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Un genio musicale nei boschi di Vienna - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 03:14

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Un genio musicale nei boschi di Vienna

Il coraggio di Beethoven che, colpito dalla peggior infermità che possa capitare a un compositore, invece di abbandonarsi al rimpianto scelse di continuare a fare del proprio meglio fino alla fine trasformando il dolore in un dono a tutta l’umanità

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Il coraggio di Beethoven che, colpito dalla peggior infermità che possa capitare a un compositore, invece di abbandonarsi al rimpianto scelse di continuare a fare del proprio meglio fino alla fine trasformando il dolore in un dono a tutta l’umanità

Non scorderò mai quel giorno, il giorno in cui visitai la casa di Ludwig van Beethoven (1770-1827) nascosta nel Bosco di Vienna. Ho una fotografia che feci da una torretta d’avvistamento in mezzo agli alberi, che inquadra Vienna in basso e il Danubio che scorre in mezzo alla città. Con il cielo chiaro riflesso nell’acqua, appare davvero come il bel “Danubio blu” del famoso walzer di Strauss.
Dopo essere disceso nella valle e dopo aver superato una zona verde di vigneti lussureggianti, arrivai a un torrente costeggiato da un sentiero ombroso. «Ecco! – pensai – Qui è dove Beethoven veniva a passeggiare!». A vederlo era un sentiero di campagna come tanti altri, ma mi riempì di emozione poiché la musica di Beethoven ha accompagnato tutta la mia gioventù. Ascoltavo la musica del grande maestro fino a consumare i dischi su cui era incisa. Possedevo solo uno scarcassato fonografo che ero riuscito a comprare mettendo insieme pochi risparmi e la qualità del suono era terribile a paragone degli apparecchi di oggi, ma la musica andava dritta al cuore. Le melodie della vita di questo genio musicale parlavano al mio spirito con immediatezza potente. Il mio misero monolocale diveniva in quei momenti un grande tempio dell’arte.
Quel giorno di maggio del 1981 percorsi lo stretto sentiero ombreggiato dagli alberi insieme a mia moglie e al direttore generale della SGI austriaca Yoshio Nakamura e immaginai Beethoven che duecento anni prima aveva percorso quello stesso sentiero. Nella mia mente lo vedevo camminare con le braccia incrociate dietro la schiena, mentre sottovoce cantava tra sé e poi, improvvisamente, buttava giù qualche annotazione sul taccuino che si portava sempre dietro. Mentre immaginavo il suo viso non lo vedevo con l’espressione severa con cui viene spesso rappresentato, ma lo vedevo brillare di un sorriso luminoso e felice. «Nessuno sulla Terra ama la campagna quanto me» scrisse Beethoven. Egli era felice nei boschi. «È come se in campagna ogni albero mi dicesse: “Santo! Santo!”».
Fu nel Bosco di Vienna che ebbe l’idea per la sinfonia Pastorale. Parlando con un amico disse: «Fu qui che composi la ‘scena della cascata’ e gli zigoli gialli in alto, le quaglie, gli usignoli e i cuculi la composero insieme con me».
Al termine del sentiero c’è un museo chiamato la Casa del Testamento di Heiligenstadt [nella foto], dove Beethoven scrisse le sue ultime volontà indirizzate ai fratelli minori. L’anziana signora che si occupava del museo ci fece da guida. Lo studio del compositore si trova al secondo piano ed è pieno di numerosi manoscritti, lettere e ritratti. Toccando la tastiera del venerabile pianoforte, avvertii la forza dello spirito con cui Beethoven si gettava nel suo lavoro creativo.
Egli si rese conto per la prima volta che stava perdendo l’udito sei anni prima di scrivere il testamento, ovvero quattro anni dopo aver lasciato la città natale di Bonn all’età di 21 anni per andare a studiare a Vienna, fiorente centro musicale. Beethoven fu schiacciato da questa svolta degli eventi e cercò di trovare una cura, ma il suo udito continuò a peggiorare. Il fatto che fino ad allora il suo udito fosse sempre stato ottimo non faceva altro che aumentare la sua frustrazione. La perdita non gli impedì di comporre poiché riusciva a udire la sua musica nella mente, ma le conseguenze sulle sue attività di musicista e sulla sua vita sociale furono pesanti. Scrisse: «Nato con un temperamento fiero, impulsivo e anche sensibile alle distrazioni della vita di società, fui mio malgrado costretto ben presto a isolarmi, a passare la mia vita in solitudine».
Egli immaginava che i suoi nemici avrebbero gioito della disgrazia e coloro che avevano invidiato il suo successo e sperato nella sua caduta avrebbero sogghignato di piacere. Tutto quello per cui aveva dolorosamente lavorato sarebbe andato in fumo e, incapace di suonare, non avrebbe più potuto guadagnarsi da vivere. Beethoven era un uomo orgoglioso. Pare che una volta abbia detto che ci sono migliaia di principi, ma un solo Beethoven. Ormai era a terra. Incompreso e fatto oggetto di insulti, come ultima goccia si trovò anche rifiutato in amore.
C’era un melo nel giardino del museo. Quando chiesi informazioni mi fu detto che era stato Beethoven a piantarlo. Pare che per trovare consolazione avesse piantato diversi alberi di melo che poi negli anni erano morti, solo quell’ultimo albero era sopravvissuto.
Anche Beethoven sopravvisse. Non voleva lasciare questo mondo fin quando non avesse prodotto tutto quello di cui si sentiva capace. Decise di continuare la sua esistenza miserevole, di adempiere alla sua missione. La sola cosa che gli aveva impedito di suicidarsi, scrisse una volta, era di aver letto che «gli uomini non si devono separare volontariamente da questa vita fin quando sono capaci di fare una singola buona azione».
Beethoven decise di vivere, di smettere di contare le possibilità mancate, le gioie e i piaceri che gli erano sfuggiti dalle mani, ma guardò piuttosto a ciò che ancora poteva fare. Avrebbe vissuto concentrandosi su questo. Quale altro modo altrimenti? Il motto della sua vita divenne: «Come posso (Als ich kann)».
Il giorno dopo aver visitato il museo, andammo al Cimitero centrale di Vienna, dove ero già stato venti anni prima, nel 1961. Accanto a Beethoven riposano Schubert, Brahms, Suppé, Strauss e altri importanti musicisti. Di fronte alla sua tomba, offrii una preghiera di gratitudine: «Grazie, Beethoven, per aver trasformato il dolore della tua esistenza in un tesoro musicale che hai donato a tutta l’umanità».
Quante persone hanno ricevuto un incoraggiamento prezioso dalle sue opere? Ogni volta che una persona si trova nell’abisso della disperazione, Beethoven è lì, al suo fianco: «Prima di dire non puoi fare più niente, hai davvero provato tutto il possibile? Hai davvero fatto mille, o meglio centomila, tentativi sinceri? Vai. Credi in te. Non dipendere dagli altri. Ora è il momento di dare il massimo, di spezzare o di essere spezzato!»
Beethoven cominciò a creare le sue opere più grandi solo dopo essere stato colpito dalla malattia. Dopo essere stato abbattuto dai colpi del destino, chiamò a raccolta le riserve di energia più profonde e si alzò di nuovo, costringendo alla fine il destino a invocare pietà.
Stando alla luce del sole non è possibile vedere l’ombra, mentre stando nell’ombra si vedono sia il buio che la luce. La sofferenza ampliò l’universo spirituale di Beethoven. Forse nella stessa misura in cui il suo orecchio si affievoliva, il suo cuore riusciva a udire la musica del cosmo.
Decine di migliaia di persone parteciparono al suo funerale, riempiendo le strade di Vienna. Un viaggiatore, ignaro, chiese a un’anziana donna per strada: «Che sta succedendo?» «Non lo sa? – rispose la donna – Il generale della musica è morto». Fu un vero inno di vittoria, venticinque anni dopo la stesura del testamento, per un uomo che, come promesso, aveva prodotto tutto quanto avrebbe potuto produrre.
E ad oggi, la musica di Beethoven continua la sua marcia trionfale nel cuore della gente conquistandola con il suo grande impatto emotivo.
«La forza della rivoluzione umana di una singola persona può fare una grande differenza nel mondo – pensai da giovane – Ciò che Beethoven ha realizzato con la sua musica, io lo realizzerò alla mia maniera!». Vienna è legata per sempre a questo voto della mia gioventù.

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Daisaku Ikeda incontra l’Austria

18-19 ottobre 1961 Nel suo primo storico viaggio in Europa, Ikeda visita nove paesi, tra cui l’Austria. Arrivando da Zurigo, si ferma a Vienna prima di proseguire per Roma.
25-28 maggio 1981 Dopo aver visitato l’Unione Sovietica, la Germania Occidentale e la Bulgaria, il presidente della SGI si reca in Austria. Durante la permanenza a Vienna incontra il vice cancelliere e ministro dell’Educazione e delle Arti, Fred Sinowatz, il direttore dell’Opera di Vienna Egon Seefehlner e il dottor Bryan Wilson dell’Università di Oxford.
9-10 giugno 1992 Il 10 giugno il presidente della SGI incontra il dott. Rudolf Scholten, ministro dell’Educazione, delle Arti e dello Sport che gli consegna la Croce Onoraria della Scienza e delle Arti, il massimo riconoscimento culturale austriaco.

Il presidente Ikeda ha intavolato dialoghi con diverse figure prominenti della società austriaca, tra cui il conte Richard Coudenhove-Kalergi (1894–1972), uno dei pionieri dell’unità europea. Il testo delle loro conversazioni, avvenute nel 1967, fu in seguito pubblicato con il titolo Bummei: Nishi to Higashi (Civiltà: Oriente e Occidente). Nell’ottobre 1989, Daisaku Ikeda incontrò a Tokyo il cancelliere austriaco Franz Vranitzky. Attualmente Ikeda sta conducendo un dialogo con Felix Unger, presidente dell’Accademia europea delle Scienze e delle Arti che ha sede in Austria.
Per sviluppare i rapporti culturali con l’Austria, si sono tenute a Vienna varie mostre sponsorizzate dalla SGI o da associazioni collegate come il Museo Fuji e l’Istituto di Filosofia Orientale. Tra queste, Le armi nucleari: una minaccia per il nostro mondo (1983), Eterni tesori del Giappone (1992), Dialogo con la natura – Fotografie di Daisaku Ikeda (1992, 2002), Lacche Maki-e e Ceramiche orientali (1997), Il Sutra del Loto e il suo mondo: Manoscritti buddisti della grande Via della Seta (2000).
L’Associazione concertistica Min-On ha poi sponsorizzato un tour in Giappone dell’Opera Statale di Vienna nel 1980, mentre il Museo Fuji ha ospitato nel 1996 la mostra Gustav Klimt e gli impressionisti austriaci e la mostra Tesori della Casa Imperiale: la collezione del Museen des Mobiliendepots nel 1997.
La Künstlerhaus, un’associazione austriaca di artisti, ha conferito la nomina speciale di artista non residente al presidente della SGI nel 1991 per il suo lavoro di fotografo. L’anno seguente, la stessa organizzazione l’ha nominato membro onorario e gli ha consegnato una medaglia d’oro.

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