Da giovane ho avuto una vita “spericolata”. Alla fine della guerra volevo essere indipendente e sentirmi protagonista dell’Italia in ricostruzione. Decisi di fare la parrucchiera, ero brava e trovai subito lavoro. Dopo qualche tempo aprii il mio primo negozio, poi un altro e un altro ancora. Andai a Londra e a Parigi per specializzarmi. Negli anni ’60 ero diventata una parrucchiera d’élite della mia città, e lo sono stata per vari decenni. Nel frattempo mi ero sposata, ma il matrimonio era durato solo cinque anni e a causa di un’infezione alle ovaie avevo perso la possibilità di avere figli. Ero ricca, bella, indipendente, ma dentro di me sentivo il vuoto.
Nel 1974 mi sposai per la seconda volta, ma anche questo matrimonio finì presto.
La lunga malattia di mio padre e poi la convivenza forzata con mia madre che era rimasta sola, misero un freno alla mia vita convulsa.
Mi resi conto all’improvviso di aver accumulato solo cose materiali e ne soffrii.
Un giorno, tornando dal negozio, trovai mia madre per terra, stroncata da una trombosi. Divorata dal senso di colpa, smisi di mangiare e di dormire. Fu così che una donna che lavorava con me, colpita dalla mia condizione, mi accompagnò a una riunione buddista e per la prima volta a cinquantotto anni, recitai Nam-myoho-renge-kyo. Quella notte, dopo tanti mesi, dormii un lungo sonno tranquillo. Capii che quella pratica mi avrebbe salvato la vita.
Ho avuto la fortuna di essere una “pioniera” di kosen-rufu. Trascinata dall’entusiasmo dei primi praticanti del Piemonte mi affrettai a “cambiare i princìpi su cui basavo il mio cuore” (cfr. RSND, 1, 26), come ci esorta Nichiren Daishonin.
Nel 1992, a Firenze, incontrai il presidente Ikeda, e fui colpita dalla sua incredibile vitalità.
Ero sempre stata una persona carismatica e grazie al Buddismo sentivo di poter utilizzare questo aspetto per trasmettere la gioia di vivere. Più invecchiavo, più i giovani mi cercavano.
La mia casa era sempre aperta per fare Gongyo e Daimoku e cercavo di trasmettere a tutti l’importanza dei tesori del cuore.
Arrivata a novant’anni, dopo aver fatto praticare tanti giovani pensavo di aver raggiunto ogni mio traguardo. Ma mi sbagliavo. Un giorno, in seguito all’aggravarsi delle mie condizioni di salute, fui ricoverata d’urgenza. L’unico parente che avevo stabilì che non potevo più vivere da sola, e così dall’ospedale finii direttamente nella casa di riposo comunale. Tutte le mie cose e i miei ricordi, e soprattutto il Gohonzon, erano rimasti nella mia abitazione che venne venduta in fretta e furia mentre il Gohonzon veniva consegnato al Centro culturale di Torino. Pensavo di non rivederlo mai più. Non avevo più nulla, ero finita in un luogo di sofferenza i cui ospiti aspettavano solo di morire, e io con loro. Ma la famiglia Soka è una vera alleata e tanti compagni di fede iniziarono a venire a trovarmi con affetto e dedizione. Ricominciai a recitare Nam-myoho-renge-kyo trasformando in poco tempo l’ambiente intorno a me. Attirati dalla mia vitalità, spesso gli anziani ospiti nella casa di riposo venivano a “parlare con la Dora”. Desideravo ardentemente riavere il Gohonzon e dopo tanto Daimoku, ho potuto riaprirlo nella casa di riposo, grazie al sostegno delle mie responsabili. Che emozione!
Ora ho una stanza tutta per me, dove posso praticare tranquillamente e dove, a volte, accolgo ospiti e visitatori ai quali offro il più grande dono di questa pratica: la gioia di essere vivi.
La gioia non finisce
Da giovane ho avuto una vita “spericolata”. Alla fine della guerra volevo essere indipendente e sentirmi protagonista dell’Italia in ricostruzione
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