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L’arte è di tutti - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 03:05

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L’arte è di tutti

L’arte è un prezioso strumento: per comprendere profondamente la realtà del proprio tempo, per percepire la nostra unità di singoli individui con tutto ciò che esiste, per creare legami sotterranei che generino la pace

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L’arte è un prezioso strumento: per comprendere profondamente la realtà del proprio tempo, per percepire la nostra unità di singoli individui con tutto ciò che esiste, per creare legami sotterranei che generino la pace

Quando ho cominciato a praticare il Buddismo nutrivo una paura nascosta. Quando la vita me l’ha consentito, mi è piaciuto scrivere, disegnare, leggere poesie, soprattutto tetre e intrise di dolore. Ma – pensavo – se diventavo felice, se tutti diventavamo beati e contenti, da dove sarebbe scaturita l’arte?
Per me, e la storia dell’arte me lo confermava, arte era sinonimo di sofferenza, di tormento, creativo, ma pur sempre doloroso.
A cosa poteva servire l’arte nel mondo di kosen-rufu se non c’era più dolore da sublimare?
Sarebbero poi bastati pochi anni di pratica buddista per capire che l’arte può essere il frutto anche della gioia e può produrre gioia. E che poi, comunque, praticando la sofferenza non svanisce, semplicemente la si cavalca invece di subirla. Dunque l’espressione artistica è a pieno titolo una facoltà di ogni essere umano, una componente della sua natura di Budda.
Ognuno di noi non dovrebbe negarsi la possibilità di portare la bellezza dell’arte nella propria vita, di comporre una poesia o un pensiero diverso, di ammirare la luna piena, di ridipingere una porta che si affacci sul mondo. Tutti dovremmo concederci di essere anche artisti. Ma cosa ha a che vedere questo sentimento con l’Arte con A maiuscola?
Il ruolo dell’arte come barometro della cultura contemporanea viene discusso da Daisaku Ikeda, presidente della SGI, e dallo storico e filosofo dell’arte René Huyghe nel loro libro L’alba dopo l’oscurità. Osservano che l’artista “sente” il clima prevalente di un’epoca – per esempio insicurezza, alienazione, frammentazione oppure speranza, piacere, soddisfazione – ancor prima del resto della società. Lo sanno bene i regimi oppressivi, tanto che l’arte è spesso il primo aspetto della cultura ad essere represso quando l’arroganza del potere si manifesta più palesamente.
L’arte rivela infatti le tendenze sotterranee dei tempi. Riflette i valori, i punti vista, gli ideali di una società e quindi è un’alta espressione di cultura. Osservando e studiando le opere creative comprendiamo più chiaramente sia il nostro tempo che il passato, le cause e le forze che hanno contribuito o contribuiscono allo sviluppo della nostra civiltà, che creano il nostro futuro, il nostro karma collettivo.
Nonostante ci siano stati dei periodi storici in cui ha prevalso una concezione dell’arte come capacità di rappresentare mimeticamente la realtà esteriore e in cui dunque prevalevano gli aspetti formali di ineccepibile levigatezza e perfezione sui contenuti, in tutto il Novecento si è affermata, in concomitanza con altre esigenze ideologiche e scoperte scientifiche, una concezione dell’arte che insisteva più sull’io dell’artista e sulle sue capacità espressive, attraverso le quali e – solo – attraverso esse, egli poteva aspirare a lasciare un segno artistico nel mondo.
In altre parole, il pendolo dell’arte si è vistosamente spostato dopo secoli di permanenza sul “non-io”, ovvero sulla realtà esterna all’uomo, (dall’arte greca all’arte neo-classica degli inizi dell’800), sull’“io” dell’artista e sulla capacità che esso manifesta, spesso in modo occulto, di percepire e rappresentare se stesso che sente.
Tutti gli schemi interpretativi e le regole della fruizione del bello si sono interrotte clamorosamente e il processo non si è ancora arrestato… tanto che molte sperimentalità tecniche e formali spesso prevalgono, offrendoci aspetti di un’arte in lotta contro la ragione e in termini non facilmente comprensibili a chi è rimasto a una concezione del bello imitatore della realtà.
È un dato di fatto – dice Ikeda – che i quadri “graziosi” sono più facili da affrontare da un vasto pubblico, perché richiedono un minore coinvolgimento personale e anche una inferiore cultura artistica da parte dell’osservatore.
Ma egli ci invita a vivere pienamente il nostro tempo e di esso fanno parte, a pieno titolo, le opere d’arte che anzi, spesso, nei loro frutti migliori ci offrono in anticipo il senso profondo della nostra epoca, anche se sembrano voler evitare contatti e dialoghi diretti con il grande pubblico.
Daisaku Ikeda sostiene anche, a proposito della funzione spirituale dell’arte, che ha un ruolo parallelo a quello della religione: permettere agli esseri umani di cercare costantemente di approfondire la comprensione del significato e dello scopo della vita, nel condividere le esperienze di vita dell’artista.
Riguardo a ciò, René Huyghe crede che ogni vita umana si situi nell’intersezione di due dimensioni: tempo e spazio. Lo spazio è il mondo fisico in cui abitiamo e il tempo è il nostro mondo “spirituale”. Secondo lui è questa intersezione che nell’artista, che percepisce in modo sensitivo e profondo il proprio tempo, dà origine alla creatività o arte.
Questo aspetto è molto vicino alla spiegazione buddista della vita che è composta da un aspetto fisico e uno spirituale, entrambi manifestazioni dell’aspetto essenziale (ke, ku e chu). Secondo il Buddismo, è l’aspetto essenziale o universale che fa sorgere l’impulso creativo il quale si manifesta sia nell’aspetto materiale che in quello spirituale ed è incarnato dall’opera che l’artista produce.
In conclusione, il significato di un’opera d’arte, come per qualsiasi altra cosa della vita, può variare da aspetti più umili e quotidiani a qualcosa di grande e universale. L’intenzione che è implicita in un’opera è decisiva: più è grande, più profondamente coinvolge e impegna l’osservatore e il pubblico, più genera soddisfazione e arricchimento interiore.
Secondo il presidente Ikeda la differenza tra arte banale e grande arte sta nella misura in cui l’artista è un vero creatore e innovatore. Ciò dipende da quanto è connesso con la profondità dell’essere del suo tempo e riesce a esprimere la forza creativa che fa sì che nasca qualcosa di nuovo in grado di arricchire la conoscenza e l’esperienza umana.
Egli ritiene che questo possa accadere quando l’artista lotta per approfondire, sviluppare e migliorare il proprio mondo interiore.
L’arte, poi, sicuramente implica la bellezza. Ma non si tratta della nozione di bellezza che normalmente impieghiamo nella vita quotidiana e che comporta un’idea di misura e di armonia dei tratti. Dal Buddismo apprendiamo invece che tutta la vita è un’espressione o manifestazione della vera entita, anche lo stagno fangoso che dà nutrimento al fiore di loto. Se l’intento dell’artista è di arricchire la conoscenza e l’esperienza umana, lo stagno fangoso può scintillare di bellezza!
È questo un diverso concetto di bellezza che interrompe i canoni affermati e consueti dell’arte tradizionale.
Infine Ikeda afferma: «L’arte unisce le menti degli uomini ed è una forza fondamentale che apre brillanti prospettive per il futuro dell’umanità».
Tutti i fenomeni sono in costante mutamento secondo leggi precise: fondendosi e disperdendosi, generano accordi e dissonanze. Le loro risonanze e i loro riflessi sviluppano il grande dramma della vita. L’arte e la letteratura hanno il potere di riprodurre quella rappresentazione in tutta la sua luce e maestosità: tra i più nobili campi di azione umana, aprono la porta a sconfinate felicità, compassione e saggezza di cui la vita universale è colma e ci avvicinano al potere della creatività.
Il contatto con l’arte ci fa sentire una sola cosa con l’umanità, con il mondo della natura e l’universo. Infatti le opere d’arte sono espressione degli individui, dei popoli e dei tempi in cui sono stati creati. Sono inni dell’anima e frutto delle azioni di persone ispirate dal contatto con la vita universale. Venire a contatto con la grande letteratura, la grande pittura o la musica ha il potere di evocare profonde emozioni, sentimenti di realizzazione e gioia nel sapere che le nostre vite sono stimolate e si espandono al dinamico ritmo della vita universale.
Condividere con gli altri il contatto con il ritmo della vita universale, attraverso l’apprezzamento dei capolavori artistici genera un sentire comune e una solidarietà spirituale che può unire le persone d’ogni luogo.
Vivere l’arte ci fa raggiungere la nostra profonda umanità e ci riporta a una condizione in cui tutti gli individui sono posti sullo stesso piano di eguaglianza, senza limiti di sorta. Per questo il presidente Ikeda ci stimola a misurarci con le opere d’arte, a sviluppare la nostra concezione estetica (che spesso non sappiamo nemmeno di possedere), a fare della nostra stessa vita un’opera “bella e buona”, a maturare dentro di noi l’idea di compassione e di pace universale che non può non scaturire dalla contemplazione ammirata di tante meravigliose opere d’arte.
Ikeda e Galtung affermano infatti che «l’arte e la letteratura sono reali strumenti di pace perché il sapere e l’esperienza acquisiti per tramite loro, apprezzandole e condividendole con gli altri, sviluppano la non violenza, la compassione, la fiducia, la solidarietà, la bellezza, l’ampiezza di vedute, intensificando la consapevolezza della natura e dei bisogni dell’umanità» (Scegliere la Pace, Esperia, 1996, pagg.17-18).

hanno collaborato:
Raffaella Faggioli e Adriana Miniati

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Le mie rose sbocciano di notte

Da anni sentivo che avevo una certa creatività, legata a qualcosa di manuale, ma non riuscivo a capire cosa dovevo fare. Ho provato con la pittura, con la moda, l’arredamento … facevo degli accenni che però morivano lì.
Desideravo che emergesse la mia creatività, ma essendo affetta da una grave malattia, il problema più urgente era quello.
L’anno scorso ho recitato molto Daimoku e un giorno, mentre giocavo con della mollica di pane, ho fatto una rosellina. Un’amica che l’ha vista mi ha chiesto di farle il bouquet: è risultato meraviglioso. Continuavo a fare rose diverse nella forma e sempre più belle. Poi mi sono venute sempre più idee. Ho realizzato una lampada coi bottoni e altre cose tanto che ho allestito due piccole mostre con oggetti di Das, composizioni con vari oggetti, gioielli di pane, collane. Ero così soddisfatta, sia di riuscire ad esprimere la mia creatività sia che le mie cose piacessero, da lavorare anche di notte. Non so questa ricerca in cosa sfocerà; per ora ho fatto bouquet da sposa, bomboniere, palle di Natale, tutto col pane. Certo ora mi esprimo, mentre prima ero soffocata. Tutto dipende dal Daimoku che permette di far emergere una potenzialità che sentivo ma era repressa. Nemmeno io credevo che avesse una valenza artistica. Ora la mia mente spazia e ho tirato fuori una parte di me invece che tenerla chiusa dentro. E ho in previsione di realizzare altre mostre.
Il bello è che non ho tolto niente alla famiglia (sono sposata e ho due bambine). Ho cominciato facendo i miei lavori di notte: quelli erano i miei tempi, i miei spazi, i momenti bellissimi. La chemioterapia con cui mi curo provoca una forte stanchezza, ma a me piace talmente quello che faccio che resto sveglia fino all’una di notte. Di giorno faccio la casalinga, la mamma, e di notte creo gli oggetti, in un tempo che è tutto per me. Non so dove arriverò. Ah, mi sono dimenticata, alle mostre ho venduto tutto quello che ho esposto!
Roberta Frattarelli, 42 anni

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La gioia degli occhi

Ho la passione della scrittura da quando sono ragazzina, ma scrivevo per me, senza pensare che potesse diventare una cosa seria.
Dopo che ho iniziato a praticare il Buddismo, invece mi è nata la voglia di dipingere e così ho cercato un pittore che mi insegnasse. Mi sono avvicinata ai colori e ogni anno proponevo al mio insegnante una tematica diversa. Seguivo le idee che mi venivano dai temi di cui mi interessavo e facevo una specie di immersione nei colori. Sentivo che i colori che avevo dentro venivano fuori. Tutto questo so che è dipeso dalla meditazione davanti al Gohonzon, che ha tirato fuori qualcosa che già era dentro di me. Ora questa creatività si è aperta; so che è sempre lì e mi fa guardare la realtà in modo differente. La chiamerei la gioia degli occhi: fermo la realtà prima che passi e colgo l’attimo così com’è.
Ad esempio, prima di praticare raccoglievo i disegni più belli dei miei figli e li incorniciavo, cercavo l’arte nelle cose che mi circondavano, negli altri. L’arte ce l’avevo già dentro, ma non usciva. Ora, a cinquant’anni, ho scoperto la pittura e me lo spiego solo con l’apertura provocata dal Gohonzon.
Per quanto riguarda la scrittura, “per caso” mi sono capitati i bandi di alcuni concorsi di poesia e, grazie alla pratica ho trovato il coraggio di iscrivermi. E ho vinto due premi.
In passato non avrei mai pensato di pubblicare quello che scrivevo, mi fermavo davanti alle difficoltà, facevo leggere le mie poesie agli amici, ma poi lasciavo perdere.
Un’altra soddisfazione è che sono riuscita a far scrivere racconti ai miei allievi. Racconti con trame e parole tutte loro.
Ho capito che l’arte fa parte della vita, che non è una cosa astratta. Il Buddismo fa emergere questo aspetto e rende originali. Penso che tutti abbiano questa potenziale creatività, che rimane inespressa e repressa.
Mirella Raschi, 56 anni

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La valvola delle idee

Ho recitato Daimoku per far emergere la mia creatività che gli altri vedevano ma io sentivo bloccata. Diversi anni fa, prima di praticare il Buddismo, creavo vestiti per venderli, ma era stata un’esperienza negativa che mi aveva segnata e avevo paura di non essere capace di gestire più niente.
A un certo punto mi sono messa davanti al Gohonzon senza paura di confrontarmi con me stessa. E la mia creatività è riesplosa. Ma dove cominciare? Ho iniziato con le borse usando materiali strani, poi sono arrivati gli incontri giusti che mi aiutavano a migliorare. I negozi hanno comprato subito le mie borse, ma le mie paure, implacabili sono riemerse. Questa volta però sono andata avanti e l’attività si è allargata. È come se si fosse aperta una valvola e la creatività ha cominciato a scorrere con sempre nuove idee. Una volta che la valvola si apre, non si chiude più. È un po’ come un muscolo da allenare. Lo sforzo davanti al Gohonzon funziona perché fa emergere tutte le potenzialità. Per me è stato importante superare i miei limiti, la timidezza, la pigrizia, varie paure. È come una paura sottile che la vita si espanda e che io interpreto come la lotta tra la Buddità e l’oscurità. Da una parte c’è il coraggio di buttarsi e dall’altra c’è la paura di buttarsi. È anche una questione di responsabilità. Prima avevo l’impressione che la concretezza potesse bloccare la creatività, perché alla base avevo l’idea errata che la creatività fosse astratta. L’arte invece è anche lavoro. Viversi la creatività nell’astrazione è sognare, invece l’astrazione che diventa realtà è mettersi a disposizione. Profondamente io ho trasformato questo vivere fuori o dentro la realtà.
Nina Tamaro, 40 anni

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