Come possiamo trasmettere lo spirito di non dualità di maestro e discepolo ai giovani membri? Qual è la differenza tra la relazione con il maestro e il culto della personalità?
Per rispondere a questa domanda è necessario spiegare la differenza tra “culto della personalità” e “legame di non dualità di maestro e discepolo”.
Il Buddismo, per sua natura, non è mai stato una religione che si basa sul culto della personalità o sulla divinizzazione del Budda, che anzi rappresenta il massimo pericolo per il Buddismo.
Nella storia è accaduto che l’insegnamento buddista sia andato a decadere proprio in seguito alla divinizzazione del Budda. Perciò è fondamentale confermare che il Buddismo è sempre una “religione dell’essere umano”, una “religione umanistica”.
L’umanizzazione del Budda e il culto della personalità sono agli antipodi.
Nel momento in cui inizia il processo di divinizzazione, si viene a creare una distanza tra l’essere umano e la divinità, per cui si instaura una relazione basata su un culto a senso unico.
Le religioni monoteiste si basano sulla fede in un essere superiore. Per queste religioni, nonostante venga insegnato che non è possibile raggiungere lo stesso livello del proprio Dio, gli esseri umani possono scoprire la natura divina dentro di loro contemplando Dio.
Il Buddismo tuttavia sviluppa ulteriormente questa concezione, in quanto ci insegna che possiamo vedere la natura di Budda nelle nostre stesse vite, possiamo manifestare la Buddità inerente alla nostra vita.
Alla base del Buddismo vi è una concezione che vede la Legge mistica, ovvero uno stato vitale vasto quanto l’universo, nella vita di ogni essere umano.
Il maestro nel Buddismo è colui che ci insegna che la natura di Budda è inerente alla nostra stessa vita, ci aiuta a credere in questo e ci mostra come aprire una tale condizione vitale dentro di noi. Il maestro ci sostiene e ci guida affinché ognuno di noi possa far emergere la propria natura di Budda.
Il desiderio del maestro è di elevare i discepoli affinché diventino migliori di lui.
È qui che “culto della personalità” e “legame di non dualità di maestro e discepolo” si rivelano opposti.
Dal punto di vista del discepolo, il legame di non dualità con il maestro consiste nel fare proprio il suo modo di vivere e nel determinare fermamente di agire allo stesso modo, ponendosi i suoi stessi obiettivi e agendo in tale direzione.
Il culto della personalità porta alla conclusione che la persona che si venera è la sola ad essere meravigliosa.
Nel Buddismo invece tutte le persone che vivono basandosi sugli ideali del maestro sono meravigliose.
L’uso del termine “Sensei” (maestro) da parte del discepolo racchiude la consapevolezza di percorrere con fierezza la stessa via del maestro, la determinazione di realizzare la propria rivoluzione umana e il più profondo rispetto nei suoi confronti.
Se pensiamo alla nostra personale rivoluzione umana come a un requisito fondamentale del legame maestro e discepolo, diventa impossibile divinizzare Sensei.
Questo perché nel cammino di non dualità con il maestro, noi discepoli siamo sempre e comunque uniti a lui, come una cosa sola.
Sono convinto che il modo di vivere umanistico, basato sul legame di maestro e discepolo, un giorno diventerà un cammino di esempio per tutto il genere umano.