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Il piacere di sfidarsi - DEV - Il Nuovo Rinascimento
Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

25 gennaio 2026 Ore 02:57

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    Il piacere di sfidarsi

    Nata in una piccola cittadina del Delaware nei primi anni Cinquanta, Linda è cresciuta nell’epoca turbolenta della segregazione razziale. Laureata in Legge presso la University of Southern California Law, oggi è Supervisore Legale presso il Dipartimento di giustizia della California. Linda cominciò a praticare il Buddismo di Nichiren circa trent’anni fa, e da un anno è responsabile della Divisione donne della SGI-USA

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    Nata in una piccola cittadina del Delaware nei primi anni Cinquanta, Linda è cresciuta nell’epoca turbolenta della segregazione razziale. Laureata in Legge presso la University of Southern California Law, oggi è Supervisore Legale presso il Dipartimento di giustizia della California. Linda cominciò a praticare il Buddismo di Nichiren circa trent’anni fa, e da un anno è responsabile della Divisione donne della SGI-USA

    Living Buddhism: Cominciamo con una domanda basilare: sei felice?

    LINDA JOHNSON: Sì.

    Living Buddhism: Cos’è che ti rende felice?

    JOHNSON: Due cose. La prima è che ogni volta che devo mettermi alla prova, ne sono entusiasta. La seconda è la capacità di aiutare, anche se con poco, un’altra persona a cambiare la propria vita. Anche il processo di cercare di incoraggiare qualcun altro mi entusiasma. Penso che più m’impegno, più ho la possibilità di migliorare.

    Living Buddhism: Quali sono state le tue prime esperienze di fede?

    JOHNSON: Avevo un programma di studi molto intenso all’università, l’unico impegno che potevo permettermi era quello di partecipare agli incontri tutti i venerdì sera, e ogni settimana puntualmente la mia responsabile di gruppo si presentava da me per portarmi alle riunioni. A mano a mano sentivo il desiderio di recitare un po’ più di Daimoku. Ricordo una volta in cui feci il percorso da casa fino alla fermata dell’autobus canticchiando e saltellando. Ero felice, ma non era successo niente di speciale per sentirmi così.

    Living Buddhism: Una delle cose affascinanti di questa pratica è che ti capita di sentirti felice senza una ragione particolare.

    JOHNSON: Proprio così. Molti dei miei problemi erano interiori e lentamente cominciai a sviluppare maggior sicurezza, cominciai a credere che potevo riuscire in tutto quello che determinavo. La prova di fede più grande arrivò con l’esame di stato. I miei familiari vennero a trovarmi nel periodo in cui seguivo tutti i giorni il corso post-diploma per l’abilitazione, ma per accompagnarli in giro non riuscivo a studiare. Dopo la loro partenza mi resi conto di essere indietro di due settimane con lo studio. Più si avvicinava la data dell’esame e più mi rendevo conto che era impossibile farcela, dato che nel programma d’esame erano previste quattro materie che non avevo rivisto. I miei responsabili però mi incoraggiavano, dicendomi che il motivo per cui pratichiamo questo Buddismo è di rendere possibile l’impossibile. Sì, dovevo riuscirci con la fede. Passai l’esame al primo tentativo e fu un’altra sorprendente conferma del mio nuovo credo.

    Living Buddhism: In che modo le sfide degli altri hanno influenzato il tuo cambiamento?

    JOHNSON: Permettetemi di dire una cosa: io ho la mamma più incredibile dell’universo, è la mia ispirazione vivente. Mio padre era un alcolista e mia madre lo lasciò quando io avevo tre anni. Nonostante ci vedessimo spesso, mio padre non ricordava mai il mio compleanno, dimenticava il Natale e faceva sempre promesse che poi non manteneva. Cominciai a credere che ci fosse qualcosa di sbagliato in me, “altrimenti papà mi avrebbe voluto bene!”. Mia madre però non mi ha mai permesso di abbattermi. Le sue parole erano oro, tanto che divenne per me un modello di vita. Il problema era che tutte le altre persone non erano all’altezza di mia madre e io soffrivo perché non tolleravo la loro incapacità. Io tendo facilmente a giudicare, ma con la pratica ho imparato che le debolezze degli altri non sono altro che lo specchio della mia vita. Invece di giudicare, ho imparato ad aiutare gli altri a vincere; desidero recitare per loro, determinando la loro vittoria. Quando ci riesco, mi sento la persona più ricca del mondo. Pratico da ventinove anni e ho molti amici sui quali posso contare. La mia missione è diventata imparare a comprendere la vita.

    Living Buddhism: C’è una caratteristica che impedisce alle persone di smettere di praticare?

    JOHNSON: Quello che hanno in comune le persone è la forza di credere in se stesse. Quando dico “credere in se stesse”, mi riferisco al credere che Nam-myoho-renge-kyo esiste già nelle nostra vita e che non c’è un problema così grande che Nam-myoho-renge-kyo non possa risolvere. Se crediamo in ciò, cambia completamente il nostro modo di recitare di fronte ai problemi. La sofferenza cede facilmente il passo alla sconfitta, se ci diciamo “questo problema è più grande di me, è più grande di Nam-myoho-renge-kyo”. Solo perché abbiamo deciso che il nostro è un caso impossibile non ci scomodiamo nemmeno di sfidarci con la fede; in realtà siamo noi a renderlo impossibile, perché non vogliamo sfidarci. Nam-myoho-renge-kyo è più grande e potente di qualsiasi problema o difficoltà da affrontare, e noi questo lo dovremmo sapere bene, non soltanto a parole, è scritto nel nostro DNA.

    Living Buddhism: Dove collochi lo studio? C’è una relazione fra la quantità di studio di una persona e la sua sofferenza?

    JOHNSON: Studiare il Buddismo di Nichiren è fondamentale, altrimenti come si fa a capire che si sta praticando correttamente? Quello di non studiare, o almeno di non studiare abbastanza, è un problema frequente nella pratica di molte persone. Se non si conosce abbastanza la pratica corretta, si rischia di creare confusione con gli insegnamenti di altre religioni. Alcuni recitano davanti al Gohonzon come se fosse al di fuori di loro. All’inizio è un atteggiamento naturale, ma nel Buddismo di Nichiren non si prega così. Senza lo studio è veramente difficile eliminare questa tendenza nella propria vita. Lo studio ci aiuta a pensare differentemente. Ci obbliga a rispondere a domande quali: Che cosa significa il Gohonzon? Per quale scopo l’ha iscritto Nichiren? In che modo devo vederlo e cosa devo percepire mentre recito? Perciò se si pratica il Buddismo senza studiare a sufficienza, i risultati che si ottengono sono inferiori ai propri desideri.

    Living Buddhism: Hai un programma di studio?

    JOHNSON: Studio ogni giorno. Durante la pausa pranzo, al lavoro, ho sempre del materiale di studio con me. Ciò mi impone di recitare per poter comprendere quello che leggo e poterlo comunicare correttamente agli altri, ispirandoli. È una vera sfida, ma in questi due anni sono cresciuta più di ogni altro periodo della mia pratica buddista. Come dicevo, senza lo studio si tende a praticare un proprio tipo di Buddismo e non quello di Nichiren Daishonin. Se si verifica questo, non siamo in grado di cambiare il nostro destino. Io invito le persone a recitare prima e dopo lo studio, in modo da poter assimilare l’argomento per utilizzarlo al meglio nella propria vita. Indipendentemente dalla profondità delle teorie di Nichiren, se non le applichiamo alla nostra vita nel quotidiano, non potremo mai cambiare.

    Living Buddhism: Nel tuo lavoro come difensore legale ti è capitato di affrontare casi che entravano in conflitto con la tua prospettiva buddista?

    JOHNSON: Certo, mi capita di contestare casi in cui è richiesta la pena di morte.

    Living Buddhism: E come ti comporti in questi casi?

    JOHNSON: Come legale ho giurato di servire la legge. Lo stato della California richiede la pena di morte per alcuni crimini. Secondo la mia opinione esiste una legge più grande, che è la Legge mistica di Nam-myoho-renge-kyo e personalmente sono contraria alla pena di morte perché va contro i miei principi buddisti. Ho avuto un caso in cui l’imputato stava per essere giustiziato. L’uomo aveva molestato e ucciso la figlioccia di tredici anni. Ho pregato affinché tutti coloro che erano stati toccati da quella morte potessero indirizzare la propria vita futura e in qualche modo trasformare quella tragedia in qualcosa di valido. Non emisi nessun giudizio sul verdetto finale. Ho molto chiaro il concetto della Legge mistica secondo il quale nessuno può evitare le conseguenze delle proprie azioni, anche se in ambito legale può sembrare il contrario. Mentre continuavo a recitare, evitando di esprimere un giudizio, e chiedendomi se ci fosse un modo per evitare l’esecuzione, mi arrivò la telefonata in cui mi comunicavano che l’imputato era morto per arresto cardiaco mentre si recava nella stanza delle esecuzioni. L’ho presa come la risposta più umana alle mie preghiere. Tutti dobbiamo morire, ma lui è morto più umanamente che in una esecuzione. Ci sono molte leggi, che noi condividiamo o meno, ma sono certa che l’unico modo per cambiare le cose è dall’interno. Persino nel caso in cui devo applicare leggi che non accetto, come buddista ho il dovere di recitare con continuità per ottenere il risultato più umano, anche nei limiti della legge.

    Living Buddhism: In cosa ti stai sfidando adesso nella tua vita privata?

    JOHNSON: Nella mia incapacità di instaurare quel tipo di relazione che io voglio con un uomo. So che si tratta di un karma familiare, passato di generazione in generazione. Sono quasi tutti sposati nella mia famiglia, ma fondamentalmente credo che nessuno abbia un matrimonio felice. Credo che questo sia uno dei motivi per cui pratico il Buddismo. È la mia missione: cambiare il destino della famiglia; allo stesso tempo è anche l’aspetto della mia vita che mi causa più insicurezze. È quel tipo di ostacolo che mi fa tremare dalla paura perché penso che forse è proprio il grande scoglio che non riuscirò mai a superare: sono certa che tutti noi ne abbiamo uno nella vita. Ogni volta che evito questo aspetto doloroso della mia vita, una parte di me comincia a morire dentro. È terribile essere in vita pur essendo morti dentro. Invece è solo quando sono pienamente coinvolta a sfidarmi che mi sento veramente viva. Questo mi ha fatto capire quanto sia importante godermi la vita invece di sfuggirla. Così mi trovo ad affrontare questo grande mostro di paura. Mi sto sfidando su due punti: le relazioni d’amore e il mio peso. Le due cose sono strettamente collegate. Aumento di peso per avere una ragione in più che mi impedisca di avere una relazione con un uomo. Una manifestazione chiara per evitare il problema. Sono determinata a non sfuggire più davanti a questo ostacolo. Devo riuscire ad ottenere una prova concreta per me e per gli altri; voglio imparare a stare bene con ogni parte di me.

    Living Buddhism: Sarebbe inutile praticare il Buddismo se non ne vedessimo i benefici. Ad amici e parenti diciamo che possono sperimentare il potere della Legge mistica. Razionalmente noi sappiamo come funziona la recitazione, ma come si fa ad andare oltre la comprensione razionale per raggiungere il cuore e sentirla nel profondo?

    JOHNSON: Bisogna sfidarsi con la preghiera. Io recito per credere con ogni singola cellula del mio corpo che posso cambiare un aspetto della mia vita. Il dubbio e la paura vengono dall’ottava coscienza dove ha sede il nostro karma. Solo Nam-myoho-renge-kyo può penetrare fin là e permetterci di raggiungere la realtà pura e immutabile della nona coscienza, il nostro io illuminato. Uno dei miei passi preferiti degli scritti di Nichiren Daishonin è: «Nam-myoho-renge-kyo è come il ruggito di un leone. Quale malattia può quindi essere un ostacolo?» (Risposta a Kyo’o, SND, 4, 149). Mi sta dicendo: «Linda devi avere fegato, devi avere coraggio. Non puoi aspettarti di cambiare qualcosa senza sfidarti». E poi continua: «Io, Nichiren, ho scritto questo Gohonzon in sumi, trasfondendovi la mia anima, perciò credi in esso. […] Raccogli tutta la tua fede e prega questo Gohonzon. Allora, che cosa non può essere realizzato?» (Ibidem, 150). Recito per credere in Nichiren, perché la mia preghiera sia convinta, un atto di fede di cui ho bisogno per cambiare questi temuti ostacoli nella mia vita.

    Living Buddhism: Cosa dici alle persone che hanno difficoltà a recitare, non hanno voglia o fanno fatica a mettersi davanti al Gohonzon?

    JOHNSON: A volte non è facile, devi solo sforzarti di fare quello che proprio non vorresti fare. Molte volte incoraggio le persone a chiedere ai compagni di fede di recitare insieme, quando non ce la fanno da soli. Stabilire degli incontri di recitazione a casa di qualcuno. Ma arriva il momento in cui dobbiamo sforzarci ad affrontare il problema da soli e recitare. Non possiamo stare fermi ad aspettare che le cose cambino come per magia; non accadrà mai. Io sono arrivata alla conclusione che crescere, nel vero senso del termine, significa andare oltre le proprie possibilità. Arriva il momento in cui devo fare i conti col mio disagio, e so che il cambiamento avviene attraverso la sfida di quel momento. Il fatto di non volerlo è semplicemente un effetto delle cause passate. Quindi come faccio a cambiarlo in base alle leggi della causalità? Devo rispondere in modo diverso al momento, tramite la recitazione. Devo sfidare il problema. Per farlo, a volte basta sforzarsi di sedersi e recitare indipendentemente da come ci sentiamo.

    Living Buddhism: Ci sono pensieri, parole o azioni che possono diminuire il potere delle proprie preghiere? Ci sono delle trappole da evitare per realizzare veramente un cambiamento?

    JOHNSON: Prima di tutto non dobbiamo pregare il Gohonzon come se fosse un dio fuori di noi. Secondariamente, per cambiare la propria vita è essenziale vedere la relazione di causa-effetto fra se stessi e l’ambiente. Alcune cause che mettiamo non fanno altro che accentuare il problema. Molte persone che non hanno ancora percepito la relazione di causa ed effetto, soffrono senza sapere cosa c’è da cambiare. Questo percorso della “rivoluzione umana” significa capire come la legge della causalità opera nella propria vita e come rispondere in un modo nuovo che porterà un effetto differente e desiderato. Ogni volta che rifletto sugli aspetti più profondi, oscuri e temibili del mio karma (la mancanza di una relazione) vedo chiaramente che “ritiro” le mie preghiere nel momento stesso in cui le esprimo di fronte al Gohonzon. Vorrei pregare sinceramente per cambiare il mio karma, ma non mi prendo la responsabilità delle cause messe durante la recitazione. Scherzo sempre sul fatto che ho un demone gemello in me che non smette mai di parlare. Il mio demone gemello sta a elencarmi tutte le ragioni per cui un uomo non dovrebbe mai interessarsi a me. Io prendo per vero tutto ciò che mi dice e penso: «È vero, non susciterò mai l’interesse di nessuno». Ecco sfatato il grande mistero della mia vita, una pura manifestazione delle cause che io ho messo. Inoltre, va benissimo determinare di attrarre la persona giusta, ma poi dovremmo recitare tutti i giorni per avere la saggezza di capire che tipo di cause dobbiamo porre per attrarla.

    Living Buddhism: Esiste un collegamento fra l’incapacità di migliorare una relazione difficile e le cause che si pongono nei rapporti con altre persone che apparentemente non hanno nulla a che fare con la situazione per cui si sta recitando?

    JOHNSON: Credo che ogni singolo incontro con un essere umano ci dia l’occasione di trasformare la nostra relazione con tutti gli esseri umani. Possono sembrare cose separate, ma secondo il principio dell’origine dipendente, tutte le cose sono collegate fra loro.

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