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Affrontare la malattia - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 02:40

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Affrontare la malattia

Tutti noi sperimentiamo qualche tipo di malattia nel corso della nostra vita. Ecco perché è importante acquisire la saggezza per rapportarci a essa in modo appropriato. «Nonostante possa sembrare contraddittorio, dal punto di vista buddista salute e malattia non sono separate. Per questa ragione, l’obiettivo principale è una vita sana in tutte le tre esistenze del passato, del presente e del futuro», afferma Daisaku Ikeda

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Il Buddismo individua quattro sofferenze fondamentali connaturate all’esistenza umana: dal momento in cui veniamo al mondo (nascita), siamo destinati a sperimentare il graduale venir meno della forza fisica dovuto all’invecchiamento, così come la malattia e la morte. Tuttavia, questi aspetti inevitabili dell’esistenza non sono di per sé la vera causa dell’infelicità: tutto dipende dalla forza vitale con cui li affrontiamo. Grazie alla pratica buddista possiamo far scaturire il potere illimitato e la saggezza che ci consentono di affrontare qualunque circostanza come un’occasione di crescita. In particolare, la malattia può diventare l’opportunità per fare un grande salto di qualità nella fede, per comprendere più profondamente la vita e risvegliarci alla nostra missione. Piuttosto che angosciarci o disperare di guarire, possiamo utilizzarla per consolidare uno stato vitale ancora più vasto, un io ancora più forte e compassionevole. Come afferma il Daishonin, «la malattia stimola lo spirito di ricerca della via» (RSND, 1, 833).
Come testimonia l’esperienza di tante persone che hanno vinto sul “demone della malattia”, la chiave è continuare a dedicarsi intensamente a kosen-rufu recitando Daimoku fino in fondo e continuando a parlare della Legge mistica agli altri. Riportando l’esperienza di una giovane pioniera Ikeda scrive: «Benché il corpo di Junko fosse malato, il suo cuore splendeva luminoso come il sole. […] Cos’è dunque la salute? In conclusione, è la via del bodhisattva. Sono convinto che la vera salute sia lo spirito di continuare a lottare per il bene degli altri (Saggezza, 3, 242). Riacquistando vitalità e buona salute, chi ha lottato contro la malattia può accendere una scintilla di coraggio nel cuore di coloro che si trovano in condizioni simili. Più profonde e più grandi sono le nostre sofferenze, maggiori sono le opportunità per dimostrare il potere del Buddismo.
Qual è dunque l’atteggiamento con cui affrontare la malattia? Che tipo di decisione dovremmo avere nel cuore?
Josei Toda nutriva una convinzione assoluta nel potere del Gohonzon. A chi gli poneva domande sulla malattia rispondeva: «Non vi dovete chiedere se guarirete. La vostra malattia guarirà senza dubbio se solo continuerete a praticare sinceramente. D’altra parte, se avete il dubbio di riuscire a guarire, allora le vostre preghiere non avranno risposta. I corpi degli esseri umani sono soggetti a malattie, come ad esempio il cancro […]. Proprio perché i nostri corpi hanno la capacità di ammalarsi, hanno anche il potere di guarire se stessi. È come il caso di una persona che sale su una collina e che poi può discenderne. Questa è la mia personale visione basata su una corretta filosofia della vita» (Ibidem, 231).
Risvegliare un cuore “combattivo” è quindi il primo passo nella cura della malattia. È fondamentale avere lo spirito di lottare fino in fondo con la determinazione di vincere, di non farci sconfiggere dall’idea di essere malati. La cosa importante è perseverare nella fede con la convinzione non soltanto di riconquistare la salute, ma di acquisire attraverso questa prova ancora più fortuna e benefici. Questo è il potere della Legge mistica di trasformare il veleno in medicina.
Tuttavia, avere un cuore “libero dalla paura” non significa prendere la situazione alla leggera. Poiché la malattia potrebbe compromettere la nostra vita, che è sacra, è necessario intraprendere senza indugio tutte le azioni possibili per guarire e non esitare nel cercare la cura migliore; solo così si è coerenti con lo spirito del Sutra del Loto. Ciò che conta è che la determinazione del nostro cuore avanzi anche di un solo passo, mentre continuiamo a rafforzare la fede «giorno dopo giorno e mese dopo mese», come scrive il Daishonin (RSND, 1, 885).
Una forza vitale vigorosa, uno spirito combattivo e una cura efficace sono quindi di fondamentale importanza per affrontare la malattia. Ma quando una malattia è molto grave, o quando la lotta si protrae, iniziamo senza volere a nutrire dubbi e a rassegnarci. Alle persone indebolite dalla malattia che avevano perso la determinazione nella fede o si lamentavano di non essere ancora completamente guarite, Toda diceva: «Non è una questione di forma. Dobbiamo riversare la nostra vita nella preghiera al Gohonzon, dobbiamo incidere il Gohonzon nella nostra vita. Se recitiamo Daimoku con vera determinazione, possiamo superare qualunque malattia. Non potete pretendere di guarire da una malattia che persino i medici dei migliori ospedali non sono in grado di curare, senza dedicarvi completamente al Gohonzon. […] Quante centinaia di persone avete convertito a questo Buddismo? Quanto avete contribuito a far crescere il vostro capitolo? Dovete riflettere su questo. Se voltate pagina e vi dedicate a kosen-rufu anima e corpo, allora vi posso garantire che guarirete». Poi aggiungeva: «Se le vostre condizioni migliorano anche di poco, […] dovete praticare pieni di gratitudine, apprezzando profondamente anche il più piccolo miglioramento!» (Saggezza, 3, 232).
Myo significa mistico, al di là della comprensione. ­Riguardo alle virtù inerenti al singolo carattere myo, Nichiren scrive: «[Il Sutra del Loto è] come un grande medico in grado di trasformare il veleno in medicina» (RSND, 1, 405). Il Gran Maestro Miao-lo commenta: «Poiché può guarire ciò che è ritenuto incurabile, è chiamato myo, o meraviglioso» (Ibidem, 129). E poi: «Myo significa rivitalizzare, rivitalizzare significa ritornare a vivere» (Ibidem 132). Quando recitiamo Daimoku davanti al Gohonzon attiviamo dentro di noi la funzione del Bodhisattva Re della Medicina, ovvero la funzione della Legge mistica di curare le malattie del corpo e della mente e ristabilire l’equilibrio perduto. La fonte di questo potere di autoguarigione è la grande forza vitale del mondo di Buddità. Per risvegliare questo potere nella nostra vita è necessario pregare «con una determinazione tale da stimolare ogni singola cellula che forma il nostro corpo a rinnovarsi. Dobbiamo spronare all’azione tutti i sessanta trilioni di cellule che formano il nostro corpo scrive sensei . Da giovane mi venne detto che sarei vissuto solo fino ai trent’anni, ma io mi sono sforzato con tutto me stesso per kosen-rufu e, come risultato, ho allungato la mia vita. Ho sperimentato il passo del capitolo Durata della vita del Tathagatha che dice: “Ti preghiamo di farci vivere ancora!” e ne sono immensamente grato» (Saggezza, 3, 233).
«La vita è tenace – scrive ancora Ikeda è dotata dell’istinto di conservazione e del potere di guarire. La “medicina molto efficace” per manifestare queste qualità innate è la Legge mistica. In definitiva siamo noi che curiamo la nostra malattia, mentre la decisione di combatterla scaturisce dalla fede» (BS, 156, 12).

Dal Gosho

La buona medicina per tutti i mali (RSND, 1, 833)

«Non è detto che la malattia porti necessariamente alla morte. E, inoltre, la malattia di tuo marito forse è dovuta al volere del Budda; infatti il Sutra di Vimalakirti e il Sutra del Nirvana parlano di persone malate che raggiungono la Buddità, poiché la malattia stimola lo spirito di ricerca della via»

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Il prolungamento della vita (RSND, 1, 848)

«Se non sei disposta a fare sforzi per guarire, sarà molto difficile curare la tua malattia. Un giorno di vita è molto più prezioso di tutti i tesori del sistema maggiore di mondi, quindi, prima di tutto, devi dimostrare la volontà [di guarire]. […] Hai ancora molti anni davanti a te, e inoltre hai incontrato il Sutra del Loto. Se vivi anche un solo giorno di più puoi accumulare una fortuna ancora più grande. Quant’è preziosa la vita!»

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L’arco e la freccia (RSND, 1, 585)

«Sii profondamente convinta che la tua malattia non può durare e che non è possibile che la tua vita non venga prolungata! Prenditi cura di te e non affliggere la tua mente»

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Cari amici che lottate per trasformare il karma in missione

Alcuni incoraggiamenti di Daisaku Ikeda

Vivete fino in fondo, pregando risolutamente
La mia gioventù è stata una battaglia contro le malattie.
È per questo che ai giovani che lottano contro le malattie continuo a mandare un forte Daimoku, come se fossi in loro.
Nichiren Daishonin incoraggiò Nanjo Tokimitsu gravemente ammalato scrivendo: «Poiché sembra ormai sicuro che conseguirai la Buddità, il demone celeste e gli spiriti maligni stanno cercando di intimidirti per mezzo della malattia» (RSND, 1, 984).
Dal punto di vista del Buddismo c’è un profondo significato persino nelle malattie. Sono momenti di svolta, occasioni uniche per “trasformare il karma in missione” conquistando la condizione vitale del Budda per noi stessi e per gli altri.
Non dovete tirarvi indietro né intimorirvi.
In accordo con le parole del Daishonin: «La malattia stimola lo spirito di ricerca della via» (Ibidem, 833), vivete fino in fondo pregando risolutamente, facendo ardere ancora di più la passione della fede!

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Vinciamo affidando tutto al Gohonzon
Durante il lungo percorso della vita nessuno può evitare di incontrare le sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte, e può accaderci di soffrire anche per le malattie dei nostri familiari. Tuttavia noi abbiamo la Legge meravigliosa: proprio nei momenti di sofferenza leggiamo il Gosho e affidiamo tutto al Gohonzon.
Nichiren Daishonin afferma categoricamente: «Nam-myoho-renge-kyo è come il ruggito di un leone. Quale malattia può quindi essere un ostacolo?» (RSND, 1, 365).
Questo è il Buddismo che trasforma il veleno in medicina. Possiamo sempre trovare una via d’uscita.
Facendo tuonare il ruggito di leone che è il Daimoku, con la nostra vittoria disegniamo un’orbita di eterna felicità attraverso le quattro virtù, di eternità, felicità, vero io e purezza.

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Cari giovani amici, date un’importanza primaria alla salute!
Il mio maestro Josei Toda disse: «Chi ha vissuto una grave malattia sa come è profonda la vita».
Ciò vale anche per chi sostiene una persona malata standole vicino. Proprio quando superiamo dure prove riusciamo a costruire una condizione vitale ancora più profonda. Possiamo acquistare una salute migliore e rafforzare la nostra vita. Possiamo inoltre diventare capaci di comprendere le sofferenze altrui e incoraggiare gli altri con tutto il cuore.
Il Buddismo afferma che “tutti i tesori del sistema maggiore di mondi non possono eguagliare un giorno di vita” (cfr. RSND, 1, 848).
Cari giovani amici, per favore, siate saggi e date un’importanza primaria alla salute!
Io sto pregando affinché in ogni giorno della vostra preziosa gioventù facciate risplendere appieno il vostro supremo tesoro che è la vita.

(2 febbraio 2015)

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Intervista con Tamotsu Nakajima

La malattia è un’occasione preziosa per riflettere più profondamente sul valore della nostra vita, per risvegliarci alla nostra missione e vivere fino in fondo ogni singolo istante manifestando la Buddità

a cura di Alessandra Fornasiero

Qual è l’atteggiamento nella fede necessario per affrontare la malattia?

In generale il karma viene spiegato come un accumulo di cause create nel passato, e le difficoltà che ora incontriamo come l’effetto di queste cause. Ma, da un punto di vista più profondo, siamo noi che abbiamo scelto le difficoltà che incontriamo per poterle superare, per rivelare la nostra identità di Bodhisattva della Terra. Siamo nati nell’epoca di mappo (Ultimo giorno della Legge) per realizzare kosen-rufu, perciò niente di ciò che ci accade è casuale. Ogni situazione, compresa la malattia, è un’occasione per tirare fuori la nostra Buddità.
Il Buddismo parla di quattro sofferenze fondamentali: nascita, invecchiamento, malattia e morte. Nell’insegnamento tradizionale la nascita stessa è considerata la causa della sofferenza, ma questa è ancora una visione provvisoria: se pensiamo così, purtroppo diventa vero. In realtà, dal punto di vista di Nichiren Daishonin, la nascita è la causa per ottenere l’Illuminazione. Avere la vita significa avere la fonte della gioia. È un’occasione, la vita, per manifestare la nostra Buddità.

“Vincere” la malattia significa guarire?

C’è una mossa che viene insegnata nel judo: se l’avversario tira, tu spingi, se invece lui spinge, tu tira… In questo modo ha inizio il movimento. Finché le cose restano ferme, non si muove nulla. Il punto è imparare a utilizzare tutto ciò che abbiamo nella nostra vita, tutto quel che c’è. La malattia è un tipo di sofferenza. Il corpo umano è una magnifica fabbrica di medicine, finché funziona bene ha la capacità di curarsi, si regola da solo. Quando l’equilibrio naturale si rompe, iniziano le difficoltà. Comunque la malattia, fin dalla nascita, fa parte della nostra vita. Cosa significa allora “vincere” la malattia? Significa guarire? Anche se guarisci, prima o poi ti ammali di nuovo. Il punto quindi non è la malattia in sé, ma la sofferenza che ci crea. La malattia c’è sempre, se la utilizzi bene diventa positiva. Questo vale per qualsiasi sofferenza della nostra vita. Noi facciamo Daimoku e shakubuku per vivere bene. Pur avendo questa malattia, riesci a vivere bene? Questo significa “guarire”. È molto diverso se affronti la malattia praticando il Buddismo. Nichiren dice che “le illusioni e i desideri sono Illuminazione” e “le sofferenze di nascita e morte sono nirvana” (RSND, 1, 282). Recitando Daimoku fino in fondo, attraverso la sofferenza si ottiene l’Illuminazione. Questo è il potere di Nam-myoho-renge-kyo.
Nichiren ci ha lasciato questa pratica, il Gohonzon, ma tutto dipende dalla fede di ognuno, da quanto è profonda o superficiale. Lo spessore del ghiaccio aumenta gradualmente, man mano che la temperatura scende; anche la fede è così, accumulando l’esperienza aumenta la convinzione.

Nichiren afferma che «la malattia stimola lo spirito di ricerca della via»…

Quando si presenta una grande difficoltà la fede si risveglia all’improvviso, in un istante cambi atteggiamento, esce fuori la forza di lottare… Noi percepiamo solo questa vita, il momento presente, non vediamo il passato o il futuro. Per quanti anni tu possa vivere, il punto è come vivi questo istante. Bisogna fare il massimo sforzo adesso. La vita è talmente importante: cosa voglio realizzare?
“Ricerca della via” significa comprendere la vita. A volte la malattia è una questione di vita o morte, e quindi si lotta con più forza, è come un risveglio, ci si concentra davvero per risolvere e si comprende meglio il valore delle cose. Grazie alla malattia, tante persone riescono a fare grandi esperienze di fede. Quando ad esempio la sofferenza è di relazione, sei portato a cercare la soluzione all’esterno, sembra che il problema dipenda dagli altri, è più difficile riferirlo al proprio karma. Nel caso della malattia si affronta più seriamente. Chi ha vinto lottando fino in fondo racconta la sua esperienza con gratitudine, con grande gioia. Lottando in questo modo si arriva a sentire il valore della vita.
Un altro elemento fondamentale è creare la buona fortuna con il Daimoku: di qualsiasi problema si tratti, senza buona fortuna non risolvi.

Perché si parla di “demone” della malattia?

È chiamato “demone” perché ci mangia la forza vitale. I “demoni” non vogliono che gli esseri umani diventino felici, altrimenti perdono il loro nutrimento. Quando invece le persone soffrono, la loro forza vitale aumenta. Nichiren scrive: «Poiché sembra ormai sicuro che conseguirai la Buddità, il demone celeste e gli spiriti maligni stanno cercando di intimidirti per mezzo della malattia» (RSND, 1, 984). La malattia diventa un “demone” quando ti allontana dalla via. Tutto dipende da come reagisci. I “demoni” ci conoscono bene, sanno qual è il nostro punto debole e ci attaccano proprio su quello, non su un altro. Ci sono “dieci eserciti”[ref]Dieci eserciti del demone: desiderio, tristezza, fame e sete, attaccamento al piacere, sonno, paura, dubbio e rimpianto, collera, aspirazione alla fama e al guadagno, orgoglio e disprezzo.[/ref] diversi, pronti a intervenire.
Ciò che conta è come vivi attimo per attimo: vince il Budda o vince il “demone”? La malattia si affronta con spirito combattivo, decidendo di vincere fin dall’inizio; se stai lì a domandarti “come posso fare?”, perdi. Comunque, se fai il lavoro del Budda, se stai facendo tutto ciò che Nichiren ci dice di fare nell’epoca di mappo, se pratichi bene, sicuramente sei protetto. Nessuno può dire se lo stai facendo, solo tu puoi sforzarti in ogni istante di migliorare la tua fede. Da ora in poi, quindi, cura il tuo atteggiamento, cerca di credere davvero che vincerai e tira fuori sempre più convinzione.

Spesso quando una persona sta molto male ha un calo dell’energia vitale e comincia a dubitare…

Per questo è importante che chi le sta vicino continui a incoraggiarla, anche dicendo: «Dai su, recitiamo un po’ di Daimoku insieme», perché da sola non ce la fa; devi avere uno stato vitale alto, gioioso, per poterle trasmettere il tuo cuore. A volte i medici sostengono che non c’è niente da fare… Comunque finché c’è vita c’è coscienza, quindi bisogna continuare a incoraggiarla a creare la sua buona fortuna facendo Daimoku e shakubuku, in modo che riesca a manifestare la sua Buddità e possa rinascere nella prossima vita vicino al Gohonzon. Nichiren Daishonin scrive: «[…] una volta che prendiamo fede in questo sutra, tutte le colpe svaniranno come brina o rugiada al sole del Sutra del Loto» (Lettera a Niike, RSND, 1, 910). Il sole beneficia tutto ciò che esiste, ha il potere compassionevole di cancellare tutte le offese. Questo è il potere del Daimoku e dello shakubuku.
Ci sono tante esperienze di famiglie che hanno accompagnato fino all’ultimo istante con il Daimoku una persona cara. In questi casi la persona che se ne è andata sembra quasi che sorrida contenta, come se sognasse, e dopo la morte il corpo diventa colorito e morbido come fosse vivo! L’unica cosa che possiamo fare veramente per aiutare gli altri, anche per chi non c’è più, è recitare Daimoku.
In un libro di domande e risposte con il presidente Ikeda, c’è l’esperienza di una donna che ha iniziato a praticare a causa di un tumore. Grazie alla pratica il suo tumore è regredito a un solo centimetro, ma ogni tanto prova dolore e domanda se ciò sia dovuto alla debolezza della sua fede. Sensei le risponde che non è facile cambiare il karma: «Se pensi che sia un problema di fede, allora rafforza la tua fede! Ad ogni modo tu stai praticando, quindi diventerai sana e forte, riuscirai a vivere bene. Stai recitando Daimoku, perciò puoi cambiare il tuo karma». Per incoraggiarla sensei cita l’esperienza di un membro che aveva un tumore così avanzato che sembrava non ci fosse più nulla da fare: «Invece lui è guarito, dice, adesso ha l’energia di un giovane, è fortissimo. Bisogna avere fede, per ottenere la prova del cambiamento del karma bisogna pregare con forza il Gohonzon, non c’è altro modo. Guarda il tuo karma tranquillamente e utilizza il Buddismo per trasformarlo. Nichiren scrive: “Recitare Myoho-renge-kyo con la consapevolezza che non esiste alcuna differenza fra Shakyamuni […], il Sutra del Loto […], e noi persone comuni, significa ereditare la Legge fondamentale di vita e morte” (RSND, 1, 189). La tua vita è Myoho-renge-kyo: con questa convinzione trasformi qualunque cosa».
Tien-t’ai afferma che ci sono cinquantadue stadi della pratica. L’undicesimo stadio è quando cominci a credere davvero. A partire da lì, arrivi al cinquantaduesimo quasi automaticamente. Qualunque difficoltà emerga bisogna continuare a credere, ma solitamente iniziamo a dubitare. Cominciare è facile, ma arrivare fino in fondo è davvero difficile. Questo dipende dalla fede di ognuno, da quanto sei capace di continuare a lottare. Comunque bisogna basarsi sul Daimoku, non c’è altra via. «Sto facendo bene?: se dubiti di te stesso non risolvi. Perciò continua a credere, anche se viene fuori il dubbio continua a determinare di avanzare. Il demone ci attacca sul nostro punto debole e se non riesce a far breccia da una parte, ci attacca dall’altra… Dubitare è normale, ma se dai retta al dubbio ti allontani. Quindi continua a fare Daimoku e non farti influenzare.
Comunque, come Bodhisattva della Terra anche la malattia ci serve; non è che si possa evitare, anzi, è un arricchimento. Tutti ci ammaliamo, ma attraverso questa difficoltà possiamo migliorare, rafforzare la salute e manifestare la nostra Buddità. Qualunque cosa si risolve con il Daimoku. Comunque la vita è una, il punto è come risolvere la vita nel suo insieme, come vivere bene e diventare felici.

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Rendo omaggio alla mia vita

di Amelia Sparavigna

Quando ho iniziato a praticare avevo cinquantatré anni e pensavo che, a parte la pensione, nulla sarebbe cambiato. Ho ricevuto subito un beneficio dopo la prima ora di Daimoku: all’improvviso ho capito che tutto quello che avevo vissuto – la perdita dei miei genitori, sostenere la mia numerosa famiglia di origine (ero la prima di sette figli) – potevo viverlo non con la conosciuta pesantezza, ma con la leggerezza dovuta al fatto che tutto è una libera scelta. Questa riflessione, cioè imparare a leggere le cose che mi accadevano secondo la visione buddista della vita, mi ha accompagnato in tutte le mie difficoltà e sofferenze.
Nel 2004, dopo tre anni d’intensa pratica mi sono ammalata.
Mi sentivo sempre stanca a causa di una tosse stizzosa, che non mi faceva neanche più recitare bene Daimoku, e quindi ho cominciato a fare degli accertamenti. Pensavo d’essere stressata, visto che mi ero separata dopo trentatré anni di matrimonio proprio per armonizzare la mia vita ed essere felice.
La prima sentenza me la diede la radiografia: macchia al polmone, e i medici mi consigliarono ulteriori indagini.
È stata quella frase, “macchia al polmone”, che mi ha fatto pensare subito a un brutto male e, mentre tornavo a casa dal ritiro del referto, mi chiedevo: «Perché proprio a me? Come faccio a dirlo alle mie figlie?» e poi ancora: «Come devo vederla dal punto di vista del Buddismo?». Tutto il Daimoku che avevo fatto fino a quel momento mi ha aiutato a trasformare la paura in coraggio e a far emergere una forte determinazione: «Incoraggerò le mie figlie dicendo loro che sono una combattente e che fino alla fine non mollerò».
A maggio iniziai i controlli, le tac e altri esami. Il mio medico di base pensava si trattasse di tubercolosi e a luglio mi fece ricoverare in ospedale, dove rimasi per due mesi sottoponendomi a varie biopsie e broncoscopie. Mi venne diagnosticato un tumore: linfoma non Hodgkin al quarto stadio di malignità, praticamente la fine.
In questi due mesi di ospedale, da vera combattente, contribuivo alle attività nonostante la stanchezza: ero nello staff Corallo e la mia responsabile Barbara mi chiese di organizzare le squadre per le varie attività dello staff, tra cui le riunioni di studio con Katsuji Saito, così ero sempre al telefono e in contatto con le compagne di fede, che non mi hanno mai mollato. Inoltre decisi di parlare di Buddismo a tutte le persone ricoverate con me.
Cominciai la chemioterapia, quella tosta, poiché avevo tutti gli organi intaccati. Il linfoma era presente persino nel midollo spinale e quindi dovevo fare anche la chemio lombare – e la paura era paralizzante -, ma mi dicevo: «Chi è più forte? La paura o la mia preghiera?». Vedevo il terrore negli occhi delle mie figlie e dei miei familiari, ma alle loro voci tremanti rispondevo coraggiosamente e col sorriso. Non avevo paura perché mi ero posta degli obiettivi, facevo attività e perché recitavo notte e giorno, a volte anche solo con il pensiero. Decisi che a ogni riunione di discussione avrebbero partecipato due persone nuove, offrii la mia casa per le recitazioni a qualsiasi ora per tutti coloro che me lo avrebbero chiesto. Tutte queste decisioni fecero sì che il mio stato vitale fosse altissimo. Non pensavo alla mia morte, anzi si fece chiaro dentro di me la percezione che la è vita eterna, che ogni pensiero, parola e azione che avrei fatto da quel momento in poi sarebbero state per il mio futuro.
Mi sono affidata totalmente al Gohonzon e dopo solo sette mesi il linfoma è scomparso; mi proposero l’autotrapianto delle mie cellule staminali per diminuire la possibilità di recidive. Accettai l’operazione e da allora sono passati più di dieci anni e sono ancora qui a raccontarla.
Attraverso la malattia ho capito quanto ho vissuto senza onorare la vita, senza provare gioia. Da quando ho capito questo, il processo di guarigione, a livello veramente profondo, è iniziato davvero. Questo incoraggiamento del presidente Ikeda mi è servito a cambiare la mia concezione di vivere: «Non si può godere dei possedimenti materiali dopo la morte. Ma chi è ricco di forza vitale potrà utilizzare i tesori dell’universo esistenza dopo esistenza, godendosi un viaggio di eterna felicità. Questa è la vera vittoria nella vita» (Giorno per giorno, esperia, 15 aprile).

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L’unica lotta possibile

di Caterina Mameli

Ho incontrato il Buddismo diciassette anni fa quando decisi di prendere in mano la mia vita. Da allora ho sempre recitato molto Daimoku, cercando di mettere in pratica il Gosho ogni giorno. Le prime persone a cui ho parlato della pratica buddista sono stati i miei genitori, che oggi sono membri della Soka Gakkai. Un mese prima di ricevere il Gohonzon, mentre recitavo Daimoku, decisi di fare una visita ginecologica approfondita e, qualche giorno dopo, ricevetti un invito per aderire a uno screening ginecologico gratuito. Dopo due settimane mi convocarono in ospedale per comunicarmi la presenza di un tumore al collo dell’utero. Avevo paura di morire, ma volevo vivere e non lasciare soli i miei bambini.
Aprii immediatamente il butsudan ancora vuoto e decisi che avrei vinto a qualunque costo, e che la mia esperienza avrebbe incoraggiato quelle donne afflitte dal mio stesso problema. La certezza nell’enorme potere del Gohonzon non vacillò mai, neanche in quel momento. Questa determinazione asciugò le mie lacrime e tornò la gioia. Recitavo almeno tre ore di Daimoku al giorno e leggevo ancora più di prima il Gosho per scolpire le parole di Nichiren nel mio cuore: «Nam-myoho-renge-kyo è come il ruggito di un leone. Quale malattia può quindi essere un ostacolo?» (Risposta a Kyo’o, RSND, 1, 365) e: «Se manchi di fede sarà come tentare di accendere il fuoco con un’esca bagnata. Sforzati di raccogliere il potere della fede. Considera prodigiosa la tua sopravvivenza. Usa la strategia del Sutra del Loto prima di ogni altra. Allora “riuscirai […] a sconfiggere tutti gli altri nemici”. Queste auree parole non saranno mai contraddette. L’essenza della strategia e dell’arte della spada derivano dalla Legge mistica. Abbi profondamente fede in questo. Un codardo non potrà mai ottenere risposta a nessuna delle sue preghiere» (La strategia del Sutra del Loto, RSND, 1, 889).
Mi affidarono il Gohonzon l’8 dicembre del 1999 ed è stato come se fossi rinata. Avevo uno stato vitale simile a un leone pronto all’attacco.Tredici giorni dopo mi operarono per eliminare le zone invase dalla malattia. Tuttavia, al responso, il mio ginecologo mi disse che mi sarei dovuta operare nuovamente per asportare tutto. Non accettai questa drastica soluzione, volevo prima lottare. Insieme al ginecologo decisi, così, di ripetere l’esame istologico dopo un mese. Al controllo il tumore sembrava scomparso e, per quanto incredibile, non sarebbe stato necessario operarmi. Dopo tre mesi però la malattia ricomparve e dopo altri tre mesi, nonostante le cure e la mia determinazione di guarire completamente, il tumore era ancora lì. Tutto dipendeva ancora una volta dal profondo potere della mia fede, dal coraggio di essere quella che ero, dal coraggio di decidere di essere finalmente rispettata, di rimettere in discussione tutto quello che mi circondava. Decisi così di aumentare il Daimoku fino a sei ore al giorno, facevo attività, studiavo e parlavo di Buddismo alle persone che avevo intorno. Accettai la responsabilità di gruppo e offrii la casa per le riunioni di discussione. Intensificai le visite a casa per sostenere e incoraggiare i miei compagni di fede. Dopo dieci mesi, all’ennesimo controllo, il tumore non c’era più e oggi posso dire che è definitivamente scomparso dalla mia vita.
Se avessi dato ascolto alla paura di affrontare tutto questo da sola, non avrei mai potuto assaporare la gioia e il coraggio di diventare felice. Mentre mi trovavo in ospedale per essere operata, mi sentivo indomita, coraggiosa e pensavo a tutte le battaglie solitarie di Nichiren. Nel Gosho il Daishonin ci esorta a mantenere la determinazione e a rinnovare il voto di dedicare la vita a kosen-rufu e per la mia storia la decisione di credere al cento per cento è stata fondamentale. Vincere grazie al potere della fede. Tutto nella vita è nascita e morte, qualunque problema o limite personale. Grazie alla malattia ho scoperto e sperimentato che non c’è nulla che non possiamo cambiare e trasformare e la ringrazio profondamente perché mi ha permesso di scoprire il gioiello dentro di me e mi ha fatto attivare l’infinito potenziale che tutti noi indistintamente possediamo.

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Il coraggio che scorre nelle vene

di Vincenza Mandis

Dal 1997, anno in cui ho ricevuto il Gohonzon, ho vissuto tante belle esperienze soprattutto in famiglia. Invece questi ultimi cinque anni ho perso quattro dei miei sei fratelli: Elvio, Anna, Tito e Cesare. È stato un periodo triste, recitavo per trasformare la rabbia e il dolore, per superare il distacco, per capire il susseguirsi dei miei lutti.
A febbraio del 2010 dopo la morte di Tito il cardiologo mi disse che avevo un problema all’aorta, e che prima di tutto avrei dovuto superare il forte stress emotivo che stavo vivendo. Ma all’inizio dell’estate cominciai a sentirmi strana e lontana come se tutto fosse di passaggio e ovattato: avevo continui malesseri e non riuscivo a reagire. Ad agosto fui ricoverata d’urgenza al reparto di cardiochirurgia di Cagliari. Ero gravissima, praticamente più di là che di qua. Avevo una dissezione dell’aorta per cui dovevo subire un intervento molto delicato, i medici dissero ai miei familiari che avrebbero fatto il possibile per salvarmi ma di non farsi illusioni perché ero molto grave.
Tante persone recitarono per la mia felicità e il loro Daimoku si manifestò in una grande protezione: all’ultimo istante si liberò la sala operatoria e il chirurgo decise di posticipare le ferie. L’intervento durò sette ore accompagnato sempre dal Daimoku della mia famiglia e dei compagni di fede. Subito dopo il risveglio i medici mi fecero i complimenti per il coraggio mostrato e mi dissero che ero davvero pazzesca, con una fibra e una voglia di vivere eccezionale. Nei giorni successivi un infermiere recitò Daimoku con me.
Una volta a casa ero felice che l’operazione fosse andata bene, ma non riuscivo a superare l’angoscia e la tristezza per la morte dei miei fratelli. Ancora non capivo cosa dovessi cambiare nel mio modo di praticare per trasformare l’ansia che provavo. Mi sembrava che non avrei mai realizzato l’obiettivo di essere felice al di là di quello che mi stava succedendo. Decisi di mettere in pratica una frase di un discorso del presidente Ikeda: «L’inverno si trasforma sempre in primavera. Vivi pienamente la tua vita. Chi rimane saldo nelle proprie convinzioni sicuramente conseguirà la Buddità. Non puoi non diventare felice» (BS, 168, 24). Determinai di essere davvero felice.
Dopo solo un anno dall’intervento ricominciarono forti malesseri. Secondo i medici le visite di controllo erano positive e tutto andava per il meglio, ma a novembre cominciai ad avere tutti i giorni una strana febbriciattola che non accennava ad andare via. La cardiologa era molto perplessa dato che le visite di controllo erano andate bene. Cercai di tranquillizzarmi ma dopo due settimane avvertii di nuovo un forte dolore al petto. Fui ricoverata d’urgenza, la protesi che mi avevano applicato all’aorta stava cedendo e la valvola aortica era seriamente compromessa. Ad aggravare la situazione c’era quella febbre, segno che la protesi aveva creato un’infezione molto difficile da curare. I medici non capivano come potesse essere accaduta una cosa simile ad appena un anno dall’intervento. Mi operò il primario e l’operazione anche questa volta durò sette ore. Pochi minuti prima dell’intervento, nonostante la paura, feci Daimoku affidandomi completamente al Gohonzon, capii che dovevo essere più forte della paura e che volevo offrire la mia esperienza a tutti. Coltivare la propria fede è la cosa più importante, è la causa fondamentale per l’ottenimento di ogni genere di benefici. Il risveglio fu tormentato ma anche questa volta vinsi e sentii una meravigliosa leggerezza. Tutto era più chiaro: dovevo rinnovare ulteriormente la mia fede e liberarmi dalla zavorra di paure e dubbi che mi avevano sempre condizionato. Una fede che nasce e si rafforza attraverso l’esperienza ci rende piano piano sempre più liberi dalla paura di dover affrontare nuove difficoltà, spostando i nostri confini sempre più lontano.
Tornai a casa per Natale e il regalo più bello fu stare con la mia famiglia e poter sentire tutto il calore dei compagni di fede che mi avevano sostenuto.
A marzo 2012 morì Cesare il fratello più grande che per me era stato come un padre, un punto di riferimento. Ero triste e piena di sconforto, ma questa volta feci subito Daimoku per stare bene. Il sostegno di tutta la mia famiglia fu bellissimo. Molti vennero a trovarmi o mi telefonarono perché volevano essere certi che stessi bene e fossi serena. I miei nipoti, che mi erano sempre vicini, mi dissero che mi volevano molto bene e questo bastò a colmare il dolore. Cesare era anziano, aveva vissuto la sua vita in modo eccellente, io dovevo continuare a vivere la mia. Oggi sono sicura che incontrerò di nuovo tutti i miei fratelli perché la vita è eterna.
Rileggendo le parole di Nichiren «Poiché [nascita e morte] sono caratteristiche immutabili della vita nelle tre esistenze, non c’è nulla di cui dolersi o spaventarsi» (L’inferno è la Terra della Luce Tranquilla, RSND, 1, 405). Sento realizzarsi dentro di me l’eternità della vita: la morte non frena la mia esistenza ma fluisce con essa nel ritmo eterno dell’universo. Io ci sono e ogni istante della mia vita è prezioso.

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