Ho conosciuto questo Buddismo nel 1989, e ho cominciato a praticare regolarmente proprio il giorno in cui compivo cinquant’anni. Da nove anni soffrivo di una grave forma depressiva, ero disperata, non avevo interesse in niente nel presente e il futuro non aveva significato. Passavo da uno studio medico a un altro, senza alcun risultato; gli psicofarmaci mi aiutavano a risolvere i singoli episodi ma non le cause fondamentali del disturbo. All’epoca mia suocera, che abitava con noi, doveva svolgere la maggior parte dei lavori di casa. Io spesso passavo le giornate a letto, in una tristezza soffocante; mi sentivo una persona finita, senza la minima volontà di fare alcunché.
Un giorno, erano i primi di marzo del 1989, mio figlio mi disse con disinvoltura: «Sai, mi sono avvicinato al Buddismo, sono stato a qualche riunione e ho sentito raccontare esperienze incredibili. Persone con la tua stessa malattia che ripetendo una certa frase sono notevolmente migliorate… e poi completamente guarite!». Pensai che fosse una cosa da giovani, non gli detti troppo peso e rimasi avvolta nella mia tristezza. Ma lui insisteva, incoraggiandomi a ripetere Nam-myoho-renge-kyo, lentamente ma con determinazione. Così, alla fine, dovetti cedere e iniziai. Lui mi incoraggiava costantemente, deciso a farmi praticare correttamente. Ogni giorno mi insegnava qualcosa di nuovo e la sera, quando tornava a casa dal lavoro, leggevamo assieme il libretto di Gongyo. Qualche giorno prima era andato a parlare con un membro più anziano nella fede e gli era stato detto che nei casi di depressione si consiglia di recitare poco Daimoku e che sarebbe stato di grande aiuto se qualcuno della famiglia avesse praticato con forza.
Così mio figlio mi disse di non preoccuparmi, che avrebbe recitato lui per me. Ogni giorno che passava stavo sempre meglio. Dopo tutti quegli anni di tristezza mi sentivo un’altra persona. Facevo cose che non avevo più fatto da tanto tempo. Poi ho saputo che mio figlio, nei fine settimana e quando aveva tempo, recitava dalle sei alle otto ore di Daimoku al giorno. Io miglioravo costantemente e dopo qualche tempo fui dichiarata dai medici ufficialmente guarita. Smisi di prendere psicofarmaci e mi sentii felice per essere riuscita a dare a tutta la famiglia la prova concreta della grandezza di questo Buddismo. Poco dopo mia figlia e mio marito, vedendo il mio cambiamento, iniziarono a praticare e nel 1990 abbiamo fatto la cerimonia di conversione tutti e quattro assieme. È stata un’esperienza indimenticabile!
Fin dai primi tempi della pratica abbiamo sempre messo la nostra casa a disposizione per le riunioni di studio o di scambio di esperienze. Oggi sono responsabile di un gruppo e faccio parte da diversi anni dello staff Diamante che si occupa delle pulizie nei Centri culturali. La mia vita è molto cambiata. Ho riacquistato l’autostima, ma soprattutto riesco a guardare al futuro con gioia e con la consapevolezza che qualsiasi problema si può affrontare con la pratica.
Nel 1994 mia suocera, malata da molti anni ai reni, ha dovuto iniziare a fare la dialisi all’età di ottant’anni. Lei, che era sempre stata molto vicina alla religione cattolica, vedendo il nostro cambiamento, iniziò a praticare e, in breve tempo, si ritrovò naturalmente a recitare anche un’ora di Daimoku al giorno! Questo le ha permesso di prolungare la vita di ben quattro anni. Ha trascorso gli ultimi due anni della sua vita distesa in un letto. Era una cosa molto pesante assistere una dializzata ma, con l’aiuto di mio marito e dei miei figli, ci sono riuscita. Non credevo a me stessa: assistere una persona inferma era una cosa che non sarei mai riuscita a fare quando ero depressa. Ma adesso potevo ricambiare il debito di gratitudine per tutto quello che lei aveva fatto per me. Nel febbraio del 1998 si è serenamente spenta accanto alle persone che le erano sempre state vicine, recitando Daimoku. È proprio vero… «Nam-myoho-renge-kyo è come il ruggito di un leone. Quale malattia può quindi essere un ostacolo?» (SND, 4, 149).
L’occasione di sperimentare nuovamente questa frase di Nichiren Daishonin non si è fatta attendere troppo. In occasione degli ultimi esami di Buddismo, nel 2004, mi ero messa lo scopo di migliorare la mia salute e diventare una donna forte per kosen-rufu. Ho affrontato l’esame con grande gioia e ho passato una domenica meravigliosa. Il lunedì mattina come al solito mi sono alzata, ma subito ho sentito un gran dolore al petto e ho iniziato a sudare. Stavo malissimo, così mi hanno portata al Pronto Soccorso. Non comprendendo la causa del mio malore, i medici mi suggerirono di trattenermi in osservazione. E io decisi di rimanere. La sera stessa il dolore aumentò moltissimo tanto da dovermi trasferire nel reparto di terapia intensiva. Il medico di guardia mi diagnosticò un sospetto inizio di infarto. Io intanto continuavo a recitare Daimoku dentro di me con la determinazione che trovassero la causa di quel malessere il prima possibile. Dopo un’intera notte di continui controlli, il cardiologo volle farmi un esame più approfondito e vide che c’era un ventricolo anteriore quasi completamente chiuso. Mi sottoposero immediatamente a un piccolo intervento per riaprirmi l’arteria per mezzo di un palloncino e allo stesso tempo mi installarono sulle pareti dell’arteria una protezione per favorire la circolazione ed evitare problemi simili in futuro. Lo stupore dei dottori fu che, nonostante ci fossero tutte quante le condizioni per un infarto (e che infarto!), il mio cuore non era stato minimamente intaccato. Sarebbero bastati pochi minuti di ritardo per provocarmi un danno irreparabile. Mi dissero: «Non so quale protezione lei abbia avuto». Ma io so che sono stata protetta dal Gohonzon. Recitavo per risolvere un problema di salute non sapendo che ve ne fosse un altro ben più grave che però è emerso appena in tempo per evitarne le gravi conseguenze. La fortuna accumulata negli anni mi ha permesso di incontrare un personale medico attento e professionale. Così la mia decisione di diventare una donna forte per kosen-rufu ha ottenuto immediata risposta, altrimenti oggi non sarei qui a raccontarlo.
Questa esperienza mi ha riempito di immensa gratitudine e mi ha fatto capire ancora una volta quanto sia grande e misterioso il potere del Gohonzon. A volte agisce nella nostra vita indirizzandola per strade sconosciute, ma il traguardo di solito va oltre ogni nostra più rosea immaginazione.
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