Cominciare a praticare perché desideri un figlio e scoprire di essere sterile non è il massimo. Per non parlare poi di quel consiglio di fede, praticamente impossibile da capire, che suonava così: «La relazione con i figli non può essere indagata razionalmente; questa sofferenza è un mezzo per rafforzare la relazione con i tuoi figli». Ma quella tipa lì l’aveva capito quanto soffrivo io?
Comunque non è che avessi tante altre possibilità… decisi di provare. Determinai di recitare perché il mio utero diventasse un utero accogliente, tondo, materno, che potesse cullare e ospitare. E poi via alla domanda di adozione, e al cercare possibilità per approfondire la relazione con questi sconosciuti, i figli.
Effettivamente non è che fossi proprio sciolta con i bambini. Mi avvicinai (finalmente disse lei) ai figli di mia sorella, che scoprirono la zia Cristina. Lessi libri sull’adozione e l’affidamento, proseguii con gli studi universitari in tema, cominciai a frequentare le comunità e i siti Internet dedicati all’argomento. C’era un sito in particolare, di un’associazione senza fini di lucro (ONLUS) impegnata in iniziative di carattere sociale, rivolte all’affidamento, al recupero e al sostegno di minori in condizioni disagiate che mi aveva colpito molto. Mi collegavo regolarmente e leggevo nel forum le esperienze che genitori affidatari e adottivi vivevano con i loro figli, confrontandomi con le mie paure. Alla fine avevo stretto amicizia “virtuale” con tante persone, e in qualche caso dato il mio contributo, sotto forma di suggerimento o altro (la vecchia lavatrice in garage e l’asciugatrice in terrazza – ma non servono di più a loro che ospitano nove bimbi in affidamento che a me?).
Un giorno fu pubblicata una richiesta di aiuto, proprio su quel sito. Una famiglia in grave difficoltà: il marito (invalido), lei e il figlio di nove mesi vivevano di elemosina. I servizi sociali si erano occupati del caso, valutando anche la possibilità di dare il bimbo in adozione. Provai una grande compassione per questa famiglia, mi interessai del caso, recitai Daimoku per loro. Niente succede a caso. L’esame di antropologia che stavo preparando approfondiva la cultura del paese da cui proveniva quella famiglia. E qualche giorno più tardi il responsabile della famosa associazione mi telefonò, e mi chiese di seguire il caso, visto l’interesse che avevo dimostrato. Il marito era stato espulso per mancanza del permesso di soggiorno, e la mamma con figlio trasferiti, indovinate dove? In una struttura di accoglienza della mia città.
Non sapevo da che parte cominciare, non sapevo cosa volesse dire “seguire il caso”. Ma non c’era tempo per pensare, e mi sono buttata nell’avventura, tra dubbi e paure. Nei mesi a seguire sono stata vicina a questa donna e al suo bambino, incontrandoli regolarmente presso la struttura di accoglienza. Anche se parlavamo due lingue diverse ci comprendevamo, piangendo e ridendo insieme. Si fidava di me, che le dicevo che sarebbe andato tutto bene senza esserne sicura. Ho conosciuto le altre donne in difficoltà che erano ospiti del centro di accoglienza, e le persone “speciali” che si prendevano cura di loro o facevano volontariato presso la struttura.
Ne era passato di tempo da quella guida, ed era arrivato il gran giorno in cui avrei ricevuto il Gohonzon, insieme a mio marito, con tanta emozione. E una settimana dopo, a quella madre è stato riconosciuto il diritto di tenere con sé il suo bambino. Lei ha deciso di lasciare subito il nostro paese, e riunirsi al marito, anche se le era stato rilasciato un permesso temporaneo di soggiorno. La sera della partenza li ho accompagnati alla stazione, e abbiamo pianto salutandoci. Mentre il treno partiva qualcosa dentro di me si è sciolto. Piangendo ho sentito che se il suo bimbo fosse rimasto in Italia con me, sarei stata felice. Mi sono sentita mamma per la prima volta nella mia vita. Ho sentito che solo questo mi importava, che avrei accettato di cambiare completamente la mia vita, pur di essere mamma.
La mattina dopo di fronte al Gohonzon ricordo di avere pensato, finalmente in pace con me stessa che, pazienza, sarei stata mamma in qualche vita futura, ma che potevo fare tante cose belle in questa vita, aiutando gli altri. E poi sono andata a sostenere quel famoso esame di antropologia. Inutile dire, 30 e lode. Quello stesso giorno è arrivata un’altra telefonata: il Tribunale della mia città. Mio marito e io siamo stati convocati per una proposta di adozione, un bimbo italiano, quel bimbo che adesso è mio figlio e che io amo più di qualsiasi altra cosa al mondo.
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