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14 agosto 1947 - Il primo incontro tra il maestro e il discepolo - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 02:40

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14 agosto 1947 – Il primo incontro tra il maestro e il discepolo

Per ricordare il primo incontro tra il giovane Ikeda e il maestro Toda avvenuto il 14 agosto del 1947, riproponiamo in queste pagine alcuni brani dal volume 2 de La rivoluzione umana

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Per ricordare il primo incontro tra il giovane Ikeda e il maestro Toda avvenuto il 14 agosto del 1947, riproponiamo in queste pagine alcuni brani dal volume 2 de La rivoluzione umana

In una serata afosa di mezza estate, alcuni amici invitarono Shin’ichi Yamamoto a una riunione buddista.
«La sera del 14 agosto terremo una riunione sul tema della filosofia a casa mia. Perché non vieni?». «Filosofia?» chiese il giovane con aria dubbiosa.
Pronta fu la risposta di Sakata: «Si tratta di una filosofia della vita». […] «Chi terrà la lezione?».
«Il signor Josei Toda, una persona davvero unica. Allora, vieni?».
«Josei Toda? È un filosofo?». Guardava ora l’uno ora l’altro, incuriosito.
Mikawa prese l’iniziativa. «Insegna una filosofia che illustra chiaramente l’essenza della vita. Verrò qui a prenderti, dai, così andremo insieme».
«Va bene… posso portare qualche amico?». Sakata ne fu felicissimo: «Perché no? Portane quanti ne vuoi, verrò anch’io».
[…] Venne la sera del 14 agosto.
Erano quasi le otto quando Yamamoto arrivò alla riunione in compagnia degli amici. Sakata e Mikawa li fecero entrare e i giovani udirono ben presto la voce rauca ma energica di un uomo di mezza età. […]
L’atmosfera della riunione era completamente diversa da qualsiasi altra cui avessero preso parte in precedenza. Davanti a una piccola rientranza, un uomo con degli spessi occhiali e una fronte spaziosa parlava in tono fermo. Tra i partecipanti non c’erano solo giovani, ma anche casalinghe e uomini anziani o di mezza età, immobili e intenti ad ascoltare. L’atmosfera era tranquilla, ma pervasa da vigore e franchezza. Yamamoto e i suoi amici avevano pensato che si sarebbe trattato di una riunione di giovani. Alquanto perplessi circa la natura di quell’incontro, ascoltavano con attenzione, incapaci però di comprendere esattamente quanto veniva detto.
Yamamoto era colpito soprattutto dall’energia della riunione.
Toda in quel momento stava tenendo una lezione sullo scritto di Nichiren Daishonin Adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese. Una ragazza leggeva i passi del trattato a voce alta. […]
Shin’ichi guardava Toda e gli occhi di quest’ultimo a un certo punto incontrarono i suoi.
Il giovane si accorse ben presto che Toda aveva preso a osservarlo con attenzione.
Nei momenti in cui i loro sguardi si incontravano, Shin’ichi non poteva fare a meno di sfuggire, per timidezza giovanile, l’occhiata dell’altro. […]
Toda interruppe la giovane: «Va bene, per oggi basta così. Nel brano che abbiamo appena studiato il Daishonin illustra l’essenza della sua profonda filosofia. Lui solo raggiunse una comprensione assoluta del Buddismo e in questo sta la sua grandezza.
Anche se queste parole sono state scritte circa settecento anni fa, sembrano indirizzate direttamente a noi, che viviamo in questa epoca tormentata dalla guerra. Se non cerchiamo di risolvere i nostri problemi tramite il Buddismo, che si tratti di questioni personali o che riguardino l’intera nazione, non saremo in grado di costruire le basi della felicità.
Avendo fede nel Gohonzon il desiderio personale di ottenere l’Illuminazione sarà esaudito. Ma i vostri scopi devono anche tener conto delle famiglie, del paese e del mondo intero nel prossimo secolo, che sarà sconvolto da grandi trasformazioni. Il nostro desiderio è quello di rimuovere ogni genere di tragedia e di sfortuna dal nostro pianeta. È questo lo scopo del movimento di kosen-rufu. Possiamo farlo insieme?».
Alle risolute parole di Toda, i giovani risposero a gran voce: «Sì, signore!».
I più anziani annuirono rispettosamente. Shin’ichi Yamamoto era un giovane sincero, che non amava i giri di parole. La riunione aveva suscitato in lui un’emozione profonda. Diversi partecipanti fecero domande sui vari termini buddisti e Toda, dopo aver ascoltato con attenzione masticando della menta, rispondeva con chiarezza.
Quando la sessione di domande fu sul punto di finire, Eiko Mikawa si alzò in piedi e disse: «Signor Toda, ho portato con me Shin’ichi Yamamoto, che è stato mio compagno di scuola».
Yamamoto si inchinò rispettosamente. «Oh!» Gli occhi di Toda brillarono ed egli parlò come se si stesse rivolgendo al figlio di un amico. «Quanti anni hai, adesso?».
Invece di chiedergli semplicemente l’età, Toda aveva detto “adesso”. Sebbene si trattasse del loro primo incontro, sembrava rivolgersi a una persona già conosciuta. «Ho diciannove anni, signore».
«Diciannove! Io mi sono trasferito a Tokyo dallo Hokkaido a quell’età, ero un autentico ragazzo di campagna. Non avevo denaro né amici e mi sentivo solo. Ero molto confuso, una sensazione insolita per me». […]
Shin’ichi Yamamoto ruppe il silenzio con voce decisa.
Tutti gli occhi furono subito su di lui. «C’è qualcosa che vorrei lei mi spiegasse».
Toda aguzzò lo sguardo dietro gli spessi occhiali e fissò il ragazzo. «Certo, chiedi pure quello che vuoi».

La questione fondamentale della vita

«Signore, qual è il modo corretto di vivere? Più ci penso e più sono confuso».
Parlava con espressione molto seria, gli occhi spalancati. […]
«Bene, bene, questa è la domanda più difficile che potevi fare. Al mondo non c’è nessun altro che ti possa dare una risposta soddisfacente a questa domanda. Io sono in grado di dartela, perché sono stato abbastanza fortunato da vivere, in qualche misura, l’insegnamento buddista di Nichiren Daishonin».
La voce di Toda era tranquilla, rassicurante. «Nel corso della vita ognuno incontra molti problemi, come ad esempio nella situazione attuale, in cui è così difficile trovare un po’ di cibo. Nessuno è in grado di prevedere le sfortune che potrebbero colpirlo, difficoltà economiche, questioni d’amore, malattie, discordie familiari, guerre. Le persone soffrono fino al limite della sopportazione cercando di trovare una soluzione per questi innumerevoli problemi.
Ma in definitiva si tratta di questioni superficiali, come piccole increspature sull’acqua.
Ci sono sofferenze ben più gravi. Come è possibile risolvere il dilemma della vita e della morte? Non credi che sia il problema in assoluto più difficile?
Il Buddismo usa la definizione delle quattro sofferenze: nascita, invecchiamento, malattia e morte. Se non si riesce a trovare una soluzione per questi problemi, non è possibile vivere correttamente. […] Per quanto ci si sforzi di nutrire salde convinzioni, si deve venire a patti con questo triste fatto: il problema fondamentale della vita è inevitabile.
Nessuna filosofia ha mai dato una risposta piena e concreta a tutto ciò. Ecco allora che, per quanto la gente possa desiderare di vivere correttamente, non riesce a realizzare il suo obiettivo. Incapaci di trovare una soluzione alla questione centrale della vita, taluni si suicidano, affermando che la vita è incomprensibile. Altri cercano rifugio in futili piaceri o si rassegnano stupidamente al proprio destino.
Ma il Daishonin fornì una risposta esauriente al più difficile dilemma dell’esistenza.
Non solo, egli ci offrì un mezzo concreto grazie al quale qualunque persona può stabilire una condizione vitale attraverso la quale trovare la soluzione a questo problema. In quale altra dottrina possiamo trovare qualcosa di simile?».
Shin’ichi intuì all’istante che quella non era un’organizzazione di professionisti della religione. Sebbene apparisse come una delle tante scuole legate alla figura di Nichiren, c’era una differenza enorme rispetto ai tanti preti vestiti di bianco che in gioventù aveva visto sfilare per le strade suonando tamburi.
Toda stava proseguendo nella sua risposta: «Naturalmente è lecito chiedersi quale sia la via corretta nella vita però, se davvero hai del tempo a disposizione, sarebbe meglio impiegarlo praticando l’insegnamento di Nichiren Daishonin. Dopotutto sei giovane e grazie alla pratica riuscirai a comprendere che stai seguendo il sentiero corretto della vita. Questo te lo posso garantire».

Il significato della Legge mistica

Shin’ichi proseguì facendo altre domande come: «Che cos’è Nam-myoho-renge-kyo, che lei ha appena nominato?» a cui Toda rispose schiettamente.
«La risposta a questa domanda potrebbe non aver fine. I cosiddetti ottantamila insegnamenti del Buddismo non sono altro che un tentativo di spiegare Nam-myoho-renge-kyo. In breve si tratta della legge fondamentale alla base di tutti i fenomeni.
Tutto ciò che esiste nell’universo, le persone, le piante, il cosmo stesso, non è altro che una manifestazione di Nam-myoho-renge-kyo. È per questo che ha il potere di mutare anche il corso del destino umano». […]
Cominciavano a comparire diversi termini dal significato complesso. Shin’ichi non poteva fare a meno di provare un certo disagio, affacciandosi per la prima volta sul grande regno del Buddismo.
Toda proseguì: «Cercherò di spiegarmi meglio utilizzando alcuni termini buddisti. L’entità di Nam-myoho-renge-kyo non è altro che l’oggetto di culto che tu vedi qui. Il Gohonzon è la manifestazione della Legge di Nam-myoho-renge-kyo e della vita di Nichiren Daishonin. Shakyamuni insegnò nel Sutra degli innumerevoli significati, il prologo al Sutra del Loto, che dall’unica Legge originano infiniti significati. Questo termine si riferisce a Nam-myoho-renge-kyo, l’entità di ogni fenomeno, pensiero e filosofia. Tuttavia, anche dopo questa ulteriore spiegazione, voi che ascoltate non siete ancora in grado di comprendere pienamente il significato di questa Legge. La gente, ignorandone del tutto l’esistenza, viene trascinata dal proprio destino, nonostante tutti gli sforzi che compie per raggiungere la felicità. […]
Bene, per stasera può bastare. Se me lo chiedi posso proseguire nella mia spiegazione anche per tutta la notte, ma io mi auguro che tu, signor Yamamoto, voglia prima studiare un po’ per tuo conto».

Shin’ichi recita una poesia al suo primo zadankai

Toda si rivolgeva al giovane su un piano di assoluta eguaglianza, trattandolo come un adulto. Il tono delle sue parole e il suo atteggiamento erano molto sinceri. Shin’ichi Yamamoto non sapeva nulla del Buddismo, ma rimase molto colpito dalla franchezza di Toda. […]
Shin’ichi guardava Toda fisso negli occhi. Proprio in quel momento giunse a una decisione quasi improvvisa. “Che capacità di sintesi! Sembra che veda ogni cosa con chiarezza. Credo di potermi fidare di quest’uomo. Credo di poterlo seguire. Ha risposto alle mie domande in modo sincero ed esplicito, senza fronzoli. Che cosa significherà quest’uomo nella mia vita?”. […]
Quella sera erano venuti alla riunione tutti i responsabili principali della Soka Gakkai. […] Guardavano tutti Toda e il giovane Yamamoto, sperando ardentemente che questi decidesse di unirsi a loro.
Toda non parlava più. Yamamoto lo fissava intensamente, rosso in viso.
Fece per parlare di nuovo, ma cadde in un silenzio che rivelava un certo disagio.
Poi si alzò d’improvviso e disse: «Molte grazie, signore. Una massima cinese del Libro dei riti afferma: “Anche se sei d’accordo, dovresti ripensarci. Anche se non sei d’accordo, dovresti ripensarci”. Seguirò il suo consiglio di riflettere come ogni giovane dovrebbe fare e mi piacerebbe studiare sotto la sua guida, se solo lei me ne darà l’opportunità. Adesso vorrei leggere una poesia per esprimere la mia determinazione, in segno di gratitudine, anche se in realtà sono dei versi modesti…».
Toda annuì silenziosamente, tutti gli altri erano stupefatti. Shin’ichi chiuse gli occhi e cominciò a declamare i versi a voce alta:

Viaggiatore,
da dove giungi?
E qual è la tua meta?
La luna è calata,
ma il sole ancora non è sorto.
Nel caos dell’oscurità
che precede l’alba,
cercando la luce
avanzo,
per disperdere le nubi oscure
della mia mente,
per trovare un grande albero,
che non si pieghi
nella tempesta,
io emergo dalla terra.

I due amici di Yamamoto, che amavano la letteratura, applaudirono pieni di ammirazione. Anche gli altri partecipanti batterono le mani, rapiti dalle immagini. Erano alquanto sconcertati, “che strano ragazzo”, pensavano. Prima di allora non era mai capitato che qualcuno recitasse una poesia durante una riunione e nessuno aveva fatto caso al contenuto.
Nell’udire l’ultimo verso Toda sorrise felice.
Yamamoto ovviamente non sapeva nulla del termine buddista Bodhisattva della Terra.
Il verso gli era venuto in mente pensando al grande prodigio della natura, alla sua inarrestabile vitalità. Fra le rovine riarse spuntavano qua e là delle piante, man mano che passavano gli anni. Per diversi giorni aveva desiderato comporre una poesia dedicata all’incredibile potere della natura e la riunione aveva rappresentato un’opportunità per declamare i versi.

Toda si preoccupa della salute del giovane discepolo

Il giovane si sedette timidamente e Toda gli chiese: «Signor Yamamoto, sembri un giovane vigoroso, ma come va la tua salute?». Shin’ichi ne fu colpito. «Non tanto bene, signore. Ho dei problemi con i polmoni».
«Tubercolosi? Non ti devi preoccupare. L’ho avuta anch’io. Uno dei miei polmoni era ridotto male, ma ne sono guarito quasi senza rendermene conto. Devi mangiare molto pollo arrostito e parecchio riso. Devi anche dormire a lungo quando ti senti stanco. Ma non ti devi preoccupare, cerca solo di non trascurarti».
Dopo queste parole, Toda mormorò tra sé: «Diciannove anni! Bene, diciannove anni…».
Josei Toda sentì immediatamente una certa affinità con Yamamoto, che era comparso per la prima volta quella sera. Gli altri membri presenti si domandavano quello che provava.
Era abituato a riflettere profondamente sulle varie questioni, ma non aveva una solida costituzione fisica. La cosa lo angustiava. Avrebbe dovuto lottare ogni giorno contro la malattia e si chiedeva se sarebbe stato in grado di seguire correttamente per tutto il resto della sua vita la fede che aveva abbracciato.

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