L’attività da “pioniera” del Buddismo e dei diritti umani in Etiopia è inseparabile dalla lotta interiore quotidiana per credere fino in fondo in tutti i propri sogni
Sono andata al primo meeting buddista a Mestre nel novembre 1989, quando avevo 35 anni e la frase detta dal responsabile di gruppo che mi ha spinto a recitare è stata: «Si pratica per realizzare l’impossibile». Dopo 14 anni di attività ho sperimentato cosa significa realizzare un sogno impossibile: per me era un lavoro all’estero, in un paese culturalmente diverso dalla consumistica società europea. Mi ricordo che durante il primo corso buddista a Vienna, presa dall’entusiasmo mi ero messa fra i tanti obiettivi quello di andare in un paese dove non praticava nessuno per “fare la pioniera”.
Così nel 2001 ho partecipato a un concorso del Ministero degli Esteri come insegnante di diritto ed economia e … sono arrivata prima, vincendo l’unico posto disponibile in tutto il mondo, alla scuola italiana di Addis Abeba in Etiopia. Prima di partire ho passato un periodo pieno di angosce e senso di smarrimento, in quanto ignoravo le condizioni di questo paese poverissimo. Ma quando ci sono arrivata, il 10 aprile 2003, tutte le mie paure sono svanite e ho iniziato a vedere la realtà. Si tratta di un luogo “moderno e medioevale”; Addis Abeba, a 2500 metri sul livello del mare, è una città piena di paradossi: case sontuose e alberghi di lusso sono immersi in quartieri di baracche fatte di fango, con i tetti di lamiera. Nelle strade corrono fuoristrada potenti accanto a rottami di 25-30 anni; centinaia e centinaia di poveri con vestiti stracciati, migliaia di bambini orfani o abbandonati, uomini handicappati senza gambe o senza braccia, persone cieche, tronchi di esseri umani che si muovono su tavolette a rotelle si mescolano a mucche, capre, asini carichi all’inverosimile, in strade dove camminano etiopi con il cellulare e donne eleganti con il tacco alto. La mia è una situazione privilegiata, da ricca, una sensazione che non avevo mai provato in vita mia. Mi sono subito immersa nella nuova realtà scolastica, frequentata per la maggior parte da ragazzi etiopi, con tanto entusiasmo e impegno. Ho aggiornato i vecchi programmi di studio introducendo l’educazione ai diritti umani, ho iniziato progetti sulla pace e organizzato una manifestazione per il 10 dicembre 2003 – anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani – presso l’Istituto italiano di cultura cui hanno partecipato tutti gli studenti della scuola, un rappresentante delle Nazioni Unite, l’ambasciatore italiano, il direttore dell’Istituto, il provveditore agli studi, alcuni insegnanti della scuola francese. È stata una manifestazione gioiosa i cui protagonisti sono stati gli studenti, terminata con la lettura di un brano del presidente Ikeda sul significato dei diritti umani.
Dopo circa nove mesi è iniziato, in sordina, un periodo tormentato dalla mancanza di un compagno, l’altro sogno impossibile della mia vita. Ho iniziato a recitare più Daimoku, due ore al giorno, qualche volta cinque, passavo notti insonni a piangere, a fumare, a sussurrare Daimoku per cercare di capire cosa significa lavorare per kosen-rufu e realizzare la propria missione. Ho sperimentato la sofferenza di praticare da sola, di non poter parlare apertamente con una persona amica, di non ricevere frequenti incoraggiamenti da parte di buddisti con esperienza e cuore. Sono stata comunque aiutata dalle tante riviste della SGI americana che mi erano state regalate e nelle quali leggevo e rileggevo le esperienze di membri che avevano sofferto ma avevano vinto sul loro karma. Il mio altare buddista era circondato da fogli, libri, fotocopie, che leggevo con frenesia alla ricerca di frasi che mi calmassero il cuore e allontanassero il senso di solitudine totale e l’angoscia che mi lasciava senza forze. Cercavo disperatamente di ripetermi che questo bisogno di un uomo accanto è un’illusione, che la felicità assoluta si trova dentro di noi, che l’inverno si trasforma sempre in primavera (il mio sembrava un interminabile inverno scandinavo), che questa sofferenza profonda mi avrebbe fatto diventare più umana e che dovevo diventare padrona della mia mente. Ma il pensiero di un amore vicino era come un chiodo fisso piantato nel cervello. Ho parlato di Nam-myoho-renge-kyo a diversi colleghi e colleghe, qualcuno di loro ha anche recitato con me, ma nessuno ha deciso di sperimentare seriamente il potere della pratica. Un giorno ho conosciuto alcuni studenti della facoltà d’arte di Addis e uno di loro ha cominciato a interessarsi a questa “strana meditazione”. La prima volta che Abiy si è seduto davanti al Gohonzon per recitare, mi sono venute le lacrime agli occhi, pensando al potere assoluto del Daimoku e a quanto desideravo diffondere la Legge mistica in Etiopia.
Nel frattempo avevo iniziato a pensare al 10 giugno, Giornata delle Donne della Soka Gakkai e volevo una prova concreta per quella data, volevo ardentemente sentire di nuovo la Buddità dentro la mia vita, indipendentemente da qualsiasi uomo. Volevo risentire la gioia illimitata e fantastica che mi era scoppiata dentro un giorno a Venezia, senza alcuna ragione particolare, e che sapevo dipendeva esclusivamente dalla recitazione di Nam-myoho-renge-kyo. Volevo vincere su questa sofferenza perché, in modo indiretto, avrei contribuito a cambiare il karma collettivo di noi single, spesso lamentose, alla ricerca della “felicità relativa”.
Verso metà maggio ho ricevuto un messaggio da un amico buddista che vive a Parigi – Simon, il quale mi raccontava che era stato in Giappone, aveva incontrato il presidente Ikeda che gli aveva consegnato una medaglia per i suoi sforzi, fatti nell’ambito della lirica e mi raccontava di una donna conosciuta a Tokyo che, grazie alla pratica, aveva superato un cancro al seno e una leucemia. Mi scrisse anche la mail di questa donna – Chikako – alla quale mandai subito un mio messaggio sperando di ricevere un incoraggiamento speciale che mi facesse uscire dal tunnel. Chikako mi rispose dopo due giorni invitandomi ad andare come sua ospite in Giappone! Ho pensato e ripensato a questa opportunità, tenendo conto del fatto che Chikako lavora tantissimo e che non volevo esserle di impaccio nella sua vita quotidiana. Il 7 giugno, al compimento del mio cinquantesimo anno, ho deciso: mi sono detta che meritavo un regalo speciale e ho acquistato un biglietto per Tokyo, dove non ero mai stata. Ho passato un mese (!) in Giappone dove ho avuto la possibilità, nella sede della SGI, di incontrare persone meravigliose che mi hanno incoraggiata tantissimo nella mia missione e nella trasformazione del mio karma affettivo “di cemento”. Mi è stato detto che non dobbiamo mai rinunciare ai nostri sogni, che non dobbiamo mai rassegnarci, che è necessario andare avanti con costanza nella preghiera, che il solo fatto di recitare Daimoku porta benefici. Che comunque è importante chiarire perfettamente i nostri obiettivi, che devono essere il più dettagliati possibile, fissarsi una certa quantità di Daimoku, per esempio un milione, fissare la scadenza entro la quale vogliamo terminarlo, fissare il Daimoku giornaliero e non cedere mai alla stanchezza e alla fatica del recitare. Spesso i nostri desideri non si realizzano quando vorremmo noi perché, a volte, desideriamo qualcosa che ci renderebbe infelici, oppure perché noi abbiamo bisogno soprattutto di piantare radici profonde nella fede, di costruire una fede indistruttibile nel potere assoluto del Gohonzon e quindi ci dobbiamo sforzare di credere sempre di più che quello che desideriamo si realizzerà e di agire al meglio delle nostre capacità per kosen-rufu. La signora che mi ha consigliato ha detto che lei è sicura al 100% che troverò un compagno degno di me, con cui condurre un’esistenza nobile, ma che non devo mai dimenticare che si nasce soli e che si muore soli, e che le battaglie con il nostro karma profondo le combattiamo da sole, nessuno può farlo al posto nostro. Sicché dal 24 luglio, giorno in cui ho ricevuto questo consiglio, ho determinato di recitare due ore di Daimoku al giorno pensando di continuare così finché non avessi terminato il milione.
Sono passati tre mesi dal mio ritorno dal Giappone e diverse cose sono cambiate: l’angoscia è sparita, sono felice di praticare e voglio farlo per tutta la vita. Mia sorella che vive a Francoforte, dopo 15 anni di insistenze da parte mia perché provasse a praticare, ha deciso di mettersi in contatto con i buddisti tedeschi; Abiy ha avuto degli enormi benefici, è stato invitato a Parigi (la città giusta per un giovane artista) dove ha incontrato Simon, il mio amico della SGI, e ha finalmente partecipato a un vero zadankai; una donna della Guiana francese che vive qui ad Addis, come insegnante al Liceo francese, ha inziato a praticare e a fare shakubuku.
Il mio prossimo obiettivo è quello di portare la mostra dei Costruttori di Pace qui ad Addis Abeba con l’aiuto, come ciceroni, degli studenti, e quando arriverà il momento giusto incontrerò anche il mio compagno di vita. L’importante per tutti noi è non arrenderci mai e di lottare perché i nostri desideri più profondi si realizzino, senza accettare compromessi perché come ci spiega Ikeda: «Il Buddismo è strettamente legato alla vittoria. Quando ci scontriamo con un potente nemico, sia in caso di vittoria sia in caso di sconfitta, non c’è compromesso. La lotta contro le funzioni negative della vita è parte inscindibile del Buddismo. Tramite la vittoria in questo sforzo noi diventiamo dei Budda. Dobbiamo vincere. Il Buddismo ci assicura che possiamo farlo».