Il rapporto con il proprio passato può rappresentare una gabbia da cui è difficile uscire. Le paure, la personalità, le esperienze vissute sono elementi che possono impedire di credere nella possibilità di cambiare. Ma dall’incontro col Buddismo possono scaturire un nuovo modo di guardare la realtà e il coraggio di osare
«Smettila di pensare che non ce la puoi fare»: sembrava uno slogan politico in rima, invece era l’argomento di riunione del mio settore. La parola chiave della frase è “pensare”. Se riflettiamo ci rendiamo conto che il nostro agire inizia dai pensieri. Nichiren Daishonin, consapevole di questo, cita nel Gosho il concetto espresso nel Sutra Rokuharamitsu: «diventare padroni della nostra mente e non lasciare che la mente sia la nostra padrona» (SND, 5, 4). A volte sembra che la mente vada per conto suo portandoci lontano dai nostri sogni e dai nostri desideri. Anche la mente e le sue dinamiche sono manifestazioni del karma accumulato, che a sua volta ne continua a generare. Le azioni che generano il karma possono essere mentali, verbali o fisiche. Praticare il Buddismo significa trasformare il karma e ciò riguarda anche la trasformazione del pensiero. Chi segue questo insegnamento da un po’ di tempo ha sperimentato che innalzando il proprio stato vitale cambiano anche i contenuti del pensiero. È come imparare a osservare la propria vita a 360°.
Quando le stesse situazioni tendono a ripresentarsi, magari dopo anni, o con protagonisti diversi, ma le dinamiche restano le stesse, significa che sta emergendo il karma accumulato nel passato, come cita Nichiren nell’Apertura degli occhi: «Se vuoi conoscere le cause del passato, guarda gli effetti del presente; se vuoi conoscere gli effetti del futuro, guarda le cause del presente» (SND, 1, 192). Ed è proprio l’azione che compiamo in quel momento a determinare il futuro. A partire dal pensiero con cui reagiamo a un evento. Quando pensiamo “non ce la farò mai” avvengono due azioni contemporanee: da una parte questo pensiero rappresenta il risultato, l’effetto del karma passato e dall’altra stiamo creando cause che influenzano l’esito del nostro futuro.
Karma e personalità
Il Buddismo parla poi di tendenza karmica, che rappresenta una sorta di circolo vizioso in cui un certo tipo di azione ripetuta nel tempo produce una predisposizione verso lo stesso comportamento nel futuro. E la tendenza karmica si manifesta anche nel nostro carattere, nella nostra personalità. A volte ci giustifichiamo dietro affermazioni come «questo è il mio carattere, sono sempre stato così». In realtà il carattere è una tendenza karmica e ogni carattere ha pensieri dominanti. Ad esempio, una personalità depressa avrà pensieri negativi, sarà scarsamente progettuale, una personalità paranoidea vedrà gli altri come potenziali nemici, sarà diffidente e sfiduciata. Il presidente Ikeda afferma: «Se vi impegnate di continuo la vostra personalità migliorerà lentamente in maniera costante» (In cammino con i giovani, Esperia Edizioni 2000, pag. 86). Nello spiegare come si forma la personalità più avanti Ikeda cita due elementi: la natura fondamentale e le influenze dall’esterno, nel senso delle abitudini, gli usi e i costumi.
La personalità si forma dall’interazione dei due elementi. Il primo elemento costituisce il nucleo centrale della personalità. Ma la nostra natura fondamentale può illuminarsi in funzione del nostro stato vitale. Non solo: per il principio di non dualità tra noi e l’ambiente (esho funi), quando si modifica la nostra natura fondamentale, si modificano anche le influenze dall’esterno. Dunque, non si cambia radicalmente la personalità, la personalità viene “illuminata” dallo stato di Buddità. Se abbiamo vissuto un passato difficile, nulla potrà cambiarlo, ma continuando a praticare il Buddismo a un certo punto si scopre il senso del proprio passato, per quanto difficile e sofferto possa essere stato. «Dopo aver abbracciato il Gohonzon – scrive Ikeda – non solo tutte le nostre esperienze risplendono come un espediente mistico, ma anche quelle precedenti l’incontro con la fede riprendono vita. […] Il presidente Toda spesso diceva: “Tutte le esperienze della tua vita rivivono e capisci che niente è andato sprecato, neanche un singolo istante. Questo è il grande beneficio della Legge mistica”» (Saggezza, 1, pag. 98). E poi possiamo imparare dal passato per creare il nostro futuro. Possiamo cambiare il nostro futuro, a partire dalle azioni di oggi. Se abbiamo incontrato persone sempre di un certo tipo e ci siamo avvicinate a loro, lamentandocene dopo, dobbiamo chiederci quale era lo stato vitale che ha influenzato le nostre azioni all’epoca. Possiamo imparare a capire quale è lo stato vitale che influenza le nostre decisioni.
Paura del successo?
A volte pensiamo di non farcela per paura di fallire. John William Atkinson, uno psicologo moderno, ha rilevato come la motivazione delle nostre azioni sia non solo l’aspettativa di successo, ma anche la tendenza a evitare l’insuccesso. Come conseguenza, l’individuo con una elevata motivazione a evitare il fallimento si orienta o verso mete altamente probabili o verso mete il cui perseguimento risulta altamente improbabile. La spiegazione di questo paradosso consiste nel fatto che l’insuccesso in compiti molto difficili è meno frustrante e risulta in qualche modo giustificato. Quindi l’individuo di per sé, teoricamente ha un forte stimolo naturale a porsi mete molto elevate anche a rischio di fallire. L’errore più grande consiste nel credere che i fallimenti del passato possano compromettere il futuro e che il passato sia l’elemento determinante per il successo nel futuro. A questo proposito Ikeda dice: «Il passato è passato e il futuro è il futuro. Continuate ad avanzare attenti a ciò che avete di fronte e pensate “inizierò da oggi”. Questo momento dà avvio a una nuova fase”. Tale spirito, ripartire da ora, è il cuore della filosofia buddista”» (In cammino con i giovani, pag. 81).
Altre volte pensiamo di non farcela addirittura per paura del successo! È proprio così: siamo talmente abituati a “sentire l’odore delle latrine” che non riusciamo a percepire odori diversi, una vita diversa e le infinite possibilità che questa ci offre (cfr. SND, 1, 27).
D’altra parte il pensiero non è tutto. Anzi. Nel Buddismo anche se diventiamo persone molto sagge (nel senso di controllare pensieri, parole e azioni), non è detto che otterremo l’Illuminazione. T’ien-t’ai, maestro buddista cinese vissuto tra il 538 e il 597 d.C., sosteneva che l’Illuminazione potesse essere ottenuta tramite l’osservazione della mente. Nichiren, invece sostiene il principio di “sostituire la saggezza con la fede”. Per saggezza si intende la capacità straordinaria del Budda che va oltre la comprensione razionale.
Ci sono poi persone molto logiche e altre meno logiche, alcune molto emotive, altre meno. C’è chi si pone obiettivi solo esplorando le probabilità statistiche di riuscita e chi si affida alle emozioni. Nel Buddismo esiste un concetto difficile da tradurre, kokoro (o shin). Nella nostra lingua kokoro esprime tre concetti diversi e difficilmente fondibili: mente, cuore, vita. Perché nel Buddismo questi tre concetti sono espressi da uno stesso termine? Perché non c’è separazione tra mente, cuore e vita anche se nella cultura occidentale sono termini separati e anche antitetici.
L’aspetto mistico della vita
Ci sono poi coloro i quali pensano in termini “statistici” (il pensiero logico), ad esempio desiderano solo in funzione delle probabilità buone di successo e della facile realizzabilità dei desideri. Un giorno una buddista giapponese di nome Yoshi mi raccontò una storia: viveva in Italia da molti anni e aveva programmato di partecipare a una riunione buddista a cui avrebbe partecipato anche la madre, per rivederla e darle un regalo. Ma per motivi di lavoro non poté partire. Alla stessa riunione doveva partecipare un’altra sua amica, Yuri che non aveva mai visto la madre di Yoshi, neanche in fotografia. Yoshi le chiese di consegnarle il regalo quando l’avesse incontrata. A quella riunione partecipavano circa mille persone! Yuri parte per il Giappone, si reca alla riunione, dubbiosa sulle possibilità reali di incontrare una specifica persona tra mille. Si siede e inizia a parlare con la vicina che le chiede da dove viene. Yuri risponde: «Dall’Italia». La sconosciuta le dice: «Ho una figlia lì da molti anni»… era la madre di Yoshi. Una su mille! La razionalità indicherebbe una possibilità logica di successo di 1/1000 (0,1%). Anche ipotizzando una persona seduta a destra, una a sinistra, una davanti e una dietro la probabilità non avrebbe superato i 4/1000 (0,4%). Ma ha un senso desiderare a partire dalle probabilità razionali di successo? A volte utilizziamo il pensiero logico per porre un limite ai sogni e ai desideri. L’aspetto mistico della nostra vita va ben oltre le nostre previsioni statistiche più rigorose e precise. Il problema è che spesso noi stessi crediamo di non poter avere grandi sogni o grandi ideali rinnegando la nostra natura di Budda. Questa incredulità è l’oscurità fondamentale della nostra vita. Ma «se in fondo al cuore, magari in un angolo nascosto, avete deciso che solo voi non riuscirete a essere felici, che solo voi non diventerete mai una persona capace, che solo i vostri problemi non si risolveranno, questo unico fattore mentale, questo ichinen, impedisce il sorgere del beneficio» (Ikeda, Gli eterni insegnamenti di Nichiren Daishonin, Esperia edizioni, 2003, pag. 167).
Le paure, la personalità, le esperienze passate sono tutti gli elementi che possono impedire di sognare e di credere nella Buddità. Il cambiamento nasce quando decidiamo di cambiare e di provare la gioia di vivere. «Decidere di ottenere la Buddità in questa vita significa conquistare la gioia di vivere» (Ikeda, La vera entità della vita, Esperia Edizioni, 1999, pag. 219). E alla fine del percorso «resterete sorpresi più di chiunque altro di fronte a ciò che potrete raggiungere. Voi possedete un potenziale davvero illimitato» (In cammino con i giovani, pag. 86).
Per approfondire:
Daisaku Ikeda, Lezioni sul Raggiungimento della Buddità, BS, 119, 11-61.