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Lettera a Domyo Zenmon - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 02:41

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Lettera a Domyo Zenmon

Domyo Zenmon Gosho (Shishu Kito Gosho)
Gosho Zenshu pag. 1242
Gli scritti di Nichiren Daishonin vol. 8 pag. 99

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Domyo Zenmon Gosho (Shishu Kito Gosho)
Gosho Zenshu pag. 1242
Gli scritti di Nichiren Daishonin vol. 8 pag. 99

Ho ricevuto la lettera in cui mi chiedi di pregare per tuo padre, e io presenterò le preghiere davanti al Budda. Riguardo alle preghiere, vi sono preghiere visibili con risposte visibili, preghiere visibili con risposte invisibili, preghiere invisibili con risposte invisibili e preghiere invisibili con risposte visibili. Tuttavia, la cosa essenziale è che, finché hai fede in questo sutra, tutti i tuoi desideri si realizzeranno nell’esistenza presente e in quella futura. Il terzo volume del Sutra del Loto afferma: «Anche se vi sarà Mara con il suo popolo, tutti proteggeranno la Legge del Budda»[ref]Sutra del Loto, cap. 6. I demoni che compaiono nelle scritture buddiste, il più temibile dei quali è Mara, il Demone del sesto cielo, sono le funzioni che ostacolano o bloccano la pratica buddista.[/ref]. E il settimo volume afferma: «…la sua malattia svanirà immediatamente e non vi sarà né vecchiaia né morte»[ref]Ibidem, cap. 23. La frase completa dice: «Se uno è malato e può udire questo sutra, la sua malattia svanirà immediatamente e non vi sarà vecchiaia né morte».[/ref]. Non devi dubitare di queste auree parole.
Ho molto apprezzato la visita di Myoichi Ama[ref]Myoichi Ama: una seguace del Daishonin, che viveva a Kamakura. Era parente di Ben Ajari Nissho, uno dei “sei preti anziani”. A lei è indirizzato il Gosho L’inverno si trasforma sempre in primavera.[/ref] su queste montagne e le ho dato un rotolo scritto che vorrei tu leggessi.
Nam-myoho-renge-kyo,
Nichiren

Il 10 agosto del secondo anno di Kenji (1276). Segno ciclico hinoe-ne.

Cenni storici

Questa lettera di incoraggiamento fu scritta al prete laico di nome Domyo (Zenmon è equivalente a Nyudo che significa prete laico), nel periodo in cui Nichiren risiedeva a Minobu, nel 1276, qualche anno prima della iscrizione del Dai-Gohonzon. Non si sa esattamente chi fosse Domyo ma di certo conosceva bene Myoichi Ama, una credente molto vicina al Daishonin e tramite lei aveva chiesto a Nichiren di pregare per il padre malato.

Spiegazione

Ho ricevuto la lettera in cui mi chiedi … e io presenterò le preghiere davanti al Budda.

Sicuramente si può pregare per gli altri, ma non “al posto” di altri. Non abbiamo il potere di trasformare il karma degli altri, ma possiamo, e dobbiamo, sostenere la loro rivoluzione umana. Ed è quello che fa Nichiren in questo Gosho: prega per il padre di Domyo, ma al tempo stesso lo esorta, lo incoraggia a credere profondamente in Nam-myoho-renge-kyo. Infatti, quando si rivolge a discepoli di forte fede, li sostiene e recita per loro, ma quando essi dubitano, o mancano di fede, o sono negligenti, li esorta dicendo: «Non importa quanto forte Nichiren possa pregare per te, se manchi di fede sarà come tentare di accendere un’esca bagnata» (La Strategia del Sutra del Loto, SND, 4, 194-5). Ovviamente, nel caso di persone impossibilitate a praticare, come la bambina malata di Shijo Kingo, oltre a incoraggiare i genitori con forza, Nichiren scrive: «…sto pregando con tutte le forze gli dèi affinché la proteggano…» (Risposta a Kyo’o, SND, 4, 149-50). Da questa frase si capisce che i problemi degli altri diventavano i suoi problemi e che Nichiren riversava nelle preghiere per i suoi discepoli tutta la determinazione che aveva. Questo ci serve da esempio nella nostra vita quotidiana.

Riguardo alle preghiere, vi sono preghiere visibili … e preghiere invisibili con risposte visibili.

Con preghiera, nel Buddismo di Nichiren, s’intende la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo di fronte al Gohonzon. Certo una simile pratica è alquanto differente dal tipo di preghiera alla quale siamo abituati noi occidentali, e alcuni preferiscono parlare di “meditazione”, senza per questo intendere un’astrazione dall’ambiente circostante né qualcosa che coinvolge solo la nostra mente. Inoltre non siamo neanche abituati a pregare per soddisfare i nostri desideri, spirituali o materiali che siano. Ma, dice il presidente Ikeda, «unire le mani in preghiera è una delle azioni umane più nobili e più degne di rispetto» (Protagonisti, 2, 39). Infatti, una prima difficoltà che alcuni principianti trovano è quella di non riuscire a mettersi degli scopi concreti, questo perché temono di essere troppo materialisti o egoisti, come se offendessero qualcuno o qualcosa. In questi casi è importante incoraggiarli invece a sperimentare subito il potere del Gohonzon, qualunque sia il desiderio o la sofferenza. Questo permetterà loro di costruire quel bagaglio di esperienze concrete che sono la base per poter aver fiducia nel fatto di essere dei Budda. E comunque Nichiren ci assicura che ogni nostra preghiera otterrà una risposta, come si legge nel Gosho Sulle preghiere: «Può accadere che uno miri alla terra e manchi il bersaglio, che qualcuno riesca a legare i cieli, che le maree cessino di fluire e rifluire o che il sole sorga a ovest, ma non accadrà mai che la preghiera di un devoto del Sutra del Loto rimanga senza risposta» (SND, 9, 182-3).
In particolare, il Gosho a Domyo Zenmon spiega che sia le preghiere sia le risposte alle preghiere si articolano in visibili e invisibili, a seconda della nostra consapevolezza. Quando preghiera e risposta sono visibili non c’è bisogno di spiegazioni. Quando invece preghiamo per ottenere qualcosa di preciso ma non si manifesta alcuna risposta, prima di dubitare bisognerebbe forse renderci conto che, anche se la simultaneità di causa ed effetto garantisce che latente dentro di noi si è formato immediatamente l’effetto, esso si manifesterà solo al momento più giusto per noi o comunque quando noi, oltre a recitare, compiremo delle azioni per far sì che la causa esterna incontri la causa interna. Questo tempo che intercorre è “propedeutico” al godimento del beneficio in tutta la sua portata e ci permette di realizzare una vittoria molto al di sopra delle nostre aspettative. Se realizzassimo tutte le nostre preghiere quando il tempo, a nostro modo di vedere, è maturo, molte di queste risulterebbero dannose per la nostra vita, vuoi perché saremmo ancora impreparati per la loro realizzazione, vuoi perché la risposta che vogliamo noi potrebbe risultare addirittura dannosa per la nostra vita nel lungo periodo. L’esempio più lampante riguarda il campo sentimentale: essere innamorati di una persona non ne fa la persona più giusta per noi, Piuttosto che recitare Daimoku per “avere” lui o lei sarebbe meglio recitare per diventare delle “persone di valore”, felici e a proprio agio qui e ora. Il tempo che intercorre ci permette di “pulire” ulteriormente il nostro specchio così che la migliore visuale ci indirizzi verso colui/colei con il/la quale possiamo crescere e costruire una vita veramente degna di essere vissuta. Inoltre possiamo “approfittare” del tempo che abbiamo per trasformare ulteriormente il nostro karma, impegnandoci di più nella propagazione e nel perfezionamento di noi stessi; ciò porterà ulteriori benefici che arricchiranno ancora di più il nostro cuore, rendendoci migliori.
Talvolta invece otteniamo qualche beneficio inaspettato senza che, apparentemente, lo avessimo cercato. In questi casi, a volte, tramite l’introspezione comprendiamo che il beneficio è la risposta ad un nostro desiderio inconsapevole, e rendersene conto ci serve a migliorare la conoscenza di noi stessi indispensabile per la nostra rivoluzione umana.
Infine, quando sia la preghiera che la risposta sono invisibili significa che la nostra preghiera costante è in grado di indirizzare positivamente la vita ad un livello molto profondo. Il presidente Ikeda ne da una semplice spiegazione: «Il beneficio che otteniamo recitando Daimoku consiste sia dei benefici visibili sia di quelli invisibili. Il beneficio visibile si riferisce a quei casi in cui siamo palesemente protetti nei momenti di difficoltà e riusciamo a trovare una rapida soluzione a un problema che stiamo affrontando. I benefici invisibili invece sono paragonabili alla crescita di un albero. Poco a poco accumuliamo la fortuna, ed essa si manifesta gradualmente nel corso del tempo. Nella vita, sono i benefici invisibili che contano di più. I benefici visibili all’occorrenza possono aiutare, ma ciò che è realmente importante nella vita è risultare vincitori alla distanza» (Protagonisti, 2, 48).
La questione da porsi è fino a quando continuare a pregare, in assenza di risposte visibili. La risposta che tutti ci siamo sentiti dare e che ha lasciato tutti lì per lì un po’ sconcertati è: «Fino alla fine», «Vai fino in fondo». Ma come posso riconoscere che sono andato fino in fondo? Come posso sapere a che giorno del mio viaggio sono? Nonostante quello che tutti abbiamo pensato queste domande sono dei falsi problemi, quando citiamo la frase di Lettera a Niike sul viaggio da Kamakura a Kyoto a noi importa solo di vedere quella agognata luna, ma tutti possono arrivarci prima o poi, bisogna vedere se si sono goduti il viaggio, e se durante hanno fatto conoscenza con tutti gli altri viaggiatori e grazie a questo hanno arricchito la propria vita, condividendo gioie e dolori. Possono esservi molti motivi per la mancanza dei risultati che noi vogliamo, tuttavia l’importante è continuare a pregare qualunque cosa accada. Le nostre preghiere si realizzeranno nel momento migliore e nella forma più adatta a noi.
È bene non avere fretta, perché la vittoria o la sconfitta definitiva si decidono alla fine. Occorre anche avere la saggezza e l’umiltà per riconoscere in noi stessi ossessioni o eccessivi attaccamenti e pregare per quegli scopi che recano valore alla nostra vita. A tal fine occorre portare avanti, davanti al Gohonzon, quel processo di conoscenza di noi stessi che è indispensabile per progredire. Con ciò non s’intende assolutamente affermare che si può pregare solo quando si è “puliti” o quando il nostro atteggiamento è inappuntabile. Davanti al Gohonzon si va con sincerità, come si è e comunque ci si senta. Ogni preghiera è lecita e nessuno può prendersi la libertà di sindacare sulle preghiere altrui. D’altra parte il principio buddista di origine dipendente (engi) afferma che l’esistenza stessa dell’io è subordinata ad una rete di relazioni e pertanto è importante chiedersi quale impatto le nostre preghiere, e le future risposte, possano avere sulle altre persone: sui nostri compagni di fede, sui familiari, sui nostri amici… A questo proposito, il presidente Ikeda, durante la sua conferenza L’età del potere morbido, tenuta presso l’Università di Harvard nel settembre 1991, trattando dei problemi coniugali affermò: «Incoraggio le coppie infelici a ricordare che, da una prospettiva buddista, è impossibile costruire la felicità personale sulla sofferenza degli altri. Simili situazioni richiedono pazienza e una riflessione a volte dolorosa […] in un mondo in cui le relazioni interpersonali stanno diventando sempre più fragili, maggiori dominio di sé e disciplina concorrerebbero a restaurare e rigenerare sentimenti in via di estinzione, quali l’amicizia, la fiducia e l’amore, perché senza questi non vi possono essere legami soddisfacenti e significativi tra gli individui» (D. Ikeda, Un nuovo umanesimo, ed. Esperia).

Tuttavia la cosa essenziale è che finché hai fede … nell’esistenza presente e in quella futura.

Qui Nichiren sottolinea l’importanza della fede. È importante fare un’analisi puntuale dei termini sanscriti che sono tradotti con “fede”. Quest’analisi è presente nel quarto capitolo del primo volume della Saggezza del Sutra del Loto in cui si studiano le parole sanscrite che possono essere tradotte con “fede”. La prima è sraddha che esprime un sentimento di devozione nei confronti di ciò che è inspiegabile. Il Sutra Kegon definisce sraddha come “base della pratica” e “madre dei benefici”. È quel tipo di fede a cui si risveglia il principiante ai primi benefici. Possiamo dire che sraddha ha a che vedere con lo stupore e la meraviglia. Il secondo termine è adhimukti, che può essere tradotto con “fede e comprensione” e letteralmente significa intenzione o inclinazione e richiede di dirigere la propria mente, o la propria volontà, verso un obiettivo. È un tipo di fede più razionale e consapevole della prima; d’altra parte lo stesso Nichiren ha sempre segnalato che il Buddismo è ragione. C’è ancora un altro termine sanscrito per fede, prasada, che esprime l’idea di purezza e di chiarezza e che può essere tradotto in cinese con due caratteri che significano fede pura, e infatti la funzione della fede è quella di purificare la mente e, aggiungeremmo noi, di aprire il cuore. I tre tipi di fede possono essere così riassunti: quando iniziamo a praticare proviamo un senso di meraviglia (sraddha), attraverso poi il processo di fede e comprensione (adhimukti) coltiviamo la nostra vita fino a sviluppare la consapevolezza dell’uguaglianza e della dignità di tutti gli esseri viventi, la pura fede indicata dal termine prasada. Il presidente Ikeda afferma che sraddha e adhimukti sono contenute in prasada e puntualizza anche che il rapporto tra questi tre aspetti della fede non è lineare, ma dinamico nel senso che anche dopo tanti anni di pratica è importante riuscire ancora a provare lo stupore del principiante e, viceversa, anche un neofita può subito accedere alla fede pura. Nel corso degli anni, attraverso tante esperienze possiamo arrivare a vivere le parole di Nichiren: «Ciò che chiamiamo fede non è niente di straordinario. Come una donna ama il marito, come un uomo dà la vita per sua moglie, come i genitori non abbandonano i figli o come un figlio rifiuta di lasciare la madre, così aver fede significa riporre fiducia nel Sutra del Loto, in Shakyamuni […] e recitare Nam-myoho-renge-kyo» (Il significato della fede, SND, 7, 209).

Il terzo volume del Sutra del Loto afferma: «Anche se vi sarà … non vi sarà né vecchiaia né morte».

Qui Nichiren non intende affermare che i praticanti sono liberi dalle sofferenze e dalla morte, il suo scopo è quello di farci comprendere il potere rivitalizzante di Nam-myoho-renge-kyo. Per quanto riguarda le malattie il Buddismo distingue tra la malattia stessa, che è un fatto naturale, ed il demone della malattia, cioè quella funzione negativa che toglie energia al malato e che insinua il dubbio nella fede (Cfr. Saggezza, 4, capitolo Bodhisattva Re di Medicina). Di fronte a qualsiasi tipo di problema, non necessariamente di salute, Nichiren ci esorta a liberare “la nostra nave” dal dubbio. Qui il Daishonin non intende affermare che solo chi non ha dubbi può ottenere benefici in quanto ogni persona ragionevole nutre dubbi, ed è bene che sia così! Il dubbio va inteso come ostacolo da superare: ciò che non è corretto è attaccarsi ai propri dubbi e farne un abito mentale. Nichiren, nel trattato L’apertura degli occhi, descrisse la sua lotta spirituale contro il dubbio di non essere il devoto del Sutra del Loto, lotta sostenuta con le armi dello scetticismo e dell’autoironia. Il Daishonin usò questo dubbio, lo superò e di conseguenza abbandonò la sua identità provvisoria rivelando quella vera (hosshaku kempon). Allo stesso modo noi possiamo usare i nostri dubbi per accedere ad una fede più profonda e fare la nostra rivoluzione umana.

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