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Senza rancore - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 03:15

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Senza rancore

Cinzia Gorini, Santa Marinella (RM)

«…decido di aiutare i miei genitori, di non fuggire come avevo fatto in tutti questi anni. Avevo bisogno di coraggio e l’ho trovato perché non ero più indifferente ai loro problemi, anzi ne soffrivo»

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«…decido di aiutare i miei genitori, di non fuggire come avevo fatto in tutti questi anni. Avevo bisogno di coraggio e l’ho trovato perché non ero più indifferente ai loro problemi, anzi ne soffrivo»

Da piccola ho imparato che cos’è la sofferenza, oggi, che ho ventisette anni, sono felice di vivere.
Ma partiamo dall’inizio. Mio padre, privo di ogni senso di responsabilità, non era capace di conservare un lavoro stabile e, per giunta, aveva il vizio di bere. Mia madre invece, che viveva di sensi di colpa, lavorava una media di dieci, dodici ore al giorno.
Io e mio fratello siamo finiti in collegio dove poi ci hanno separato. Ci vedevamo solo il sabato e la domenica se riuscivamo a tornare a casa. Mi sentivo abbandonata e questo sentimento me lo sono portato dietro fino a oggi.
Una volta usciti dal collegio abbiamo dovuto badare a noi stessi, vedevamo mia madre solo la sera mentre mio padre, purtroppo era sempre schiavo del suo vizio che lo portava il più delle volte a scordarsi di noi. Per concludere il quadro idilliaco, ho subito molestie sessuali, per lo più da “amici di birra” di mio padre.
Non ho mai detto niente a nessuno ed il risultato è stato che a quattordici anni ero anoressica e ho rischiato di morire. A quindici soffrivo di bulimia e avevo un’insicurezza caratteriale mostruosa che mi ha costretta a lasciare gli studi nonostante avessi un ottimo rendimento. Ero incapace di interagire con i miei compagni, ero isolata perché non volevo avere contatti di nessun genere con le persone. Non volevo rapporti con gli altri perché non volevo esistere e non dicevo mai a nessuno quello che pensavo veramente.
A sedici anni, lasciata la scuola, sono andata a fare le pulizie e la ragazza dove lavoravo mi ha parlato della pratica buddista. Ero attratta dal suo carattere e dal suo modo di fare e mi è venuto naturale cominciare subito a recitare Daimoku. Il primo giorno ho recitato un’ora!
Per circa tre anni ho praticato in modo incostante ma quel poco Daimoku che ho fatto mi è servito a migliorare il mio carattere. Però andavo regolarmente alle riunioni perché ci stavo bene. Le persone del gruppo mi piacevano, sentivo il loro cuore, sentivo qualcosa di diverso, di migliore di quello che avevo sempre incontrato. E piano piano mi sono aperta, ho cominciato a parlare di me.
Nel 1996 ho ricevuto il Gohonzon e un mese dopo ho conosciuto un ragazzo, Ivano. Ci siamo messi insieme e dopo poco tempo, per scappare dalla mia realtà familiare, mi sono buttata a capofitto nella sua, dove ero adorata e coccolata da tutti.
Nel 1997 mi hanno offerto la responsabilità di gruppo. Ero titubante, come potevo io incoraggiare le persone? Cosa avevo mai da dare agli altri? E poi mi sembrava un lavoro: telefonare, andare di qua e di là dalle persone, andare a molte più riunioni. Alla fine però ho accettato anche se non ero convinta, solo perché dicevo sempre di sì.
Poco tempo dopo sono andata a convivere con Ivano creandomi così apparentemente un’oasi felice.
Nel giro di un anno ho mollato la responsabilità, odiavo incoraggiare gli altri a sforzarsi quando io per prima avevo fatto una serie di scelte appoggiandomi alla realtà di un altro.
Per due anni la mia vita è stata: pratica, lavoro e fare la “brava mogliettina”.
Mi sentivo frustrata, anche perché nel frattempo avevo capito di non amare più Ivano, ma non avevo il coraggio di lasciarlo per paura di restare sola. Sentivo la mia vita chiusa, ma non vedevo alternative.
A dicembre del 2000, visto che soffrivo troppo, ho recitato Daimoku al Gohonzon cercando una soluzione, decidendo che doveva succedere qualcosa. La sofferenza continuava e, visto che pratico una religione che promette di diventare felici, ho deciso di diventarlo veramente.
Trascorre un mese e una sera, tornando a casa dopo aver fatto la spesa, scopro che Ivano ha un’altra. In ventiquattr’ore si capovolge la mia vita.
Lui torna dai suoi genitori mentre io resto nella casa di sua proprietà, ma la sera stessa i suoi genitori vengono a dirmi che devo pagargli l’affitto e comunque devo cercarmi al più presto un’altra casa.
All’improvviso mi assale il rancore verso tutti loro. Mi sentivo tradita, presa in giro da lui e dai suoi parenti. Tra l’altro il mese prima avevamo comprato insieme la macchina e la cucina.
Quando parliamo di come dividerci queste due cose, lui decide di tenersi la macchina e io mi ritrovo la cucina fatta su misura per casa sua. Così sono costretta ad andare al lavoro con il motorino. Viaggiavo da Santa Marinella a Santa Severa e a volte fino a Civitavecchia. Era inverno e spesso il tempo era brutto, ma io dovevo muovermi lo stesso, anche sotto le intemperie e con il freddo pungente che arrivava dal mare.
Intanto sorge un problema relativo al mio lavoro: faccio la donna delle pulizie e noi non abbiamo busta paga. Questo vuol dire che trovare una casa in affitto è quasi impossibile.
Inizio a recitare Daimoku con la decisione di trovare una casa e comprarmi una macchina. In quel periodo mi sono riavvicinata ai membri del gruppo che avevo abbandonato, che mi hanno sostenuta recitando insieme a me.
Poco dopo mi è stata riaffidata la responsabilità di gruppo, un altro, a sei chilometri di distanza da casa mia. Accetto la sfida e per tutta l’estate faccio attività col motorino. In quel periodo ho provato la gioia di farsi sostenere e di sostenere gli altri; ho capito il vero significato umano di fare attività, che forse non avevo capito la prima volta.
Nel frattempo continuavo a praticare per trovare una casa. Un giorno una vecchia amica si è rifatta viva e non solo mi ha presentato un signore che affittava una casa, ma ha garantito per me e così lui mi ha fatto il contratto d’affitto. In questa casa però, incredibile, mancavano i mobili della cucina! Vendo al proprietario la mia cucina scalando così sei mesi d’affitto.
E con i soldi risparmiati riesco a comprarmi una macchina. Per la prima volta mi sento indipendente. Ma i problemi a volte ritornano. Spuntano i miei genitori pieni di problemi e con lo sfratto esecutivo. Entrambi senza lavoro, mia madre in preda ad una forte depressione e mio padre che continuava a dividere i suoi dispiaceri con la sua “amica bionda”, la birra.
Stavolta decido di aiutarli, di non fuggire come avevo fatto in tutti questi anni. Avevo bisogno di coraggio e l’ho trovato perché non ero più indifferente ai loro problemi, anzi ne soffrivo. Li volevo vedere felici indipendentemente da come li ho sempre visti e giudicati. Volevo sperimentare la frase del Gosho di Capodanno «…l’inferno esiste nel cuore di chi disprezza suo padre e non si cura di sua madre.».
Parlo con un’assistente sociale che decide di dargli un alloggio presso un istituto, ma nel frattempo loro hanno un’altra idea. Si presentano ad una trasmissione televisiva per chiedere aiuti al sindaco, non rendendosi conto che rendere pubblica la loro situazione li avrebbe ostacolati per trovare qualcuno disposto ad affittargli una casa. Infatti finiscono di nuovo in mezzo ad una strada e io me li ritrovo fuori casa proprio il 16 marzo mentre faccio attività per la riunione giovani.
Devo così condividere trenta metri quadri con le due persone da cui scappavo da una vita. Ho scoperto comunque di volergli bene, indipendentemente da come erano, ed ho scoperto che è bello tornare a casa la sera e trovare per la prima volta una famiglia e la cena pronta.
Nel frattempo tentavo di cercare una casa per loro, ma appena i proprietari scoprivano chi erano mi sbattevano la porta in faccia. Continuavo a praticare per la loro felicità e perché si sistemassero e pian piano sentivo che si ricreava un rapporto familiare. In quei giorni, grazie anche a mio fratello, troviamo una casa per i nostri genitori con un affitto bassissimo e la padrona non pretende nemmeno la caparra. I miei genitori iniziano così la loro vita indipendente e anche mio padre, forse grazie a questa bella esperienza vissuta insieme, ha smesso definitivamente di bere.
Quasi senza rendermene conto si è sciolto il rancore con Ivano con cui oggi sono amica e anche coi suoi genitori ho un rapporto fantastico. Sono venuti a chiedermi scusa!
Ora mi sento pronta a costruire la mia vita dedicandola agli altri così come la sogno: un bel lavoro, una famiglia felice, i miei amici di fede, che mi sono stati tanto accanto nei momenti difficili, tutti con una vita realizzata.

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