Nel 1968, a Tokyo, Mariko partecipa a una riunione nazionale degli studenti dove incontra per la prima volta il suo maestro, che in quell’occasione dichiara: «Io, Daisaku Ikeda, dedicherò tutta la mia vita a eliminare la miseria e a stabilire la pace in questo mondo insieme a tutti voi!». Un’affermazione che ha ispirato l’intera esistenza di Mariko.
Vivo a Cracovia dove sono sostenitrice del Capitolo Sud della Polonia. Recentemente ho celebrato il mio cinquantesimo anniversario di pratica buddista. Sono nata a Nagasaki, in Giappone, nell’aprile del 1945, durante la Seconda guerra mondiale. Mia madre morì quindici giorni dopo avermi data alla luce. Poi, il 9 agosto, fu sganciata la bomba atomica su Nagasaki. Vivevo lontano dal centro dell’esplosione e non sono stata esposta alle radiazioni, ma molti dei miei amici ne soffrono tuttora le conseguenze. Una di loro è stata esposta alle radiazioni ancora nel grembo di sua madre. È nata e vissuta come hibakusha (espressione giapponese che indica i sopravvissuti all’esplosione nucleare), e non potrò mai dimenticare quanto ha sofferto. A trentun anni è morta lasciando un figlio di cinque anni.
Mio padre diceva sempre: «Se non ci fosse stata la guerra tua madre sarebbe ancora con noi, Mariko, devi vivere a lungo e diventare felice anche per tua madre».
Fin dall’infanzia pensavo che non sarei mai stata felice, ma allo stesso tempo cercavo il significato della mia vita anche per rendere felice mia madre.
Quando avevo tre anni mio padre si è risposato, e la mia matrigna ha dato alla luce due sorelle e un fratello. Quando sono diventata adolescente ho iniziato a rifiutarla e a ribellarmi a lei, e dopo essermi diplomata mi sono trasferita a Tokyo, da sola. Ho iniziato a lavorare in una banca e a frequentare i corsi serali.
Nel mio ufficio c’era una donna che sorrideva sempre e cercava sinceramente di sostenermi. Mi disse che era un membro della Soka Gakkai: «Con questa fede puoi diventare cento volte più felice di quanto tu ora possa immaginare». Mi sono fidata delle sue parole e il primo settembre 1968 ho ricevuto il Gohonzon. Mentre recitavo sempre più Daimoku, ho iniziato a sentire una profonda gratitudine verso la mia matrigna e ad apprezzare che nonostante le difficoltà economiche avesse fatto del suo meglio per farmi crescere come una figlia.
Ho sentito veramente il potere del Gohonzon e il mio cuore si è riempito di gioia.
Una settimana dopo aver ricevuto il Gohonzon ho avuto la fortuna di partecipare alla storica riunione nazionale degli studenti, a Tokyo (8 settembre 1968), dove ho incontrato per la prima volta il mio maestro. Sensei quel giorno dichiarò davanti a tutti i giovani riuniti: «Io, Daisaku Ikeda, dedicherò tutta la mia vita a eliminare la miseria e a stabilire la pace in questo mondo insieme a tutti voi!».
Sentii che potevo fidarmi. Fu come se un grande sole di speranza sorgesse nella mia vita e decisi di dedicarmi con tutta me stessa a kosen-rufu insieme a sensei. Inoltre determinai di trasformare il mio karma, e di avere tre figli. Con questa profonda convinzione parlai del Buddismo a due compagni di corso, e in seguito a mio padre e a mia sorella, che ricevettero subito il Gohonzon.
Esattamente dieci anni dopo il mio primo incontro con sensei visitai la sede della Soka Gakkai a Tokyo insieme alle mie tre figlie.
Volevo rinnovare il mio voto per i successivi dieci anni. Eravamo in una libreria e all’improvviso entrò sensei. Guardando le mie tre figlie di cinque, tre anni, e tre mesi, ci abbracciò con calore e disse: «Sono bambine fortunate! (in giapp. fukushi)».
Poi ci offrì il gelato. Ricordo quel momento come se fosse ieri. Sentii che sensei mi aveva affidato il compito di farle crescere affinché potessero compiere la loro missione per kosen-rufu. Ora sono passati quarant’anni da quell’incontro e le mie figlie si sono tutte e tre laureate all’Università Soka. Due di loro vivono in Polonia e si dedicano a kosen-rufu insieme a me, mentre la secondogenita è docente all’Università Soka di Tokyo.
Io mi sono trasferita a Cracovia undici anni fa, insieme a mio marito. Anche lui ha dedicato la sua vita a kosen-rufu come discepolo di sensei fino alla fine, avvenuta sei anni fa. Grazie alla grande considerazione di sensei, un albero di ginkgo è stato piantato nel giardino del Centro culturale di Vienna in suo ricordo.
Qualche settimana fa ho scritto una lettera a sensei e alla signora Kaneko nel cinquantesimo anniversario dal nostro primo incontro, esprimendo la mia più profonda gratitudine e determinazione. Sensei mi ha risposto immediatamente: «Ricordo ancora l’incontro con la famiglia Haga! Sono davvero contento che stiate tutte bene», e ha donato a ciascuno di noi una spilla con una foglia di ginkgo.
Siamo così commossi dall’incoraggiamento di sensei, e abbiamo preso una nuova determinazione per rispondere al suo cuore.
A Cracovia ho aperto la mia casa per le attività buddiste. Da dieci anni viene utilizzata per le riunioni, per le guide personali e le recitazioni. L’edificio di fronte era il quartier generale dei nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Anche il campo di concentramento di Auschwitz si trova nella nostra zona di attività. Io stessa ho sperimentato la miseria della guerra. Come discepola di sensei che sta dedicando tutta la sua vita a eliminare ogni miseria e infelicità da questo mondo, sento il profondo significato di recitare Daimoku e impegnarmi per la pace proprio in questo luogo.
Il primo settembre, il giorno del mio cinquantesimo anniversario di pratica buddista, le mie nipotine di cinque e undici anni sono venute a trovarmi e abbiamo fatto Gongyo insieme. Posso dichiarare con assoluta convinzione che grazie a questa pratica è possibile superare qualunque difficoltà. Sono orgogliosa di poter vivere al massimo e sono grata di avere il miglior maestro nella mia vita. Farò del mio meglio per kosen-rufu in Polonia con spirito giovane, per sempre unita ai giovani.