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Una donna che ascolta - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 04:10

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    Una donna che ascolta

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    Quando ho cominciato a praticare la prima cosa che mi ha colpito di questo Buddismo era la sua concretezza così lontana da come mi figuravo una religione e anche molto distante dalle mie attese. Come insegnante di scuola materna ho avuto il privilegio di accorgermi subito della differenza sul lavoro fra “prima e dopo”. Andare a scuola dopo aver recitato le preghiere della mattina significava affrontare i bambini e le colleghe con una nuova energia riuscendo anche a coinvolgere gli altri.
    Trascorrono così due o tre anni di pratica vissuti benissimo, ricchi di crescita interna ed esterna. Poi, nella primavera del 2002, mia madre già costretta sulla carrozzella da un aneurisma che l’aveva colpita dieci anni prima, risulta essere malata gravemente di cancro.
    In quei momenti difficili è stato grazie agli incoraggiamenti ricevuti nel partecipare assiduamente alle riunioni buddiste che ho avuto la forza di tirare fuori il coraggio di combattere il dolore e la paura e continuare ad avere fiducia e speranza. Solo la forza di Nam-myoho-renge-kyo recitato prima di affrontare qualsiasi giornata ha potuto darmi la gioia e la consapevolezza di combattere una battaglia che potevo vincere.
    Mia madre è guarita grazie alle cure e a due diversi interventi dal più banale dei quali sembrava non volersi svegliare. Invece si è svegliata cantando le canzoni di Morandi e continua a cantarle a distanza di quasi tre anni perché ora sta di nuovo bene. Da quell’esperienza sono uscita veramente convinta che questo Buddismo funziona sempre e non perché accadono miracoli, ma perché ci tira fuori un’energia illimitata che è poi la stessa energia dell’universo. Soprattutto sono uscita consapevole più che mai del debito di gratitudine che ho nei confronti dei miei genitori per avermi dato la vita, allevata e cresciuta dandomi la possibilità di diventare una persona libera e capace di scegliere.
    Proprio questa profonda gratitudine maturata nei confronti di mia madre mi ricordava uno dei desideri più grandi che ancora non riuscivo a realizzare: poter avere un secondo figlio. Il mio primo figlio, Lorenzo, era nato senza difficoltà, ma un gioco della natura o del destino sembrava volere impedire a me e ad Antonello una seconda esperienza di genitori. Per questo motivo io e mio marito avevamo deciso di adottare un bambino. In particolare ci siamo rivolti all’adozione internazionale.
    Dopo aver affrontato un lungo percorso di visite mediche e colloqui di diverso tipo avevamo ottenuto l’idoneità attraverso una bellissima relazione dell’assistente sociale e della psicologa. Nonostante ciò, tutto è rimasto fermo per anni. Ci sono stati momenti di sconforto, di ansia, di delusione, ma ciò che ha prevalso da parte mia e di Antonello è stata la fiducia nel combattere una battaglia che non valeva solo per noi: con la nostra esperienza volevamo dare un messaggio a tutti, e cioè che nella vita vale sempre la pena credere e investire energie. Il mio desiderio non voleva essere un attaccamento, ma la gioia di arricchire la nostra famiglia e il nostro ambiente. Decisi quindi di individuare il nodo che soffocava la mia libertà e all’inizio dell’anno 2004 determinai non di avere un altro figlio ma di diventare di nuovo madre. Questo concetto apparentemente simile al primo esprimeva invece una nuova prospettiva con cui vivere i rapporti con gli altri. Dedicandomi all’attività buddista venivo spesso esortata a prendermi cura di altre persone. Io sono di natura molto individualista e non mi piace l’idea che qualcuno dipenda da me; per cui quell’esortazione l’ho sempre accettata con riserva. Proprio in quei mesi però mi capitò di seguire alcune persone molto giovani: chiedevano di essere guidate, mi rimproveravano se scoprivano che avevo tralasciato di spiegare qualcosa, mi cercavano e io cercavo loro. Questo scambio fu molto intenso e ricco, e mi fece capire più profondamente il significato della responsabilità. Essere responsabili significa essere madri; i legami tra le vite delle persone sono legami mistici altrettanto forti di quelli biologici. In quel periodo lessi una bellissima frase che incoraggiava a percepire la natura della nostra vita, ad assumersi la responsabilità di creare il più grande beneficio mai avuto e che qualsiasi cosa inizia e finisce con noi. Grazie a quella frase di fronte al Gohonzon recitai Nam-myoho-renge-kyo come il ruggito del leone, provai un’immensa gioia e gratitudine nel sentire la mia vita, assolutamente libera e insieme assolutamente vincolata ai fili che ci legano agli altri, sentii quei fili non come lacci pesanti e ingombranti, ma come la corda del funambolo che traccia sentieri nel cielo. In apparenza non era cambiato niente, io e mio marito eravamo sempre in attesa di una telefonata che non arrivava, ma dentro sentivo che ce l’avevo fatta.
    Seguirono poi di nuovo attese e momenti di sconforto. Un giorno, preparando una riunione buddista, mi imbattei in una figura mitologica descritta nel Sutra del Loto: il bodhisattva Percettore dei Suoni del Mondo, che sarebbe come dire il saggio che ascolta. Quello stesso giorno lessi sul Sutra del Loto: «Se una donna desidera generare un figlio maschio, dovrebbe tributare rispetto e offerte al bodhisattva Percettore dei Suoni del Mondo» e poco prima veniva sottolineata la sua capacità di infondere coraggio agli esseri viventi. Il presidente Ikeda spiega come questa figura fosse una metafora dell’amore materno che consiste, per chi lo riceve, nella consapevolezza che c’è qualcuno che ci ascolta, si preoccupa per noi e ci ama incondizionatamente; questa consapevolezza è garanzia di sopravvivenza e ci dà la volontà stessa di vivere. Per coloro che soffrono, anche solo essere ascoltati può fare un’enorme differenza, è la benevolenza incondizionata, propria del potere gentile, in grado di generare nell’altro una forza illimitata. Ero ancora assorta a riflettere su questa bella figura di saggio, quando arriva una telefonata: «Sono dell’associazione famiglia e minori, finalmente ci siamo: è un bimbo di un anno, si chiama Juan Jose». Così, dopo un mese da quella telefonata, il 23 maggio dello scorso anno abbiamo preso diversi aerei e siamo giunti in Colombia. Il soggiorno è stato breve, venti giorni, e piacevole anche se faticosissimo. Il giorno dopo il nostro arrivo abbiamo incontrato Juanco. L’ho preso in braccio e mi sembrava finto, un bambolotto, silenzioso, serio. L’ha fatto ridere Lorenzo che gli ha fatto bubusettete e lui ha tirato fuori quattro fossette streganti. In albergo è stato un paio di giorni in osservazione, poi si è rivelato per quello che era: un folle arrampicatore di sedie, tavoli e quant’altro, insomma un bimbo vispo, allegro, affettuosissimo. Dopo pochi giorni mi ha individuato come punto di riferimento privilegiato e la prima parola che ha imparato è stata “mamma”. Un inaspettato beneficio di questa esperienza è stato anche la consapevolezza di aver conosciuto e stretto un legame con un luogo del mondo che conoscevamo solo attraverso qualche romanzo. Per la nostra famiglia è stato come scoprire una seconda patria o forse semplicemente accorgerci che i legami di appartenenza, di affetto, di gratitudine possono moltiplicarsi all’infinito senza alcuna esclusione. A me succede anche quando leggo il presidente Ikeda, di sentirlo un po’ come un padre: per esempio quando dice che «Tutti i bambini sono figli e figlie dell’eternità della vita. Ognuno di loro è il tesoro prezioso e insostituibile della Terra intera». Per questo ho deciso di incontrarlo e di regalargli questa mia esperienza.

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