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La pazienza è la virtù dei forti - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 02:57

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La pazienza è la virtù dei forti

Chi non ha mai sentito o pronunciato, rivolgendolo a sé o a qualcuno, questo adagio popolare? Ce lo ripetiamo sovente quando ci vogliamo tirar su di morale, a mo’ di rafforzamento della classica pacca sulla spalla o nei momenti in cui si stringono i denti e “si tira avanti”…

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Chi non ha mai sentito o pronunciato, rivolgendolo a sé o a qualcuno, questo adagio popolare? Ce lo ripetiamo sovente quando ci vogliamo tirar su di morale, a mo’ di rafforzamento della classica pacca sulla spalla o nei momenti in cui si stringono i denti e “si tira avanti”…

Il Buddismo fa riferimento alla pazienza come perseveranza e assiduità, precisamente quando parla delle sei paramita, i sei tipi di pratica che i bodhisattva del Buddismo Mahayana dovevano svolgere per ottenere la Buddità. Le sei paramita sono la donazione, che comprende la donazione di beni materiali, il dono del coraggio e quello di far conoscere la Legge; l’osservanza dei precetti; la perseveranza, cioè portare avanti con pazienza e continuità la propria pratica buddista di fronte a qualsiasi ostacolo; l’assiduità, praticare le altre cinque paramita incessantemente e con il massimo impegno fisico e spirituale; la meditazione; l’ottenimento della saggezza che ci permette di percepire la vera natura di tutte le cose.
Paramita è una parola che significa al contempo “salvezza” e “raggiungere l’altra riva”, rimanda quindi all’idea di fondo di passare da uno stato di illusione a uno di non-illusione, ovvero di Illuminazione o Buddità. Secondo la tradizione buddista il cammino per l’Illuminazione è composto di cinquantadue stadi. Una parabola di un sutra narra di Shariputra, che, giunto al cinquantunesimo stadio, stava svolgendo la paramita della donazione. Un brahmano gli chiese di donargli un occhio e Shariputra acconsentì ma il brahmino, dopo averlo ricevuto, se ne disgustò, lo gettò a terra con disprezzo e lo calpestò. Shariputra allora reagì infuriandosi nei confronti del brahmano, insomma “perse la pazienza”, facendo prevalere nel proprio cuore la parte negativa, distruttiva, che sempre vi alberga, e dovette così riprendere la sua ricerca della Buddità dall’inizio.
Nel Gosho Quattro debiti di gratitudine Nichiren Daishonin spiega che «questo mondo è chiamato shaba sekai. Shaba significa sopportazione e per questo il Budda è chiamato Nonin (colui che sa sopportare)» (SND, 7, 129). Il mondo di “shaba”, meglio conosciuto come il mondo di “saha”, è il nostro mondo ed è così chiamato perché caratterizzato dal fatto che in esso tutte le persone devono “sopportare la sofferenza”. Non a caso esiste un vecchio adagio nel Buddismo tradizionale che definisce la «pazienza come il sandalo che il saggio si lega al piede per non dover ricoprire di pelle tutta la strada». Quindi sviluppare pazienza ha anche questo significato di imparare ad affrontare le sofferenze una dopo l’altra e, invece di subirle, trasformarle in legna da ardere per il proprio cammino di ricerca. E dato che ogni vittoria comincia dentro di noi, pazienza – intesa come perseveranza – significa quindi anche sviluppare la forza di vincere costantemente sulla parte negativa del proprio cuore, sull’oscurità fondamentale, che esiste dentro di noi come la Buddità, e che spesso ci fa perdere di vista l’obiettivo per cui si pratica, facendoci diventare “impazienti” come Shariputra di fronte alle delusioni della vita, facendoci deviare dalla ricerca dell’Illuminazione per tornare a essere nuovamente schiavi delle nostre vecchie tendenze.
In tal senso, la paramita dell’assiduità è il complemento inseparabile della pazienza: «Significa fare il massimo sforzo, sia fisico che spirituale, nella pratica costante delle altre paramita (…) significa praticare costantemente» (D. Ikeda, La vera entità della vita, pag. 183). Anche il nome della preghiera buddista, Gongyo, ci ricorda questo aspetto: Gongyo significa infatti niente altro che pratica assidua…
La pazienza può essere analizzata anche alla luce del principio dei dieci fattori, in particolare della correlazione fra il fattore chiamato “causa interna” (nyo ze in) e quello chiamato “causa esterna” (nyo ze en). La causa interna se ne sta latente dentro la nostra vita, e magari per anni non dà luogo ad alcun effetto esterno visibile. La causa interna si manifesta allorché una causa esterna interagisce con lei: ci innamoriamo di una persona (causa esterna) perché abbiamo la “causa interna”, vale a dire la capacità o il bisogno di un rapporto affettivo; troviamo lavoro come desideriamo (causa esterna) perché abbiamo la causa interna di trovare un buon lavoro… Il punto è che spesso, proprio perché siamo umani, tendiamo a guardare di più alla causa esterna, se c’è o se non c’è, se ci piace o non ci piace, arrovellandoci e spendendo energia per capire cosa potremmo fare perché ci sia o non ci sia, affinché cambi in un modo o nell’altro … e ci perdiamo nei meandri degli illusori riflessi superficiali della vita. Ma il Buddismo spiega che l’azione principale, il cambiamento radicale è su noi stessi, sulle nostre cause interne, tutte latenti o poco manifeste: come dire sul potenziale che possediamo e non su ciò che sta fuori da noi. Come ci ricorda Nichiren nel Raggiugimento della Buddità: «Per esempio, un povero non potrà guadagnare un centesimo solo contando le ricchezze del suo vicino, anche se lo facesse costantemente giorno e notte» (SND, 4, 4). Cosa può significare tutto questo in relazione alla pazienza? Per esempio, che il valore più grande sta nel lavoro che facciamo su noi stessi, quello che chiamiamo la nostra “rivoluzione umana”, prima di tutto con la preghiera e lo studio, osservando e migliorando i lati del nostro carattere che ci fanno soffrire; da questo lavoro di rivoluzione personale scaturirà intanto il beneficio nel senso fondamentale del termine: la purificazione dei sei sensi, cioè la capacità di vedere, percepire e vivere bene la realtà che ci circonda.
«Non essere impaziente – spiegava il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda a un credente – poiché hai abbracciato il Gohonzon la tua attuale situazione migliorerà senza alcun dubbio. È inutile preoccuparsi. Certamente verranno tempi difficili, a volte ti verrà da piangere. Tuttavia, finché avrai il Gohonzon la tua vita diverrà luminosa e piena di gioia. “Se il cielo è sereno – è scritto nel Gosho – la terra è illuminata. Similmente, se si conosce il Sutra del Loto si possono comprendere gli affari di questo mondo”. Potrai comprendere con chiarezza la cosa migliore da fare sia negli affari che in qualsiasi altra questione e diventerai sicuramente felice. Una salda fede nel Gohonzon è il punto fondamentale».
I benefici concreti o “materiali” non saranno che l’effetto di questo unico, più grande beneficio interiore. Gli effetti della rivoluzione umana sono spesso imponderabili; il trucco sta proprio nello sviluppare la pazienza necessaria per arrivare a vederli, toccarli e sperimentarli completamente, fino in fondo.
“Fino in fondo”, un’altra espressione che ripetiamo spesso per incoraggiarci a vicenda, suscita un’altra riflessione su pazienza, perseveranza, assiduità. «Il viaggio da Kamakura a Kyoto dura dodici giorni, se ti fermi all’undicesimo, come potrai vedere la luna sopra la capitale?» (SND, 4, 245). Con queste parole Nichiren ci incoraggia ad andare fino in fondo, a proseguire al di là delle avversità che rendono il cammino arduo, e delle delizie che, ai bordi della strada, vogliono farcelo perdere di vista. Pazienza allora, può essere anche semplicemente l’umiltà di proseguire, il coraggio di riaffermare i propri obiettivi, i propri desideri, la forza di riprendere ogni volta in mano la propria vita e dirsi «continuerò ancora di un singolo passo ma continuerò».
Ma il principio dei dieci fattori ci incoraggia anche in un altro senso ad avere pazienza. Sappiamo che oltre alla causa interna e a quella esterna esistono anche “l’effetto latente” e “l’effetto manifesto”. L’effetto manifesto è il risultato sperato delle nostre preghiere e delle nostre azioni, la tanto attesa realizzazione di quel desiderio che fa da motore alla nostra pratica. Spesso è proprio il fatto che l’effetto manifesto si fa attendere che genera impazienza e dubbi rispetto alla validità della propria ricerca buddista. Ciò si concretizza con una domanda che tende a ricorrere periodicamente sia in chi pratica il Buddismo da poco tempo che nei “membri anziani”: «Come mai ho recitato tanto, mi son dato tanto da fare, ma quello scopo ancora non si realizza?». Ma va ricordato che nel Buddismo esiste il principio di simultaneità di causa ed effetto; vale a dire, ogni volta che nella nostra vita decidiamo davvero di realizzare qualcosa, di vincere, (causa interna) simultaneamente nelle profondità della nostra vita abbiamo già vinto, cioè sussiste già un effetto latente. E qui entra nuovamente in gioco la pazienza di attendere le giuste circostanze cosmiche e individuali, l’”occasione esterna” o “relazione” per cui quella causa possa fiorire definitivamente in un effetto manifesto.
Ma non è solo con se stessi e con le dinamiche della propria vita che bisogna avere pazienza. Anche le relazioni con le altre persone sono spesso una palestra in cui esercitare nostro malgrado questa qualità. Se l’essenza del Buddismo si manifesta anzitutto nel comportamento umano, uno degli esempi più classici del comportamento di un corretto praticante buddista è quello del Bodhisattva Mai sprezzante, quella figura del Sutra del Loto che, sforzandosi di scorgere sempre la natura di Budda in ogni persona che si trovava di fronte, non poteva che esercitare il rispetto dell’altro-da-sé. Pazienza nei confronti degli altri, dunque, è inscindibile dal riconoscimento della Buddità in ogni persona che ci porta ad avere fiducia nelle capacità di ognuno di “sbocciare”, a suo tempo e nella sua maniera unica, dando un contributo insostituibile alla vita degli altri.

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Gli introvabili

Ma dove ho letto quella frase?

Abbracciare, leggere, recitare, proteggere e trarre gioia da tutti gli otto volumi e ventotto capitoli del sutra del Loto, è la pratica estesa. Abbracciare e proteggere i capitoli Hoben e Juryo, è la pratica abbreviata.
Recitare semplicemente quattro versi o il solo Daimoku e proteggere chi li recita, è la pratica essenziale. Perciò, tra la pratica estesa, la pratica abbreviata e quella essenziale, il Daimoku rientra nella pratica essenziale. (Il Daimoku del Sutra del Loto, SND, 5, 31)

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