Non stancarsi mai di costruire e riprogettarsi ogni giorno, buttarsi sempre in nuove imprese, continuare a imparare dagli altri. Ecco alcuni ingredienti che danno energia alla vita secondo un noto comico
È il meccanico di Maranello, Il ferrarista Oriano Ferrari uno dei volti più noti di Zelig: sì è proprio lui, Marco Della Noce. Sotto quel passamontagna rosso si nasconde il buddista che fa della sua professione una risata ma dietro lo schermo ci svela il lavoro su di sé e le conquiste sofferte. «Eccomi qua, due figli, una bella moglie, una carriera da comico e una da capo meccanico, non è poco… come faccio a fare tutto? Semplice: mi drogo… no, scherzo, ci riesco perché sono un Budda». Occupatissimo tra famiglia e lavoro, una carriera che lo assorbe soprattutto oggi, con le registrazioni di Zelig Circus.
Redazione: Come ti ha aiutato il Buddismo?
MARCO: Bella domanda, signorina, è come chiedere a Badoer di spiegare il motore a scoppio: ci vuole una settimana. In ogni senso mi ha aiutato, come il Gohonzon può aiutare chi ce l’ha. È un motore, ti precede e ti muove. Non so spiegarmi meglio che con questa metafora. Tu sai che vuoi andare lì, in quel posto: allora imposti le coordinate come se fosse un navigatore satellitare e tu “sai” che arriverai lì. Affidarsi non è sempre facile, ma col tempo e con la pratica questa diventa una condizione imprescindibile, ti affidi alla tua vita, hai fiducia nell’immensa potenzialità che vi è in essa.
Redazione: Da quanto tempo sei un membro della Soka Gakkai?
MARCO: Sono quasi vent’anni. Ma sono convinto che da quanto tempo pratichi non sia molto importante: nel gruppo del quale sono responsabile, ci sono dei neofiti, quelli che noi “buddistoni” chiamiamo in gergo tecnico naitoku, da loro imparo ogni volta tantissimo. Ogni volta che torno dai meeting rifletto sulla magia di questo scambio. Grazie alla mia professione, inoltre, mi trovo in una posizione privilegiata per fare shakubuku. Tempo fa dopo un’intervista televisiva, gli addetti ai lavori si sono fermati con me, volevano continuare a parlare di Buddismo, come possibilità di progredire verso un mondo più vero. Erano così motivati e appassionati che, con in mano le loro macchine da presa, mi sono sembrati dei guerrieri pronti ad affrontare una battaglia decisiva. Ho sentito che le mie parole andavano dritte al loro cuore, che le loro vite andavano dritte alla mia vita. Confesso di aver provato una commozione difficile da spiegare con le parole a meno che tu non sia Ikeda quando dice: «Diventare felici insieme agli altri». È stata una frazione di secondo ma, in quel casino di cavi e microfoni, nella ordinaria confusione di uno studio televisivo, per molti di loro era davvero arrivato il momento: avevano deciso di diventare felici.
Redazione: Dove trovi il tempo di seguire tutti quelli a cui fai shakubuku?
MARCO: È la mia vita che li segue, non io. E paradossalmente, per la natura mistica di questa Legge, sono loro che seguono me, perché ogni volta che tu parli della pratica buddista a qualcuno, recidi le radici del tuo karma. Posso anzi dire che sono io a sentire il loro sostegno. Quando recito Daimoku, infatti, è come se sentissi la loro presenza; la presenza di quindici bodishattva della terra, ognuno con il proprio percorso da affrontare. Per alcuni molto duro, per altri più agevole. Molti hanno una spiccata gratitudine nei miei confronti perché, attraverso me, hanno conosciuto il Buddismo, ma penso semplicemente che erano già pronti quando ci siamo incontrati. Lo vedo dal loro progresso rapido, dalla purezza dei loro gesti, dalla lucidità con la quale percepiscono qual è la loro missione nella vita. Per altri non è semplice accettare le mie frequenti assenze, ma sono convinto che la rivoluzione di ciascuno inizi nel gruppo in cui si pratica, che solo all’interno del gruppo si possa trovare la vera forza, l’energia che dirompe e che cresce dalle relazioni consolidate nel tempo. Non bisogna stancarsi di costruire, non bisogna indietreggiare. Spesso capita anche a me di sentire il ricatto della paura. E a volte non è stato facile riconoscerlo ma adesso so quando a paralizzarmi sono i miei stessi demoni. In questo senso non mi faccio mettere in crisi da un amico che non riesco a richiamare, perché so quanto è importante imparare anche a farsi del male da soli.
Redazione: Ma il Buddismo insegna la pratica per gli altri.
MARCO: Certo, ma in una logica completamente sganciata dai sensi di colpa, nessuno può sostituirsi a te nella tua rivoluzione umana, io credo che sia importante capire questa peculiarità del Buddismo. Sento proprio come un imperativo seguire le persone a cui ho parlato della Legge. Ognuno ha in mano la propria vita, ha le chiavi per attivare quello splendido mezzo della propria esistenza. È solo nel Buddismo che io ho sperimentato la più alta forma di libertà, quella che non ti fa sentire inadeguato se anche non riesci ad arrivare a tutto, quella che ti dà l’energia per riprogettarti ogni giorno. Perché, diciamocelo, noi abbiamo un mezzo straordinario in mano e a volte siamo lì a fare i conti con i nostri dieci minuti di Daimoku… Ma la giornata è fatta di ventiquattr’ore, non si scappa, certo ci vuole tempo per realizzare i propri obiettivi e per capire le priorità: questa è già una conquista. Chiedo anche questa lucidità al Gohonzon. Chiedere, chiedere, determinare con forza e non stancarsi mai di chiedere. Dico spesso che noi pratichiamo per trasformare l’impossibile in possibile, teoria affascinante e semplice nello stesso istante. È un’equazione che chi incomincia a praticare sperimenta immediatamente: è matematica.
Ma per favore questa cosa non la scriva che quelli della Minardi continuino a mettere l’acqua santa nel radiatore, che se finiscono una gara è un miracolo.
Redazione: Ci racconti quando è stata esaudita l’ultima richiesta?
MARCO: Signorina, vuole dire l’ultima volta che ho strofinato la lampada di Aladino? Ogni giorno, ma c’è più di un caso eclatante, quello più recente lo racconto volentieri: poche settimane fa mia madre, in seguito a un’aneurisma, ha dovuto subire un intervento chirurgico delicatissimo. Eravamo nella sala d’attesa dell’ospedale e le ultime notizie non erano affatto buone. Ho cercato un posto isolato dove poter recitare: sono arrivate le notizie che speravamo.