Deprecated: Function strftime() is deprecated in /var/www/vhosts/ilnuovorinascimento.org/wp-dev.ilnuovorinascimento.org/site/wp-content/themes/nuovo-rinascimento/functions.php on line 220
Gioie e dolori dell'essere buddista - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 02:57

329

Stampa

Gioie e dolori dell’essere buddista

Come si concilia lo scopo primario del Buddismo, cioè la felicità di tutto il genere umano, col fatto che spesso si comincia a praticare per superare i propri problemi individuali? È un cammino che parte dalla piena assunzione di responsabilità della propria vita per giungere alla consapevolezza dell’enorme potere di trasformare positivamente il mondo in cui viviamo

Dimensione del testo AA

Come si concilia lo scopo primario del Buddismo, cioè la felicità di tutto il genere umano, col fatto che spesso si comincia a praticare per superare i propri problemi individuali? È un cammino che parte dalla piena assunzione di responsabilità della propria vita per giungere alla consapevolezza dell’enorme potere di trasformare positivamente il mondo in cui viviamo

Qual è lo scopo fondamentale del Buddismo? Sradicare la sofferenza degli esseri umani e realizzare la pace nel mondo attraverso il principio della rivoluzione umana. All’inizio di un libro, a me molto caro, Le nostre vie si incontrano all’orizzonte, dialogo tra Michail Gorbaciov e Daisaku Ikeda, quest’ultimo spiega in sintesi il fine e i mezzi del Buddismo: «Il Buddismo si fonda su concetti quali uguaglianza, tolleranza, massimo rispetto per la vita, al fine di creare una società pacifica, una comunità. Invita gli uomini ad aprirsi al dialogo, a cercare insieme ai propri simili la perfezione. Questo è il cammino del Bodhisattva, che rispetta in ogni essere umano l’innata natura del Budda. Un cammino che mi è stato indicato dal mio maestro Josei Toda, il secondo presidente della Soka Gakkai, che sapeva trattare con gli uomini come nessun altro» (pag. 46).
Ognuno di noi ha sicuramente cominciato a praticare il Buddismo perché mosso da una difficoltà contingente, da un desiderio da realizzare, da una semplice curiosità o perché si è semplicemente fidato della persona che gli aveva parlato del Buddismo. Anche io quando ho cominciato a praticare il Buddismo sono stato spinto dal desiderio di superare la mia sofferenza.
Scappato di casa a soli quattordici anni, a causa di fortissimi litigi, violenze e conflitti all’interno della famiglia e nell’ambiente circostante, cominciai a soffrire di ansia e di continui attacchi di panico. Mio padre mi parlò del Buddismo, e mi convinse, col sotterfugio gentile del quale gli sono ancora grato «vedrai, ci sono un sacco di ragazze…», a partecipare a una riunione di discussione.
Iniziai a praticare, affascinato dal calore che si sentiva in quelle riunioni, per scoprire però quasi subito la prima grande “fregatura” dell’essere buddisti: le responsabilità dei tuoi problemi sono solo tue. È veramente una bella fregatura, soprattutto in questa società che ha la passione dell’esteriorità, che guarda sempre “fuori” e nella quale la prima reazione a qualsiasi cosa è sempre lamentarsi degli altri, dare le colpe agli altri. Il Buddismo invece ti dice: «Va bene, puoi anche aver ragione, ma ora TU devi cambiare!».
Tornai in famiglia, ma la situazione rimaneva estremamente conflittuale: senza un motivo apparente – dato che sia mio padre che mia madre svolgevano lavori ben remunerati – in casa non c’erano mai soldi e io soffrivo sentendomi diverso dagli altri in tutto, dal cibo che ci potevamo permettere, agli abiti, alle cose che non potevamo fare… Sperimentai il dolore del non essere accettati per come si è, scoprii un mondo di conflitti in cui per essere accolto sei costretto continuamente a fingere, a nascondere quello che hai veramente dentro. La situazione familiare si fece sempre più insostenibile, sempre a causa della cronica mancanza di denaro. Fu così che cominciai a nutrire, soprattutto nei confronti di mio padre, un forte rancore e risentimento. Tutti, dai miei fratelli ai parenti, compresi gli amici più intimi, attribuivamo la responsabilità della nostra difficile situazione alla superficialità di mio padre.
Poi un mio compagno di fede mi ricordò la frase del Gosho di Capodanno «L’Inferno esiste nel cuore di chi disprezza suo padre e non si cura di sua madre» (SND, 4, 271) e capii che era proprio così, sentii che odio e risentimento fanno del male soltanto a chi li prova, non a chi li riceve. Ci volle una lotta paziente e tenace per ricostruire un rapporto con mio padre, che in questi anni, tra continui alti e bassi, mi ha più volte ripudiato e non si contano le volte che si rifiutava categoricamente di incontrarmi; fu una sfida d’amore a un genitore che non voleva più nemmeno sentirmi nominare, fino al successo, relativamente recente.
Dicevamo dunque che praticando il Buddismo ti rendi conto, volente o nolente, che TU devi cambiare, TU devi andare incontro all’altro e questa pratica del bodhisattva di andare incontro all’altro sempre e incondizionatamente è tutt’altro che facile da portare avanti costantemente con immutata intensità. Non a caso il demone Mara andò a tentare Shakyamuni immerso in meditazione proprio nel momento in cui egli decise di far partecipe della sua Illuminazione tutto il genere umano. È proprio quando si vuole andare incontro agli altri, che il demone emerge e cerca di farci perdere fiducia nelle altre persone e quindi, in definitiva, in noi stessi. Un sentimento di ingiustizia ci coglie, e ci sussurra che «questa volta, questa volta no, non dobbiamo essere noi a cambiare… non è giusto!». È effettivamente un sentimento molto umano e ragionevole: però, più ci abbandoniamo a esso e più perdiamo la capacità di far sbocciare il tesoro della nostra vita.
La seconda “grande fregatura” del Buddismo è quella di “essere Bodhisattva della Terra”. Nel Sutra del Loto, Shakyamuni, espone la legge a cui si era illuminato ai discepoli, tutti grandi Bodhisattva convenuti sul Picco dell’Aquila con il loro seguito, ed essi giurano di trasmetterla a tutto il genere umano, ma Shakyamuni rifiuta la loro offerta e fa emergere dalla terra una schiera infinita di bodhisattva – i bodhisattva della Terra, appunto – i quali si accollano tutte le responsabilità e le difficoltà inerenti a questo compito. La loro pratica è la pratica del rispetto di sé e degli altri: e quei bodhisattva siamo proprio noi.
Abbiamo scelto di nascere in un’epoca maledetta, così come ci insegna il Daishonin: «un’epoca di conflitti, un tempo in cui tutte le persone indistintamente sono portate necessariamente a scontrarsi». Un’epoca governata dalla violenza, dalla gelosia, dal rancore e dal risentimento e così, spesso, la nostra determinazione vacilla paurosamente. Mentre il Budda indossa gli abiti della perseveranza, della gioia e della pazienza, il nostro guardaroba è stracolmo degli abiti dell’intolleranza, della ingratitudine e insoddisfazione. Da quando nasciamo siamo sballottati da un conflitto all’altro, prima in famiglia, poi a scuola, poi sul lavoro, contesi da una fazione o dall’altra. Questo per il Buddismo è il male che dobbiamo combattere con tutte le nostre forze e, prima di tutto, dentro noi stessi.
Durante un corso a cui ebbi occasione di partecipare in Giappone, l’attuale presidente della Soka Gakkai, Einosuke Akiya, ci ha spiegato l’importanza di questo punto raccontandoci di un corpo speciale di “pompieri” che esisteva nel Giappone medioevale. Erano giovani che si recavano al centro dell’incendio, rischiando la vita, portando una lunga asta per segnalare il punto in cui tutti gli altri dovevano gettare acqua per spegnere più in fretta il fuoco. Torti e ragioni, vittime e colpevoli, se ci si ferma solo al proprio senso di “ragione” non riusciremo mai a spegnere gli incendi della nostra vita. A cosa ci serve “avere ragione” quando poi non siamo riusciti a spegnere un incendio e alla fine c’è solo devastazione, sofferenza, odio, rancore e separazione? Che senso ha continuare a dire «però io avevo ragione» oppure «però è lui che si è comportato così». Dov’è la vittoria in un ambiente dove le persone soffrono e si allontanano le une dalle altre? Dove è la vittoria se non ci si parla più tra genitori e figli, marito e moglie, colleghi e conoscenti? Non è il torto o la ragione a contare, ma chi decide di andare oltre, di continuare a lottare, di credere nel cambiamento, di pulire la propria lavagna tutte le mattine, in definitiva di ricominciare sempre da se stesso e dalla propria rivoluzione umana, senza guardare quello che fanno o dicono gli altri. Con una condizione vitale piena di forza, gioia e speranza si riescono sempre a vedere nell’altro i punti positivi e a valorizzarli anziché fermarci, come purtroppo avviene nella società, alle differenze. Un caposaldo del pensiero di Ikeda è che «la fiducia negli esseri umani è qualcosa di assolutamente indispensabile al nostro sviluppo e alla nostra rivoluzione umana». Non potremo mai realizzare una società pacifica escludendo le persone solo perché sono diverse da noi, perché non ci troviamo bene con loro o perché ci hanno creato qualche difficoltà.
Daisaku Ikeda ci spinge, come giovani della Soka Gakkai, a diventare persone dalla convinzione incrollabile, esseri umani capaci di illuminare e dare speranza a prescindere da quello che dicono o fanno gli altri. In un dialogo fra Ikeda e lo scrittore russo Aitmatov questi parla di un suo incontro con Gorbaciov durante il quale, narrandogli una vecchia storia, aveva cercato velatamente di metterlo in guardia dai pericoli di incomprensione e sopraffazione cui lo vedeva andare incontro. Gorbaciov comprese perfettamente l’avvertimento celato nelle parole dell’altro, ma rispose che, nonostante tutto, avrebbe continuato a fare ciò che il suo cuore e la sua coscienza gli imponevano, per il bene di tutti, anche a costo della propria sicurezza personale. Prendere una decisione e portarla avanti fino all’ultimo istante di vita è ciò che rende un essere umano tale. (Le nostre vie si incontrano all’orizzonte, Michail Gorbaciov e Daisaku Ikeda, Sperling & Kupfer Editori, 2000, pagg. 30-34).
Dobbiamo comunicare instancabilmente agli altri il grande valore e la grande “umanità” insiti in ogni essere umano, e dobbiamo farlo soprattutto attraverso l’esempio, con il nostro comportamento. In particolare è nei momenti cruciali della nostra vita che dobbiamo imparare a non lasciarci dominare dai tre veleni e dall’emotività. Quante volte mi è capitato di reagire a un imprevisto, una frase che ci ferisce, a volte anche solo uno sguardo, in maniera impulsiva e distruggere tutto, amicizie, relazioni umane e familiari. “Senti” che stai per dire e fare una cosa sbagliata ma non riesci a resistere anche se “sai” perfettamente che dopo ti pentirai di avere detto e fatto quelle cose. Io non volevo rispondere a mio padre in malo modo, sapevo che era sbagliato, ma il sangue mi annebbiava la mente e la bocca si muoveva a dire ciò che non avevo mai pensato. Esattamente come ci insegna il Daishonin: «la sfortuna viene dalla bocca e ci rovina…». Credo che il significato della nostra preghiera quotidiana, mattina e sera, stia proprio nell’avere la forza e la saggezza per interrompere questa catena infinita di conflitti distruttivi. Dalla preghiera al Gohonzon possiamo attingere una forza che ci permette di vivere una felicità assoluta, ed è necessario rinnovarla ogni giorno, proprio perché è difficile da mantenere. Pregare è, e sarà sempre il nostro eterno punto di partenza. Non è sufficiente saperle queste cose (che tra l’altro abbiamo sentito e letto un miliardo di volte) ma riuscire a metterle in pratica nel nostro ambiente. Adesso, nella nostra famiglia, sul lavoro o nelle nostre attività buddiste, proprio con quella persona così diversa e lontana da me. Esattamente come ci incoraggia Nichiren nel Gosho Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza: «La padronanza degli insegnamenti buddisti non ti solleverà affatto dalle sofferenze mortali finché non percepisci la natura della tua stessa vita».
La base del nostro movimento, è l’amore verso il genere umano, verso le altre persone. I grandi personaggi, come Gandhi, Martin Luther King, lo stesso Nichiren Daishonin, hanno vissuto esistenze piene di difficoltà: forse per questo la loro è stata una vita infelice? E la nostra vita, è felice o infelice? Ci sono situazioni per cui lamentarci? La risposta è sì, ci saranno sempre. Ma, se siamo infelici significa che c’è qualcosa che non va, che dobbiamo trasformare qualcosa del modo in cui viviamo, degli obiettivi e del signficato che attribuiamo alla nostra vita. Ciò che fa sposare l’infelicità alla sensazione di difficoltà è una visione illusoria dell’esistenza. Si legge nel Gosho che «l’oceano non rifiuta nessun fiume, il devoto del Sutra del Loto non rifiuta la sofferenza» e che praticando il Buddismo le difficoltà diventano «legna da ardere per alimentare il fuoco dell’Illuminazione». Ma come mettere in pratica tutto questo nella nostra vita? È la fede unita alla preghiera che ci dà la capacità e la forza di spezzare l’illusione, di scindere questo matrimonio fra sofferenza e difficoltà.
Ed è fondamentale ricordarci ogni giorno che «la rivoluzione di un singolo individuo porterà al cambiamento del mondo intero».
Convinti che in un mondo governato dal cinismo e dalla rassegnazione, dalla lamentela e dall’ingratitudine, le nostre incessanti azioni e parole, piene di calore e speranza possano veramente trasformare questa tendenza alla guerra e alla violenza. Sfidiamo questa corrente tumultuosa incuranti di critiche e insulti. Siamo veri e propri rivoluzionari.
Anche quando pensiamo che niente stia cambiando, continuando a recitare Daimoku tutto sta già cambiando. Perseverare è già vincere. Questo è il potere mistico di Nam-myoho-renge-kyo.

• • •

Gli introvabili

Ma dove ho letto quella frase?

La ponderatezza fa parte del Buddismo. La chiave di tutti gli insegnamenti di Shakyamuni è il Sutra del Loto e la chiave della pratica del Sutra del Loto è esposta nel capitolo Fukyo. Cosa significa il profondo rispetto del Bodhisattva Fukyo per la gente? Il vero significato dell’apparizione del Budda Shakyamuni in questo mondo sta nel suo comportamento da essere umano. Come è, profondo tutto ciò! Il saggio si può definire umano, ma gli sconsiderati non sono nient’altro che animali.

(I tre tipi di tesori, SND, 4, 179)

©ilnuovorinascimento.org – diritti riservati, riproduzione riservata