni. Soprattutto, mi sento completamente diversa da quella che ero nel giugno del 2001, quando iniziai a praticare il Buddismo. Sono gioiosa, ho tanti amici e ho acquisito fiducia in me stessa, nelle mie capacità e potenzialità, tutte quelle che erano nascoste dalle mie paure. Mica male per chi cercava soltanto un nuovo lavoro!