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Incoraggiare fino alla fine - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 03:15

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    Incoraggiare fino alla fine

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    Nel 2004 ho partecipato al corso autunnale di Montecatini e tra le molte esperienze raccontate quella che più mi ha colpito è stata sulla malattia. Mi è rimasto impresso questo punto: non farsi spaventare dalla malattia e non essere superficiali nella prevenzione. In realtà la malattia è una condizione “normale”, un ostacolo comune, una delle quattro sofferenze imprescindibili della vita. «La malattia è una battaglia tra il Budda e il demone», guarire o non guarire non è il punto essenziale, come non lo è la vita o la morte. Essenziale è vincere, fare la propria rivoluzione umana attraverso la malattia. In mezzo alle difficoltà, alle sofferenze, possiamo sperimentare la gioia delle gioie.
    Tornata dal corso ho insistito, anche in famiglia, sull’importanza della prevenzione. Dopo qualche mese mia mamma ha convinto mio padre, “allergico” ai dottori e che non lamentava nessun disturbo, a fare un controllo generale.
    Lui, anche se riluttante, ha seguito tuttavia il suo consiglio e dalle analisi è emerso che qualcosa non andava. Dopo analisi più approfondite, gli venne diagnosticato un cancro.
    Ricordo molto bene il mio stato interiore quando ho avuto la notizia, lo stesso che mi ha accompagnata lungo tutto il corso della malattia di mio padre: ero calma, fiduciosa, combattiva, non avevo paura. La prima cosa che ho detto a mio padre è stata proprio questa: «Non avere paura». Mia madre ancora pensa che io non avessi capito fino in fondo la gravità della situazione perché è impossibile, per lei, che sia rimasta sempre così calma e fiduciosa. Eppure è così. Dopo nove anni di pratica, di lotte anche contro la mia malattia – ho sconfitto una depressione che mi trascinavo da dieci anni con ansia e attacchi di panico – proprio io, con quel trascorso di fragilità emotiva, affrontavo una situazione del genere con tanta forza e calma.
    Questi i fatti in breve. Mio padre è stato operato la prima volta a marzo: aperto e richiuso. I chirurghi avevano visto che era invaso dalle metastasi in un’altra zona e avevano perciò deciso di non toccare niente prima di capire di cosa si trattasse. Un primario che conosceva personalmente mia madre e mia zia confidò loro che tra i colleghi si pensava ci fosse poco da fare… Era comunque stato fatto un prelievo e attendevamo le analisi istologiche.
    Anche mio fratello pratica e io avevo avvertito i nostri compagni di fede, molti dei quali, in gruppo o da soli, recitavano Daimoku per mio padre. Dopo circa una settimana arrivarono i primi risultati delle analisi: sembrava che quelle viste dai medici non fossero masse tumorali ma una forte infiammazione. Il 31 marzo mio padre si preparava alla seconda operazione che doveva essere doppia: il tumore diagnosticato e la massa riscontrata nell’altra zona. Grande ondata di Daimoku. La mattina stessa gli comunicarono che non sarebbe stato operato perché per errore non gli era stata fatta un’analisi fondamentale per l’operazione.
    Mio padre era sconfortato: per la seconda volta si preparava a operarsi per ritrovarsi poi punto e da capo. Io sentivo in modo diverso: occorrevano ancora tempo e Daimoku perché le condizioni fossero ottimali. 8 aprile: terza operazione. Nuova ondata di Daimoku.
    Nella saletta di attesa tre generazioni di donne della mia famiglia: nonna, mamma, zia e io che le coccolo, porto loro acqua, caffè, brioches, le intrattengo con le mie chiacchiere. Ci avvisano che l’operazione è finita, che stanno portando mio padre in camera.
    Lo raggiungiamo ma prima incrociamo l’anestesista e un medico che ha assistito all’operazione, sorridono e vedo in loro con chiarezza la sincera soddisfazione: il chirurgo ha fatto davvero un buon lavoro, ha tolto il tumore, più piccolo del previsto e, per quanto riguardava l’infiammazione, era praticamente scomparsa, non da operare, trattabile con una terapia. Mi apparto un attimo, piango, di gioia.
    Qualche giorno fa sono entrata in camera di mio padre, mi ha fatto vedere le pasticche che dovrà prendere per due anni. Era un po’ spaventato, poteva scegliere se fare la terapia o no ma ha deciso di andare in fondo con coraggio, di non lasciare nulla al caso, di non essere superficiale.
    Mentre scrivo è il 13 maggio, i miei sono in un’isoletta greca dove mio padre è stato chiamato a tenere una conferenza. Uno dei ricordi più forti di questi pochi mesi sono le risate che venivano dalla loro camera la prima sera che è rientrato a casa dall’ospedale dopo cinque giorni di degenza. Anche questo è stato un grande obiettivo raggiunto da me e da mio fratello: l’armonia in famiglia, ma questa è un’altra storia.
    Grazie alla malattia di mio padre ho tirato fuori una grande determinazione e uno stato vitale alto. Il punto è stato sradicare la paura e la preoccupazione per combattere fino alla fine. Ho sentito la forza della famiglia Soka e ho capito che la “prevenzione nella pratica” consiste nell’impegnarsi a incoraggiare le altre persone fino alla fine.

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